Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15294 del 25/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. II, 25/07/2016, (ud. 27/04/2016, dep. 25/07/2016), n.15294

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26072-2011 proposto da:

P.P., (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUIGI MARCIALIS;

– ricorrente –

contro

B.I., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

TUPINI 113, presso lo studio dell’avvocato NICOLA CORBO,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCO MAURIZIO BANDIERA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 363/2010 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 20/07/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/04/2016 dal Consigliere Dott. SCALISI ANTONINO;

udito l’Avvocato LUIGI MARCIALIS, difensore del ricorrente, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

B.I. con atto di citazione del 12 dicembre 1994, premesso di avere acquistato da G.P. con atto pubblico, l’area posta nel Comune di (OMISSIS) località (OMISSIS), confinante con la restante proprietà del venditore, nonchè con P.P., G.F. e A., che sulla predetta area a confine con la proprietà di P. insisteva da almeno quarant’anni, una piccola costruzione realizzata in legno dal suo dante causa il quale aveva chiesto e ottenuto fin dal 1975 l’autorizzazione ad eseguire dei lavori consistenti nella realizzazione di pareti in muratura e copertura. Tale costruzione era stata esplicitamente compresa nell’atto di compravendita. Epperò, P.P. aveva demolito il fabbricato e lo aveva sostituito con una veranda asservita ad una abitazione da egli realizzata al confine, così inglobando parte del terreno di proprietà dell’attrice. Pertanto, conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Cagliari P.P., chiedendo che fosse accertato il suo diritto di proprietà sul fabbricato e sulla porzione di terreno su cui lo stesso insisteva e il rilascio di esso, nonchè la condanna del P. a cessare ogni turbativa, nonchè il risarcimento del danno subito. In via subordinata, chiedeva che attribuita la proprietà del suolo al P., questo fosse condannato al pagamento del doppio del valore della superficie, oltre al risarcimento del danno.

Si costituiva P.P., eccependo di aver edificato sul terreno di sua esclusiva proprietà da molti anni ed in perfetta buona fede e che la piccola costruzione in legno era stata da lui realizzata come ricovero di attrezzi a far data dal suo acquisto risalente al 1974.

Istruita la causa, il Tribunale di Cagliari, con sentenza n. 3415 del 2007, qualificando l’azione quale azione di rivendica di proprietà, accoglieva la domanda dell’attrice, dichiarava che B.I. era proprietario della porzione di terreno sulla quale insisteva la costruzione in contestazione, condannava il P. al rilascio della predetta porzione di terreno e a cessare qualunque turbativa, rigetta la domanda volta ad ottenere il risarcimento del danno, compensava nella misura di un terzo le spese del giudizio.

La Corte di appello di Cagliari, su appello di P.P. e su appello incidentale di B.I., con sentenza n. 363 del 2010, confermava la sentenza impugnata eccetto la parte relativa al regolamento delle spese giudiziali, che riformulava in considerazione del valore della causa, così come provato dalle parti, dichiarava che la costruzione esistente sul terreno oggetto di controversia, era di proprietà di B.I.; compensava nella misura di un terzo le spese processuali e poneva a carico di P. la restante parte. Secondo la Corte di Cagliari, dagli atti di causa, valutati singolarmente e nel loro insieme, non risultava che il P. avesse dimostrato un possesso ventennale del bene di cui si dice, posto che già nel 1974, anno dal quale si dovrebbe presumere ex art. 1143 c.c., che il P. avesse iniziato a possedere la costruzione ed il terreno, la baracca era nell’esclusiva disponibilità di G.P., dante causa di B.I..

