Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15267 del 20/06/2017

Cassazione civile, sez. II, 20/06/2017, (ud. 20/04/2017, dep.20/06/2017),  n. 15267

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18249/2013 proposto da:

D.L.A., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

BERGAMO 3, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE GITTO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

D.L. COSTRUZIONI S.R.L. in persona del legale rappresentante pro

tempore, D.L.M., DE.LI.AR., elettivamente ex lege in

ROMA P.ZZA CAVOUR presso la CORTE di CASSAZIONE, rappresentati e

difesi dall’avvocato MARIO ALDO COLANTONIO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2505/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/04/2017 dal Consigliere Dott. GUIDO FEDERICO.

Fatto

Con atto di citazione del 03.12.2003 D.L.A. convenne innanzi al Tribunale di Napoli De.Li.Ar., D.L.M. e la D.L. Costruzioni srl esponendo che: con atto notarile del 29.11.2001, De.Li.Ar., M. ed A., quali unici soci della IETIM di De Lisio Costruzioni srl, avevano pattuito la cessione di parte della quota di Ar. e M. in favore di A.;

– con atto notarile in pari data, i fratelli D.L., quali unici soci della D.L. Costruzioni srl avevano pattuito la cessione dell’intera quota di partecipazione di urelio in favore di Ar. e M.;

– con scrittura privata in pari data, sul presupposto che l’intera quota di partecipazione alla D.L. Costruzioni srl di A. era stata trasferita ad Ar. e M. e che tale società era proprietaria di alcuni immobili siti in (OMISSIS), i tre fratelli riconoscevano la quota di 1/3 del diritto di proprietà e di usufrutto di detti immobili in capo ad A., al quale conseguentemente spettava 1/3 delle relative rendite, da incassarsi al netto di oneri spese e imposte; – dalla data della scrittura privata e per tutto il 2002, veniva versata ad A. la quota di 1/3 delle rendite di tali immobili, ma dal mese di luglio 2003 tale quota non gli veniva più versata.

Ciò premesso, A. D.L. chiedeva la declaratoria del diritto di proprietà ed usufrutto di sua spettanza per la quota pro indiviso pari a 1/3 sugli immobili siti in (OMISSIS), con l’emissione dei provvedimenti necessari alla relativa trascrizione, nonchè la condanna dei convenuti, in solido o per quanto di propria competenza, alla corresponsione di 1/3 delle rendite e canoni percepiti e percipiendi a partire dal 2003 e la condanna degli stessi al risarcimento dei danni subiti a causa degli inadempimenti posti in essere.

I convenuti resistevano alla domanda e proponevano domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c..

Il Tribunale di Napoli rigettava la domanda attorea e la domanda riconvenzionale.

La Corte d’Appello di Napoli confermava la sentenza di primo grado, escludendo che potesse riconoscersi alla scrittura privata in esame valore ricognitivo del diritto di proprietà dell’immobile poichè essa era in contrasto con il precedente rogito, titolo costitutivo della proprietà degli immobili, dovendo conseguentemente escludersi la configurabilità di danni, attesa l’insussistenza di qualsiasi diritto di proprietà sugli immobili in questione in capo all’istante.

La Corte, inoltre, ordinò la cancellazione della trascrizione della domanda.

Per la cassazione di detta sentenza propone ricorso con due motivi D.L.A..

D.L. Costruzioni srl, De.Li.Ar. e D.L.M. resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo articolato motivo di ricorso il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1367 c.c., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo l’errata applicazione, da parte della Corte territoriale, dei canoni di ermeneutica negoziale, per aver escluso che la scrittura privata oggetto di causa avesse valore ricognitivo della proprietà. Da ciò l’errata ricostruzione della volontà delle parti perseguita con tale scrittura, e cioè quella di provvedere a una diversa distribuzione delle quote di comproprietà degli immobili e dei relativi frutti, meglio rispondente agli interessi delle medesime.

Il ricorrente denuncia inoltre che la Corte avrebbe omesso qualsiasi statuizione in relazione alla domanda di corresponsione dei canoni e dei frutti e di risarcimento dei danni.

Il motivo è infondato.

