Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15282 del 20/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 20/06/2017, (ud. 09/03/2017, dep.20/06/2017),  n. 15282

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2737-2016 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

roma, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli Avvocati ANTONIETTA

CORETTI, VINCENZO TRIOLO, VINCENZO STUMPO;

– ricorrente –

contro

T.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2315/2015 del TRIBUNALE di FOGGIA, depositata

il 28/10/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/03/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Con la sentenza impugnata, n. 2315 del 28 ottobre 2015, notificata il 23 novembre 2015, il Tribunale di Foggia ha accolto l’opposizione agli atti esecutivi proposta dall’avv. T.A. avverso l’ordinanza resa dal giudice dell’esecuzione per pignoramento presso terzi in data 27 gennaio 2014, con la quale questi aveva dichiarato improcedibile la procedura esecutiva e dichiarato l’estinzione della stessa procedura (avendo l’INPS adempiuto all’obbligo di pagare all’avvocato distrattario le spese liquidate con sentenza del giudice del lavoro), disponendo la liberazione delle somme pignorate con compensazione delle spese del processo esecutivo.

Il Tribunale, accogliendo l’opposizione, ha condannato l’INPS al pagamento delle spese e competenze del processo esecutivo, comprese quelle dell’atto di precetto, da versarsi in favore del procuratore antistatario, avv. T.A., condannando l’INPS anche al pagamento delle spese del giudizio di opposizione, liquidando la somma di Euro 4.600,00 per compensi, oltre spese ed accessori, con distrazione in favore dello stesso avvocato.

Il ricorso è proposto con tre motivi. L’intimata non si difende.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., su proposta del relatore, in quanto ritenuto manifestamente fondato.

Il Collegio, all’esito della camera di consiglio, ritiene di condividere la soluzione proposta dal relatore, relativamente al terzo motivo.

Il primo motivo, col quale l’INPS prospetta la non impugnabilità dell’ordinanza che dichiara estinto il processo esecutivo in sostanziale accoglimento di eccezioni o doglianze dell’esecutato, è infondato: non può applicarsi alla fattispecie la consolidata giurisprudenza pure richiamata dal ricorrente (che risale a Cass. 22033/11) ed in base alla quale, una volta definita la fase sommaria di un’opposizione esecutiva, spetta a chi ne ha interesse dare corso – alternativamente – o alla procedura di correzione degli errori materiali del provvedimento che la ha conclusa e nella parte in cui non ha fissato il termine per dare corso al giudizio di merito, oppure direttamente a quest’ultimo, ma neppure la conclusione già univocamente affermata da questa Corte, per la quale un tale provvedimento non è mai in alcun modo impugnabile, neppure con opposizione agli atti esecutivi (in tali esatti, espressi e specifici termini: Cass. 04/03/2014, n. 5060);

invero, l’elemento caratterizzante della fattispecie – anche rispetto al precedente da ultimo richiamato – sta nella circostanza che il provvedimento che ha definito la fase sommaria di quella che poteva intendersi un’opposizione esecutiva dispiegata dal debitore esecutato INPS (o che comunque ha effettivamente esaminato e definito una questione introdotta da quest’ultimo in ordine alla stessa esistenza del diritto del creditore di agire esecutivamente), oltre a dichiarare espressamente – ed evidentemente in modo ultimativo – definito il procedimento esecutivo per la riscontrata fondatezza della tesi del debitore sull’integrale pagamento dei crediti, ha pure provveduto sulla liberazione dello staggito dal vincolo derivante dal pignoramento;

tanto esclude che tale provvedimento, pur avendo accolto la tesi del debitore opponente, possa sussumersi sic et simpliciter entro la categoria di quelli terminativi delle fasi sommarie delle opposizioni esecutive ed in quanto tali non suscettibili di autonoma impugnazione: dovendo qualificarsi ben al contrario come di chiusura anticipata del processo esecutivo – visto che quest’ultimo, in dipendenza del tenore letterale specifico di quel provvedimento, più non pendeva e non avrebbe potuto produrre alcun utile effetto o risultato, visto lo svincolo dello staggito – e, in quanto tale, necessariamente impugnabile non solo direttamente, ma anche (per tutte: Cass. ord. 13/05/2015 n. 9837; Cass. ord. 19/11/2014, n. 24628), per la natura generale del relativo rimedio avverso ogni pronuncia conclusiva del processo esecutivo diversa dalle fattispecie espressamente definite di estinzione tipica, soltanto con l’opposizione agli atti esecutivi. Poichè tanto è avvenuto nella specie, il motivo è infondato, così dovendo qualificarsi correttamente impugnato con opposizione agli atti esecutivi il provvedimento del giudice dell’esecuzione che ha concluso definitivamente il processo esecutivo, liberando anche il compendio pignorato, in applicazione del seguente principio di diritto: va impugnato esclusivamente con opposizione agli atti esecutivi il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, anche a seguito di contestazione del debitore, definisca il procedimento esecutivo per riscontrata estinzione del credito azionato, qualora abbia contestualmente disposto la liberazione dei beni pignorati.

Il secondo motivo, di violazione dell’art. 480 c.p.c., è inammissibile: in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6, il ricorrente omette di trascrivere in ricorso i decisivi passaggi del precetto già oggetto delle sue contestazioni, nei quali il creditore, dopo avere dato atto di pagamenti parziali, doveva verosimilmente avere dato atto proprio dei motivi per i quali non li riteneva satisfattivi e si induceva ad intimare il pagamento di ulteriori somme: sicchè la tecnica o modalità di redazione del ricorso priva questa Corte della stessa possibilità di esaminare la fondatezza della doglianza in rapporto alla ratio decidendi della qui gravata sentenza, che si incentra sostanzialmente sul carattere non esaustivo dei pagamenti pure riconosciuti dalla precettante; ratio decidendi che fonda la reiezione dell’analoga censura a suo tempo in sede esecutiva mossa dal qui ricorrente e riconosciuta fondata in quella stessa sede dal giudice dell’esecuzione col provvedimento reso oggetto dell’opposizione agli atti esecutivi, definito con la sentenza oggi gravata.

Il terzo motivo, relativo all’entità della liquidazione delle spese di lite, è invece manifestamente fondato, risultando ictu oculi, la non corrispondenza di quella ai parametri vigenti ed applicabili in base al D.M. n. 55 del 2014 e, segnatamente, in relazione al valore del credito per cui si procedeva, da rapportarsi all’esigua entità della somma precettata.

Il ricorso va pertanto accolto limitatamente al terzo motivo, con cassazione della gravata sentenza in relazione alla censura qui riconosciuta fondata e rinvio allo stesso giudice che la ha emessa, ma beninteso in persona di diverso giudicante ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, in relazione all’esito complessivo della lite.

Per essere stato almeno in parte accolto il ricorso, non sussistono i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale di questa.

PQM

 

la Corte rigetta il primo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il secondo ed accoglie il terzo; cassa la gravata sentenza in relazione alla censura accolta e rinvia al tribunale di Foggia, in persona di diverso giudicante, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 9 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2017

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