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da P.P. con ricorso affidato a due motivi. B.I. ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso, P.P. denuncia la violazione degli artt. 1142, 1143, 1158 e 2697 c.c., nonchè la violazione degli art. 112 c.p.c., art. 360 c.p.c., n. 4 e 5. Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato nel ritenere che le emergenze istruttorie, in particolare, avendo tutti i testi confermato gli assunti difensivi dell’attrice, rammentando che la baracca in legno realizzata intorno al 1964/67 poi ampliata nel 1975 era nella disponibilità di G.P. il quale la utilizzava come deposito di attrezzi e che tale possesso si sarebbe protratto fino al 1985 anno in cui G. vendette il terreno compresa la porzione su cui era realizzata la baracca, avrebbero consentito di ritenere superata la presunzione di cui all’art. 1143 c.c., invocata dall’appellante ( P.P.), perchè non avrebbe tenuto conto delle prove offerte, delle tesi ed argomenti difensivi dell’appellante. In particolare, sempre secondo il ricorrente, la Corte distrettuale non avrebbe tenuto conto:

a) che dall’atto di citazione (8 dicembre 1994) il sig. P. era nel possesso esclusivo della striscia di terreno sulla quale aveva demolito il vecchio capanno ed al cui posto aveva realizzato una veranda, che aveva prodotto il suo titolo di acquisto e dunque avrebbe dovuto applicare nel caso di specie la normativa di cui agli artt. 1141, 1142 e 1143 c.c.;

b) della relazione del Geom. D.M.C.;

c) dell’eccezione relativa alla mancata prova da parte della sig. B. della circostanza che il possesso del P. fosse iniziato come detenzione;

d) dei testi indicati dal sig. P. perchè inattendibili.

1.1. Il motivo non può essere accolto in quanto l’impugnata decisione appare fondata su una motivazione sufficiente, logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa in questione. Va qui premesso che il compito di valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza – nonchè di individuare le fonti del proprio convincimento scegliendo tra le complessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti – spetta in via esclusiva al giudice del merito; di conseguenza la deduzione con il ricorso per Cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata, per omessa, errata o insufficiente valutazione delle prove, non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, restando escluso che le censure concernenti il difetto di motivazione possano risolversi nella richiesta alla Corte di legittimità di una interpretazione delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito.

Ora, nel caso in esame, la Corte distrettuale ha indicato, puntualmente, in modo adeguato ed esaustivo, sia le ragioni poste a fondamento della decisione e sia pure le ragioni per le quali ha ritenuto non decisive e/o non convincenti le tesi, le argomentazioni difensive di P.P. nonchè alcune dichiarazioni testimoniali. Come ha avuto modo di evidenziare la Corte distrettuale: 1) (…) tutti i testi confermano gli assunti difensivi dell’attrice, rammentando che la baracca in legno realizzata intorno al 1964/1967 poi ampliata nel 1975, era nella disponibilità di G.P. il quale la utilizzava come deposito di attrezzi, tale possesso si protrasse indisturbato fino al 1985, anno in cui G. vendette il terreno, compresa la porzione sui cui era realizzata la baracca, all’appellata ( B.I.) (…).

2) i fatti riferiti da alcuni testi indicati da P. erano inattendibili perchè “(…) i fatti riferiti contrastavano con quelli allegati dallo stesso P., il quale nel rispondere all’interrogatorio formale collocò la costruzione della baracca negli anni 60/70 circa, epoca in cui egli stesso e, non sua madre, aveva autorizzato ed aiutato il G. a realizzarla affermando che nel 1975 era stata ampliata da lui stesso e dal Ga. (…..) Non poteva conseguentemente ritenersi dimostrato che il G. avesse iniziato ad utilizzare il bene solo in quanto autorizzato dal P. (…)”.

1.1.a. La Corte distrettuale ha, altresì, applicato correttamente la normativa richiamata dallo stesso ricorrente. Infatti, la Corte distrettuale, confermando la sentenza del Tribunale, ha ritenuto corretto quanto già affermato in primo grado (così come riportato dalla stessa sentenza pg. 4) secondo cui “le risultanze probatorie inducevano a ritenere provato il possesso della porzione di terreno sulla quale esisteva il manufatto in legno, sia da parte del dante causa della B. che da parte di quest’ultima, per un tempo sufficiente ad acquisirlo per intervenuta usucapione. (….). D’altra parte, lo stesso Tribunale, con conferma della Corte distrettuale, aveva escluso che G. avesse posseduto il terreno su cui insisteva la baracca di cui si dice, per mero atto di tolleranza, perchè non poteva qualificarsi come sorto per mera tolleranza il possesso protratto per lungo tempo ed esplicitato attraverso la costruzione ed il godimento di un’opera senza alcuna opposizione da parte del proprietario.