Con riferimento alla dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1367 c.c., occorre premettere che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, l’atto di ricognizione presuppone l’esistenza di un documento originale contenente una valida dichiarazione, da cui derivi l’esistenza del diritto riconosciuto, e non sostituisce il titolo, costituendo solo una prova della sua esistenza (Cass. Civ. Sez. 1^ sent. del 04/02/2009 n. 2719).

Nel caso in esame la Corte territoriale, a differenza di quanto affermato dal ricorrente, ha fatto corretta applicazione dei criteri di ermeneutica contrattuale previsti dalla legge e ha correttamente escluso il valore ricognitivo della scrittura in esame, attesa l’incompatibilità di tale scrittura con il titolo costitutivo del diritto di proprietà rappresentato da un rogito notarile sottoscritto anteriormente alla scrittura privata. Il valore ricognitivo, infatti, può riconoscersi solo qualora l’atto abbia contenuto compatibile con il precedente titolo costitutivo del diritto, di cui costituisce la prova, e non anche qualora i due atti risultino tra loro incompatibili.

Allo stesso tempo, la Corte ha correttamente ritenuto che, anche a voler riconoscere valore ricognitivo alla scrittura in esame, questa non sarebbe comunque idonea a trasferire il diritto di proprietà sul bene, teso che l’atto ricognitivo non sostituisce il titolo costitutivo del diritto, ma costituisce la prova della sua esistenza.

Da ultimo, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione dei principi giuridici ritenendo che non sarebbe possibile giungere a diversa conclusione anche qualora la scrittura in esame venisse considerata quale negozio di accertamento. E infatti, secondo l’indirizzo interpretativi) di questa Corte, l’acquisto derivativo della proprietà di un bene immobile postula un contratto, a contenuto traslativo, intervenuto con il precedente titolare del diritto e soggetto alla forma scritta “ad substantiam”, mentre, in difetto di questo, non può discendere da un negozio di mero accertamento, il quale può eliminare incertezze sulla situazione giuridica, ma non già sostituirne il titolo costitutivo (Cass. Civ. Sez. 3^ sent. del 18/06/2003 n. 9687).

In secondo luogo, non è ravvisabile la dedotta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. La Corte territoriale, infatti, ha esaminato le domande di corresponsione dei canoni e di risarcimento dei danni ed ha indicato congruamente e adeguatamente l’iter logico seguito per giungere alla statuizione di rigetto sul punto. Ad avviso della Corte, infatti, tali domande sono strettamente collegate al riconoscimento della proprietà del bene e, di conseguenza, l’accertamento negativo del diritto di proprietà ne giustifica il rigetto.

Ne discende che non sono ravvisabili la dedotta violazione di legge, nè il dedotto vizio motivazionale.

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., deducendo che la Corte ha ordinato la cancellazione della trascrizione della domanda sull’erroneo presupposto che in merito nulla aveva dedotto l’appellante. La Corte, infatti, avrebbe dovuto interpretare la domanda giudiziale, non limitandosi al tenore testuale, ma ricercando il fine concreto perseguito dalla parte con l’iniziativa giudiziaria assunta.

Il motivo è infondato.

Occorre premettere che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, la cancellazione della trascrizione della domanda, effettuata ai sensi degli artt. 2652 e 2653 c.c., deve essere ordinata dal giudice di merito, anche d’ufficio, con la pronuncia di rigetto della domanda medesima, non essendo richiesto che la sentenza sia passata in giudicato (Cass. Civ. Sez. 3^ sent. del 19/11/2007 n. 23929; Cass. Civ. Sez. 2^ sent. del 07/07/2009 n. 15964).

A tale indirizzo interpretativo risulta essersi conformata la Corte territoriale la quale ha pronunciato sulla richiesta di cancellazione della trascrizione della domanda effettuata ex art. 2653 c.c., sul presupposto del rigetto del gravame e non, come affermato erroneamente dal ricorrente, su presupposto che in merito a tale domanda nulla aveva dedotto l’appellante, essendo quest’ultima una mera circostanza di cui la Corte si è limitata a prendere atto ma che non ha avuto alcuna efficacia determinante sulla decisione.

Il ricorso va dunque respinto ed il ricorrente va condannato alla refusione delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente alla refusione delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario spese generali, in misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2017

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