Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1528 del 20/01/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 20/01/2017, (ud. 16/12/2016, dep.20/01/2017),  n. 1528

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BOTTA Raffaele – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana M.T. – Consigliere –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28665-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

R.P.G., SOGET SPA CONCESSIONARIO SERVIZIO RISCOSSIONE

PROVINCIA DI TARANTO;

– intimati –

Nonchè da:

R.P.G., elettivamente domiciliato in ROMA VIA

COSSERIA 12, presso lo STUDIO PLACIDI, rappresentato e difeso

dall’avvocato P.G.R.;

– controricorrente incidentale –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente al ricorso incidentale –

nonchè contro

SOGET SPA CONCESSIONARIO SERVIZIO RISCOSSIONE PROVINCIA DI TARANTO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 204/2012 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

TARANTO, depositata il 22/10/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/12/2016 dal Consigliere Dott. STALLA GIACOMO MARIA;

udito per il ricorrente l’Avvocato PUCCIARIELLO che si riporta al

ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE GIOVANNI che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale e il rigetto del ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL GIUDIZIO E MOTIVI DELLA DECISIONE

p.1. L’agenzia delle entrate propone un motivo di ricorso per la cassazione della sentenza 204, 09/10/12 dep. 22 ottobre 2012 con la quale la commissione tributaria regionale della Puglia, a conferma della prima decisione, ha ritenuto illegittima la cartella di pagamento per Invim 1990 notificata in proprio all’avv. R.P.G..

In particolare, ha rilevato la commissione tributaria regionale l’avvenuta decadenza dell’amministrazione finanziaria D.P.R. n. 131 del 1986, ex art. 76, commi 2, lett. b); essendo stata la cartella in oggetto dal concessionario notificata (8 ottobre 2005) oltre il termine triennale dal passaggio in giudicato (28 aprile 1999) della sentenza CTP Taranto che aveva definitivamente respinto l’opposizione all’avviso di liquidazione proposta dal R..

Quest’ultimo resiste con controricorso, formulando anche un motivo di ricorso incidentale.

L’agenzia delle entrate ha depositato controricorso a ricorso incidentale.

Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata.

p. 2. Con il motivo di ricorso principale l’agenzia delle entrate lamenta – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, comma 2, lett. b) e art. 78; per avere la commissione tributaria regionale ritenuto nella specie applicabile il termine triennale di decadenza di cui alla prima disposizione, nonostante che – trattandosi di cartella di pagamento conseguente a sentenza passata in giudicato rilevasse unicamente il termine decennale di prescrizione di cui alla seconda disposizione.

Con il motivo di ricorso incidentale, il contribuente deduce il mancato rilievo, da parte della commissione tributaria regionale (avanti alla quale egli non si era costituito) dell’inammissibilità dell’appello proposto dall’agenzia delle entrate; in quanto notificato non presso i suoi difensori, ma a mani proprie.

p. 3.1 Va preliminarmente respinto il motivo di ricorso incidentale.

Lo stesso R. afferma che l’atto di appello gli venne notificato, il 12 febbraio 2007, “a mani proprie” dall’agenzia delle entrate; ciò basta ad affermare la ritualità di tale notificazione e la conseguente inconsistenza della presente censura.

Va infatti considerato che il processo tributario ha un regime di notificazione degli atti suo proprio, così come risultante dal D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 16 e 17, i quali ammettono in ogni caso la consegna dell’atto a mani proprie del contribuente.

Deve pertanto farsi qui applicazione del principio secondo cui: “nel processo tributario, con riguardo al luogo delle notificazioni, il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 17, fa in ogni caso salva la “consegna in mani proprie, per cui una notificazione eseguita in tal modo deve considerarsi valida anche in presenza di una elezione di domicilio. La norma citata, inoltre, facendo riferimento non alla notifica in mani proprie, bensì alla “consegna in mani proprie, deve intendersi nel senso che venga fatta salva non solo la notificazione eseguita ai sensi dell’art. 138 c.p.c., ma anche tutte le altre notificazioni (ex art. 140 c.p.c., o a mezzo del servizio postale), a seguito delle quali l’atto venga comunque consegnato a mani del destinatario (Cass. n. 4274 del 2002, n. 10474 del 2003, n. 9381 del 2007)” (Cass. 3746/10; Cass. 16848/08 ed altre).

p. 3.2 Sempre in via preliminare, deve poi respingersi l’eccezione del R. di inammissibilità del ricorso per cassazione a seguito di rinuncia al potere impositivo per comportamento concludente; individuato quest’ultimo nell’atto di sgravio 2 ottobre 2012.

