Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15275 del 25/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 25/07/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 25/07/2016), n.15275

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1958/25015 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati LUIGI CALIULO,

LIDIA CARCAVALI,O, SERGIO PREDEN, ANTONELLA PATTERI, giusta procura

a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

A.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CARLO POMA 2,

presso lo studio dell’Avvocato GIUSEPPE SANTE ASSENNATO, che lo

rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1708/2013 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA del

10/12/2013, depositata il 10/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/06/2016 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI;

udito l’Avvocato PREDEN SERGIO, difensore del ricorrente, il quale si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Bologna in esito ad una consulenza ambientale ha accertato che A.M. tra il 9.8.1980 ed il 25.7.1986 è stato esposto in misura superiore a quella limite prevista dalla legge per tre mesi l’anno a fibre di amianto e che nel periodo dal 26.7.1986 al 31.12.1995 l’esposizione si era protratta per nove mesi l’anno per un totale di 125 mesi pari a 10,5 anni.

Sulla base di tale premessa ha quindi riconosciuto il diritto dell’ A. alla maggiorazione contributiva di cui della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, per il periodo indicato.

Per la cassazione della sentenza ricorre l’Inps che denuncia la violazione della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, D.Lgs. n. 277 del 1991, artt. 24 e 31 e del D.L. n. 269 del 2003, art. 47, comma 3, convertito in L. n. 326 del 2003, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Resiste con controricorso A.M..

Va premesso che, ai fini del riconoscimento della maggiorazione del periodo contributivo L. n. 257 del 1992, ex art. 13, comma 8, applicabile “ratione temporis”, occorre verificare se vi sia stato superamento della concentrazione media della soglia di esposizione all’ amianto di 0,1 fibre per centimetro cubo, quale valore medio giornaliero su otto ore al giorno, avuto riguardo ad ogni anno utile compreso nel periodo contributivo ultradecennale in accertamento e non, invece, in relazione a tutto il periodo globale di rivalutazione, dovendosi ritenere il parametro annuale (esplicitamente considerato dalle disposizioni successive che hanno ridisciplinato la materia) quale ragionevole riferimento tecnico per determinare il valore medio e tenuto conto, in ogni caso, che il beneficio è riconosciuto per periodi di lavoro correlati all’anno (cfr. Cass. n. 10671 del 2012 ed anche n. 9226 del 2013 e 20709 del 2015). Inoltre secondo la giurisprudenza della Cassazione il disposto della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, deve essere interpretato nel senso che il beneficio pensionistico ivi previsto spetta unicamente ai lavoratori che, in relazione alle lavorazioni cui sono stati addetti e alle condizioni dei relativi ambienti di lavoro, abbiano subito per più di dieci anni (periodo in cui vanno valutate anche le pause fisiologiche, quali riposi, ferie e festività) un’esposizione a polveri d’amianto superiore ai limiti previsti dal D.Lgs. n. 277 del 1991, artt. 24 e 31 (tra le molte, Cass. n. 4913/2001, 8859/2001, 2926/2002, 7084/2002, 10185/2002, 997/2003, 16256/2003, 16118/2005, 16119/2005, 27451/2006, 12866/2007).

La Corte territoriale non si è attenuta a tali principi individuando un limite esterno ultradecennale ed avendo a riferimento un periodo di esposizione qualificata nell’ambito di ciascun anno di soli tre mesi per il periodo dal 9.8.1980 al 25.7.1986 e di nove mesi per ciascun anno dal 26.7.1986 al 31.12.1995.

Peraltro in tal modo non è comunque conseguito il requisito dell’esposizione per 120 mesi atteso che anche sommando i mesi come indicato dalla Corte (9.8.1980-25.7.1986 = maggiore 6 anni x 3 mesi = 18 mesi; 26.7.1986 – 26.7.1995 = maggiore 9 anni x 9 mesi = 81 mesi; 81+18 = 99 mesi + 5 mesi e quattro giorni dal 27.7.1995 al 31.12.1995) si ottiene un totale di 104 mesi e 4 giorni inferiore quindi al minimo di legge.

Per tutto quanto sopra considerato il ricorso, manifestamente fondato, deve essere accolto e la sentenza cassata con decisione nel merito e rigetto dell’originaria domanda.

L’esito alterno dei giudizio di merito giustifica la compensazione delle spese dei rispettivi gradi mentre le spese del giudizio di legittimità, regolate in dispositivo, vanno poste a carico della parte soccombente. La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

PQM

La Corte, accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta l’originaria domanda.

Compensa tra le parti le spese dei giudizio di merito e condanna il contro ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 2000,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori dovuti per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 8 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2016

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