Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15232 del 22/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 22/07/2016, (ud. 03/12/2015, dep. 22/07/2016), n.15232

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13111-2014 proposto da:

D.C.D., P.D., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DEI GRACCHI 39, presso lo studio

dell’avvocato ANNAMARIA FEDERICO, rappresentati e difesi

dall’avvocato COSIMO LUPERTO, giusta procura speciale a margine del

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO,

che lo rappresenta e difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 957/2013 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositato il 23/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/12/2015 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato in data 16 giugno 2012 presso la Corte d’appello di Potenza, P.D. e D.C.D. chiedevano la condanna del Ministero della giustizia al pagamento del danno non patrimoniale derivato dalla irragionevole durata della procedura concernente il fallimento di N.B., iniziata con la redazione dello stato passivo da parte del Tribunale di Lecce in data 4 marzo 1998 e non ancora conclusasi alla data della domanda.

L’adita Corte d’appello – premesso che dalla relazione del curatore fallimentare risultano molte e complesse opposizioni allo stato passivo, la vendita di 17 cespiti, effettuati tre piani di riparto che avevano soddisfatto anche i creditori privilegiati (come i ricorrenti), intraprese svariate azioni nell’interesse del fallimento – considerava ragionevole la durata di otto anni, per cui riteneva che fosse indennizzabile un ritardo di sei anni, a fronte della durata complessiva di quattordici anni, e riteneva, altresì, che ai ricorrenti potesse essere liquidato un indennizzo di Euro 2.400,00 per ciascuno, in considerazione del comportamento pressocchè contemplativo dei ricorrenti, con spese processuali compensate per la metà.

Avverso detto decreto i ricorrenti sopra indicati hanno proposto ricorso, affidato a tre motivi.

L’intimato Ministero ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata nella redazione della sentenza.

Con il primo motivo i ricorrenti deducono violazione o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e ss., art. 6, par. 1 CEDU, art. 111 Cost. e art. 2056 c.c., nonchè vizio di motivazione in merito, dolendosi del fatto che la Corte d’appello abbia determinato la durata ragionevole della procedura fallimentare presupposta in otto anni, in contrasto con le indicazioni della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la detta durata può essere al massimo di sette anni.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano altra violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e ss. dell’art. 111 Cost., Legge Costituzionale n. 2 del 1999, art. 1 dell’art. 6 par. 1 CEDU, dell’art. 2056 c.c., nonchè vizio di motivazione contraddittoria e omesso esame su fatti decisivi, dolendosi che la Corte d’appello abbia quantificato l’indennizzo in misura sostanzialmente pari ad Euro 400, per ciascun anno di ritardo, non sufficiente e comunque contrastante con i criteri fissati dalla giurisprudenza.

Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano ancora violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 degli artt. 2056, 1223 e 1226 c.c., della Legge Costituzionale n. 2 del 1999, art. 1 dell’art. 6, par. 1 CEDU, nonchè vizio di motivazione, per avere l’adita Corte d’appello quantificato l’indennizzo tenendo conto della condotta dei creditori, senza tuttavia operare una concreta valutazione della c.d. posta in gioco e della importanza della stessa, circostanze accertate dalla medesima corte di merito in altri contenziosi relativi alla medesima procedura concorsuale.

All’esame dei motivi occorre premettere che la presente controversia non è soggetta, ratione temporis, all’applicazione delle disposizioni introdotte dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazione, dalla L. n. 134 del 2012, applicabili ai ricorsi depositati a decorrere dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione.

Del resto, alle disposizioni introdotte nel 2012 non può neanche riconoscersi natura di norme di interpretazione autentica, atteso che, se è vero che per alcuni aspetti vengono recepiti orientamenti della giurisprudenza di questa Corte mutuati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, non vi è nulla nel D.L. n. 83 del 2012 che possa indurre a ritenere che il legislatore abbia inteso attribuire alle nuove disposizioni efficacia retroattiva, avendo anzi espressamente dettato una specifica previsione per la entrata in vigore della nuova disciplina.

Tanto premesso, il primo motivo di ricorso è fondato nei limiti di seguito esposti.