E’ lo stesso ricorrente a riferire che tale sgravio venne eseguito con causale “Sent. 482/04/06 TVP 3001053”, a seguito ed in ottemperanza alla sentenza della commissione tributaria provinciale di Taranto che, in accoglimento del ricorso del contribuente, aveva ritenuto illegittima la cartella di pagamento in questione. Si trattava dunque di uno sgravio di mera ottemperanza alla sentenza, e finalizzato soltanto – in esercizio di autotutela – ad evitare che il contribuente potesse venire sottoposto ad esecuzione forzata in pendenza di giudizio. Nè rileva che lo sgravio in oggetto non recasse clausola di riserva di appello, dal momento che – come risulta dalla cronologia degli atti riportata dallo stesso contribuente – quando esso intervenne, l’appello era già stato da tempo notificato a mani di quest’ultimo.

Deve, in definitiva, farsi applicazione del principio per cui: “l’acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 c.p.c., (e configurabile solo anteriormente alla proposizione del gravame, giacchè successivamente allo stesso è possibile solo una rinunzia espressa all’impugnazione da compiersi nella forma prescritta dalla legge), consiste nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita: in quest’ultimo caso, l’acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione. Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia di primo grado favorevole non comporta acquiescenza alla sentenza, trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione. (Nella specie, la S.C., in applicazione di detto principio, ha escluso che potesse costituire acquiescenza l’adozione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, di un provvedimento di sgravio relativo a somme iscritte a ruolo e oggetto di cartelle annullate dal giudice di primo grado, nelle more del giudizio di appello)” (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 11769 del 11/07/2012; in termini, Cass. 21385/12; 21590/15; 6334/16).

p. 4. Venendo ora al motivo di ricorso principale, se ne riscontra la fondatezza.

Va infatti considerato che la cartella in oggetto si riferisce ad una pretesa impositiva divenuta definitiva non già per effetto dell’acquiescenza prestata dal contribuente in fase amministrativa, bensì a seguito di sentenza inoppugnabile resa a definizione del giudizio di opposizione all’avviso di liquidazione.

Il termine di decadenza di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, comma 2, lett. b), ravvisato dal giudice di merito, non è dunque qui applicabile; non perchè quest’ultima disposizione non sia astrattamente riferibile anche all’Invim (al contrario, vale in proposito il richiamo operato dal D.P.R. n. 643 del 1972, art. 31), ma perchè l’art. 76 cit. si riferisce alla decadenza dell’amministrazione finanziaria nella fase di imposizione ed accertamento della pretesa tributaria, non già in quella di riscossione in forza di giudicato.

Ne consegue che il termine di perenzione – non di decadenza, ma di prescrizione – doveva essere qui individuato in quello decennale di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 78; trattandosi di realizzazione – mediante riscossione esattoriale – di un credito che, in forza dell’accertamento giudiziale definitivo, era divenuto ormai certo, liquido ed esigibile.

Va dunque riaffermato l’orientamento di legittimità secondo cui: “in tema di imposta di registro, qualora la pretesa erariale si fondi su di una sentenza passata in giudicato, la relativa cartella esattoriale, avendo ad oggetto un credito definitivamente accertato a seguito di contenzioso e, come tale, avente titolo nella sentenza, va emessa entro il termine decennale di prescrizione previsto dal D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 78; non trovando applicazione, nell’ipotesi, nè il termine triennale di decadenza di cui al medesimo D.P.R., art. 76, che concerne, invece, l’esercizio del potere di imposizione, nè il termine annuale di decadenza sancito dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 17, lett. c), (rilevante “pro tempore”), che attiene alle somme dovute in base agli accertamenti dell’ufficio divenuti definitivi per mancata impugnazione dell’atto impositivo che li contiene” (Cass. n. 8380/13; in termini, più di recente, Cass. 9597/16).

Vale, in particolare, anche nella fattispecie qui in esame l’osservazione posta a base di tale orientamento giurisprudenziale, secondo cui – in tal caso – il titolo della pretesa tributaria non è più l’atto impositivo, ma la sentenza che ne ha confermato la legittimità pronunciando sul rapporto; sicchè è la sentenza, non l’atto, che viene ad avere successiva esecuzione.

Posto che tale termine è stato qui pacificamente osservato (notificazione della cartella 8 ottobre 2005, a seguito di passaggio in giudicato in data 28 aprile 1999 della sentenza CTP Taranto n. 258/05/1997), l’affermata perenzione va esclusa.

La sentenza della commissione tributaria regionale va dunque cassata in accoglimento del ricorso principale.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, nè essendo state dedotte altre questioni controverse, sussistono i presupposti per la decisione nel merito ex art. 384 c.p.c., mediante rigetto del ricorso introduttivo del contribuente; spese di legittimità e merito compensate, in ragione del consolidamento soltanto in corso di causa del richiamato orientamento giurisprudenziale di legittimità.

PQM

La Corte:

– rigetta il ricorso incidentale;

accoglie il ricorso principale;

– cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente;

compensa le spese;

– v.to il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012;

– dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della quinta sezione civile, il 16 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2017

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