Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15245 del 01/06/2021

Cassazione civile sez. lav., 01/06/2021, (ud. 04/02/2021, dep. 01/06/2021), n.15245

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2500-2020 proposto da:

E.O.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato AMERIGA PETRUCCI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI CROTONE, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGFESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 336/2019 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 28/05/2019 R.G.N. 27/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/02/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte di appello di Potenza, con la sentenza n. 336 del 2019, ha respinto il gravame proposto da E.O.A., cittadino della Nigeria (Edo State), avverso l’ordinanza del Tribunale della stessa sede che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento dello status di rifugiato nonchè della protezione sussidiaria ed umanitaria.

2. Il ricorrente di etnia Bende e di religione cristiana, in sintesi, aveva dichiarato di avere lasciato il suo Paese per paura di essere ucciso dai figli dello zio morto: in particolare, aveva precisato che, in seguito alla morte del padre, lo zio lo aveva costretto ad adorare un feticcio, una maschera cioè a cui venivano fatti dei sacrifici; essendosi rifiutato, perchè cristiano, dopo essersi recato dalla sorella, a causa di un litigio con il suddetto zio, quest’ultimo era caduto ed era morto; il cugino (primo figlio dello zio) aveva conseguentemente ucciso la sorella per cui si era deciso a scappare e, attraverso la Libia, era giunto in Italia il 3.9.2015.

3. La Corte di appello, a sostegno della propria decisione, ha ritenuto inattendibile il narrato; ha escluso la sussistenza delle condizioni per concedere lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria; inoltre, ha evidenziato che in Edo State non vi era una situazione di violenza indiscriminata e generalizzata e che non vi erano i presupposti per la protezione umanitaria.

4. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione E.O.A. affidato a tre motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, ai fini del diniego dello status di rifugiato, la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non avere i giudici di merito svolto alcuna attività istruttoria riguardo la vicenda che aveva provocato la fuga riguardante una persecuzione di tipo religioso; conseguentemente, lamenta l’illogicità e l’apparenza della motivazione in ordine alla mancata consultazione delle fonti internazionali e, quindi, il mancato assolvimento del dovere di cooperazione e la mancata valutazione degli elementi per concedere la chiesta protezione internazionale.

3. Con il secondo motivo si censura, in relazione al diniego della protezione sussidiaria, la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, perchè i giudici di merito, pur essendo stati resi edotti che esso richiedente aveva determinato, seppure accidentalmente la morte dello zio, non avevano valutato il rischio che potesse subire un processo per omicidio e/o una carcerazione nelle prigioni nigeriane nelle quali non vi era alcun rispetto dei diritti umani e dove vi era il rischio di subire trattamenti inumani e degradanti; inoltre, si obietta che non vi era stata una corretta valutazione della situazione di pericolo presente nelle aree del Delta del Niger, zona di origine del richiedente.

4. Con il terzo motivo il ricorrente si duole, relativamente al diniego della protezione umanitaria, della violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, per avere la Corte di merito respinto la chiesta protezione con una motivazione apparente nonostante fossero state prodotte numerose ed accreditate fonti internazionali che descrivevano la Nigeria dove le condizioni di vita erano precarie, anche dal punto di vista sanitario.

5. I primi due motivi, da trattarsi congiuntamente per connessione logico-giuridica, sono fondati e vanno accolti per quanto di ragione.

6. Invero, in sede di legittimità si è affermato, con un orientamento cui si intende dare seguito (Cass. n. 11175/2020), che, in tema di protezione internazionale sussidiaria, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 oltre a sancire un dovere di cooperazione del richiedente consistente nell’allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, pone a carico dell’autorità decidente un più incisivo obbligo di informarsi in modo adeguato e pertinente alla richiesta, soprattutto con riferimento alle condizioni generali del Paese d’origine, allorquando le informazioni fornite dal richiedente siano deficitarie o mancanti. In particolare, deve ritenersi necessario l’approfondimento istruttorio officioso quando il richiedente descriva una situazione di rischio per la vita o l’incolumità fisica che derivi da sistemi di regole non scritte sub statuali, imposte con la violenza e la sopraffazione verso un genere, un gruppo sociale o religioso o semplicemente verso un soggetto o un gruppo familiare nemico, in presenza di tolleranza, tacita approvazione o incapacità a contenere o fronteggiare il fenomeno da parte delle autorità statuali: ciò proprio al fine di verificare il grado di diffusione ed impunità dei comportamenti violenti descritti e la risposta delle autorità statuali.

7. Inoltre, è stato affermato, in tema di protezione internazionale, che ai fini dell’affermazione della sussistenza della causa ostativa, il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 10, comma 2, lett. b), e 16, comma 1, lett. b), alla protezione sussidiaria (o umanitaria) rappresentata dalla commissione da parte del richiedente di un delitto comune (nella specie: omicidio di un parente), il giudice del merito deve fra l’altro tenere conto anche del tipo di trattamento sanzionatorio previsto nel Paese di origine per il reato commesso dal richiedente – anche previo utilizzo dei poteri di accertamento ufficiosi di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, – in quanto il rischio di sottoposizione alla pena di morte nel Paese di provenienza o anche il rischio di subire torture o trattamenti inumani o degradanti nelle carceri del proprio Paese può avere rilevanza per l’eventuale riconoscimento sia della protezione sussidiaria, in base al combinato disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), con l’art. 14, lett. a) e b) dello stesso D.Lgs., sia, in subordine, della protezione umanitaria, in base all’art. 3 CEDU e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. n. 1033 del 2020).

8. Al riguardo va sottolineato che il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, una volta assolto, da parte del richiedente asilo, il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale che evidenzi aspetti contraddittori idonei a metterne in discussione la credibilità, poichè è finalizzato al necessario chiarimento di realtà e vicende che presentano una peculiare diversità rispetto a quelle di altri Paesi e che, solo attraverso informazioni acquisite da fonti affidabili, riescono a dare una logica spiegazione alla narrazione. (Cass. n. 24010/2020).

9. Nella fattispecie in esame, invece, la Corte territoriale, sugli aspetti narrati dal richiedente circa una persecuzione, in quanto cristiano, di tipo religioso subita dallo zio, e sul pericolo di essere sottoposto, a seguito della morte del predetto zio, ad un processo per omicidio, non ha svolto alcun accertamento nè in ordine al sistema giudiziario e carcerario della Nigeria, nè sulle tutele apprestate dagli organismi statuali con riguardo al verificarsi di episodi di violenza fisica e morale patiti, nel Paese di origine, a causa del credo religioso.

10. La trattazione del terzo motivo, concernente la protezione umanitaria, resta, conseguentemente, assorbita.

11. La sentenza impugnata dovrà, quindi, essere cassata, in relazione al primo e secondo motivo, per quanto di ragione, assorbito il terzo, con rinvio della causa alla Corte di appello di Potenza, in diversa composizione, la quale, nel procedere a nuovo esame, si atterrà ai principi sopra illustrati, provvedendo anche sulle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il secondo motivo per quanto di ragione, assorbito il terzo; cassa la sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di appello di Potenza, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 4 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 giugno 2021

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