Invero, questa Corte ha avuto modo di affermare (Cass. n. 8468 del 2012), che la durata ragionevole delle procedure fallimentari può essere stimata in cinque anni per quelle di media complessità, ed è elevabile fino a sette anni, allorquando il procedimento si presenti notevolmente complesso; ipotesi, questa, ravvisabile in presenza di un numero elevato di creditori, di una particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi ecc.), della proliferazione di giudizi connessi alla procedura, ma autonomi e quindi a loro volta di durata condizionata dalla complessità del caso, oppure della pluralità delle procedure concorsuali interdipendenti.

Nel caso di specie, la Corte d’appello ha invece ritenuto ragionevole una durata superiore al massimo consentito.

Il motivo è invece infondato nella parte in cui i ricorrenti lamentano la omessa valutazione dei requisiti per poter ritenere la complessità della procedura concorsuale, oltre a pretendere di far risalire l’inizio della procedura rilevante ai fini dell’equa riparazione alla dichiarazione di fallimento, atteso che correttamente la Corte d’appello ha argomentato la complessità con le molteplici opposizioni allo stato passivo la vendita di 17 cespiti, la predisposizione di tre piani di riparto, oltre ad essere state intraprese svariate azioni giudiziarie nell’interesse del fallimento sfociate in contenziosi, di cui uno particolarmente complesso, ancora pendente al momento della presentazione della domanda di equa riparazione.

Quanto all’ulteriore questione della data di inizio della procedura ai fini del computo della durata ragionevole, altrettanto correttamente la corte di merito ha fatto riferimento alla data della domanda di insinuazione al passivo (Cass. n. 2207 del 2010; Cass. n. 20732 del 2011).

Il secondo ed il terzo motivo di ricorso – da trattare congiuntamente vertendo entrambi sul criterio di liquidazione dell’indennizzo – sono fondati. Questa Corte ha già avuto modo di chiarire che, se è vero che il giudice nazionale deve, in linea di principio, uniformarsi ai criteri di liquidazione elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (secondo cui, data l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore ad Euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore ad Euro 1.000,00 per quelli successivi), permane tuttavia, in capo allo stesso giudice, il potere di discostarsene, in misura ragionevole, qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di positiva smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto in motivazione (Cass. n. 18617 del 2010; Cass. n. 17922 del 2010). Si aggiunga, altresì, che è stato ritenuto in linea con le soglie dettate tanto dalla giurisprudenza europea quanto da quella nazionale, il criterio di Euro 500,00 per anno di ritardo in relazione alle procedure fallimentari (Cass. n. 16311 del 2014).

Tuttavia nella specie la Corte di merito, anche affermando di voler valorizzare il criterio del comportamento pressocchè contemplativo dei ricorrenti, ha poi finito per liquidare un indennizzo al di sotto di detto parametro, discostandosi, in senso riduttivo, da suddetti minimi.

Conclusivamente, va accolto il ricorso e il decreto impugnato deve essere cassato nei limiti sopra esposti.

Non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2.

Infatti, accertata la irragionevole durata della procedura fallimentare in anni sette, alla liquidazione dell’indennizzo può procedersi applicando il criterio di Euro 500,00 per anno di ritardo, ritenuto dalla più recente giurisprudenza congruo in relazione alle procedure fallimentari (Cass. n. 16311 del 2014 cit.), e determinando quindi l’ammontare dell’indennizzo in favore di ciascun ricorrente in Euro 3.500,00.

In conclusione, il Ministero della giustizia deve essere condannato al pagamento, in favore di ciascun ricorrente, della somma di Euro 3.500,00, oltre agli interessi legali dalla domanda al soddisfo.

Quanto alle spese processuali, va confermata sul punto la statuizione della corte di merito, con condanna del Ministero alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione.

PQM

La Corte, accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione;

cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della giustizia al pagamento, in favore di ciascun ricorrente, della somma di Euro 3.500,00, oltre agli interessi legali dalla data della domanda al saldo;

confermata la statuizione della Corte territoriale sulle spese di merito, condanna, altresì, il Ministero alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 700,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta civile – 2, il 3 dicembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2016

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