Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1530 del 23/01/2020

Cassazione civile sez. I, 23/01/2020, (ud. 08/11/2019, dep. 23/01/2020), n.1530

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. G. C. – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34646/2018 proposto da:

I.Z., elettivamente domiciliato in Roma Via Otranto, 12,

presso lo studio dell’avvocato Marco Grispo, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno;

– intimato –

avverso la sentenza n. 727/2018 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 25/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 08/11/2019 dal Cons. Dott. MARCO MARULLI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. I.Z. ricorre a questa Corte avverso l’epigrafata sentenza con la quale la Corte d’Appello di Perugia, attinta dal medesimo ai sensi del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 19 e art. 702-quater c.p.c., ha confermato il diniego dello status di rifugiato nonchè delle altre misure di protezione internazionale ed umanitaria decretato in primo grado.

Ne chiede la cassazione sul base di tre motivi, tutti denuncianti in capo all’impugnata decisione un vizio di motivazione apparente: circa lo status di rifugiato, il decidente “non espone neanche sinteticamente le ragioni per le quali l’iter logico-motivazionale posto a sostegno dell’ordinanza del Tribunale possa e debba considerarsi fondato e degno di condivisibilità”; circa la protezione sussidiaria, astenendosi, tra l’altro, dall’effettuare una disamina aggiornata della situazione socio-politica interna alla regione di provenienza, “non ha addotto alcun elemento motivazionale concreto per sostenere la tesi che in Pakistan non sussiste una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile” rilevante ai fini del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c); e circa la protezione umanitaria, “ha omesso qualsivoglia accertamento sulla sussistenza delle diverse condizioni poste a base della protezione umanitaria”, limitandosi a rilevare che non ne sussistono i presupposti.

Non ha svolto attività difensiva l’amministrazione intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2. Il ricorso è fondato e va perciò accolto.

3. Contravvenendo al dovere motivazionale imposto dall’art. 111 Cost., l’impugnata sentenza si mostra affetta da un palese vizio di motivazione apparente.

Essa ha respinto il proposto gravame per mezzo di un apprezzamento operato in chiave puramente assertiva e basato su affermazioni infirmate da un evidente tasso di apoditticità.

In particolare, pur mostrando di condividere l’ordinanza appellata (“il giudice di I grado ha analizzato in maniera molto accurata i presupposti richiesti dalla legge per il riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, nonchè di protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998”), la Corte d’Appello si è astenuta, tuttavia, dal riprodurne, sia pur sommariamente, il diretto contenuto.

Ha quindi “rilevato che nel caso di specie non ricorrono nè i presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 35, nè i presupposti di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5”; ha ancora aggiunto che nella specie “è impossibile una qualsiasi valutazione” atta a riscontrare la sussistenza delle condizioni per la concessione delle misure richieste e che “non vi sono elementi per affermare la sussistenza di tali gravi danni per la persona”; ed ha concluso da ultimo “che non sussistono neppure i presupposti per la protezione umanitaria di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6”.

In tal modo la Corte decidente è venuta meno all’obbligo di chiarire mediante la motivazione il percorso logico-argomentativo in guisa del quale ha ritenuto infondato l’anzidetto gravame e si è posta perciò in frontale contrasto con la giurisprudenza di questa Corte, a tenore della quale “ricorre il vizio di omessa o apparente motivazione della sentenza allorquando il giudice di merito ometta ivi di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (Cass., Sez. VI-V, 7/04/2017, n. 9105).

4. La sentenza, in accoglimento del proposto ricorso, va perciò doverosamente cassata e la controversia va rinviata avanti al giudice a quo per la rinnovazione del pronunciamento di merito.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia la causa avanti alla Corte d’Appello di Perugia che, in altra composizione, provvederà pure alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 gennaio 2020

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