Ciò posto, correttamente, la Corte distrettuale ha ritenuto che i principi in materia di possesso e di acquisto della proprietà che il P. avrebbe voluto fosse applicato alla sua asserita posizione di possesso, è stato riferito alla posizione della B. e, ancor prima al suo dante causa il sig. G.. Con l’ulteriore conseguenza, affermata dal Tribunale e dalla Corte distrettuale, che B. (l’attrice) aveva correttamente assolto l’onere di dimostrare di essere proprietaria del bene di cui si dice, avendo dimostrato di essere proprietaria in ragione di un titolo valido (per maturata usucapione) opponibile ai terzi, comunque, al sig. P..

2. = Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 936, 938 e 2697 c.c., nonchè la violazione degli artt. 112, 116 e 345 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 3, 4 e 5,.

Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato nel non aver attribuito la proprietà del terreno ai sensi dell’art. 936, ovvero art. 938 c.c. (cc.dd. accessione invertita), ritenendo che la domanda fosse nuova, perchè non avrebbe tenuto conto che tale domanda era stata proposta dalla sig.ra B. in via subordinata e che, pertanto, la sua domanda non era nuova, ma integrava gli estremi di un’adesione alla richiesta dell’attrice. Per altro, sarebbe pacifica, in causa, la sussistenza in capo al P. dei presupposti per l’applicazione della norma di cui all’art. 938 c.c., posto che la proposizione della domanda in tale senso da parte della sig.ra B. implicava che la stessa assumeva e riconosceva l’esistenza dei relativi presupposti giuridici.

2.1. Il motivo è inammissibile perchè nessuna censura è stata riferita alla decisione che ha attribuito, in applicazione della normativa di cui all’art. 934 c.c., la proprietà della costruzione che sorge sul terreno oggetto di causa, alla sig.ra B.I., perchè al permanere di tale decisione resta ininfluente l’eventuale richiesta del P. di vedersi attribuire la proprietà del suolo, dato che non sarebbe proprietario della costruzione.

Tuttavia, va, comunque, osservato che le stesse considerazioni del ricorrente consentono di confermare la legittimità dell’affermazione della Corte distrettuale secondo cui la richiesta del P. di vedersi attribuita la proprietà del terreno, ai sensi dell’art. 938 c.c., era una domanda nuova. Come afferma lo stesso ricorrente, la domanda di cui si dice era stata formulata mediante l’adesione alla domanda formulata dalla sig.ra B. in via subordinata, in primo grado, sennonchè, ammesso pure che una richiesta di adesione ad una domanda di altra parte processuale, possa integrare gli estremi di una propria domanda, tuttavia, tale richiesta di adesione, che altro non sarebbe che la formulazione di una propria domanda, per stessa ammissione del ricorrente, è stata formulata per la prima volta in appello, come tale non consentita per le preclusioni di cui alla normativa dell’art. 345 c.p.c..

2.1.a) La decisione della Corte distrettuale di rigettare la richiesta del P. di vedersi attribuita la proprietà del terreno è corretta, comunque, in termini giuridici, perchè, come afferma la sentenza, nel caso in esame, non ricorrevano i presupposti di cui all’art. 938 c.c., e, soprattutto, e/o in modo assorbente, il requisito della buona fede, dato che sulla base delle emergenze istruttorie doveva escludersi che il P. non fosse a conoscenza che la porzione di terreno e la sovrastante costruzione fossero nella totale disponibilità dell’appellata.

L’esclusione della buona fede in capo al P. integra gli estremi di una valutazione di merito non sindacabile nel giudizio di cassazione, dato che è priva di vizi logici e/o giuridici. E’ vero che a fronte delle valutazioni della Corte distrettuale il ricorrente contrappone le proprie, tuttavia, della maggiore o minore attendibilità di queste rispetto a quelle compiute dal giudice del merito non è certo consentito discutere in questa sede di legittimità, nè può il ricorrente pretendere il riesame del merito sol perchè la valutazione delle accertate circostanze di fatto, come operata dal giudice di secondo grado, non collima con le loro aspettative e convinzioni.

In definitiva, il ricorso va rigettato e il ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c., va condannato al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera del consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA