Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15226 del 11/07/2011

Cassazione civile sez. III, 11/07/2011, (ud. 09/06/2011, dep. 11/07/2011), n.15226

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

CIFA SRL (OMISSIS) in persona del suo legale rappresentante pro-

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI GRACCHI 209,

presso lo studio dell’avvocato CESARE CARDONI, rappresentata e difesa

dall’avvocato LOZUPONE GIUSEPPE EUGENIO, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

P.G. (OMISSIS), G.G.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ANGELO

SECCHI 3, presso lo studio dell’avvocato CORIGLIANO CAMPOLITI

GIUSEPPE, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GAUDENZI STEFANO LEONE, giusta mandato a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 319/2009 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 09/03/2009 pronunciata il 16.1/09;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/06/2011 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito per la ricorrente l’Avvocato Cesare Cardoni (per delega avv.

Giuseppe Eugenio Lozupone) che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. COSTANTINO

FUCCI che nulla osserva rispetto alla relazione scritta.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Quanto segue:

p. 1. La s.r.l. C.I.F.A. ha proposto ricorso per cassazione contro G.G. e P.G. avverso la sentenza depositata del 16.01.09 9 marzo 2009, con la quale la Corte d’Appello di Bologna ha accolto l’appello proposto dagli intimati avverso la sentenza resa in primo grado inter partes dal Tribunale di Ravenna.

Gli intimati hanno resistito con congiunto controricorso.

p. 2. Essendo il ricorso soggetto alle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e prestandosi ad essere trattato con il procedimento di cui all’art. 380 bis c.p.c. nel testo anteriore alla L. n. 69 del 2009, è stata redatta relazione ai sensi di detta norma, che è stata notificata agli avvocati delle parti e comunicata al Pubblico Ministero presso la Corte.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Considerato quanto segue:

1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. si sono svolte le seguenti considerazioni:

“(…) 3. – Il ricorso appare inammissibile, sia per inosservanza del requisito di cui all’art. 366 bis c.p.c. (ad esso applicabile ai sensi della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, avuto riguardo alla data di pronuncia della sentenza impugnata), sia per inosservanza del requisito della ed, indicazione specifica dei documenti e degli atti processuali sui quali si fonda, stabilito dall’art. 366 c.p.c., n. 6.

Sotto il primo aspetto si osserva che i cinque motivi sui quali il ricorso si fonda, tutti, tranne il quarto, deducenti oltre che violazione di norme di diritto, anche vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non si concludono con la formulazione del quesito di diritto e – per quanto attiene al vizio ai sensi del detto art. 360 c.p.c., n. 5, non si concludono e non contengono alcun momento di sintesi espressivo della cd. chiara indicazione, che, con riferimento a quel vizio esigeva l’art. 366 bis c.p.c. (al riguardo, si veda, ex multis, Cass. sez. un. n. 20603 del 2007).

Sotto il secondo aspetto, si deve rilevare che l’esposizione dei motivi fa riferimento: a) alle deposizioni testimoniali senza riprodurre il loro contenuto effettivo per la parte che interessa e senza indicare quale sia l’udienza in cui vennero assunte; b) alle consulenze di primo e secondo grado, non solo senza riprodurre le parti sulle quali i motivi si fondano, ma anche senza indicare se e dove esse siano state prodotte in questa sede di legittimità. In tal modo l’esposizione viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, che costituisce il precipitato normativo del principio di autosufficienza e che concerne anche gli atti processuali (al riguardo si vedano, con riferimento alla c.t.u., Cass. (ord.) n. 26266 del 2008 e Cass. n. 4201 del 2010).

4. – Tutti i motivi, tranne il quarto, omettono qualsiasi indicazione della norma o delle norme di diritto che si assume o si assumono violate, sì da incorrere anche nella violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 4.

p. 2. Il Collegio condivide le argomentazioni e le conclusioni della relazione, alle quali la memoria muove dei rilievi che non sono idonei a superale.

2.1. Vi si osserva, in primo luogo, evocando la sentenza della CEDU sul caso Drassich/Italia che la norma della L. n. 69 del 2009, art. 58, sarebbe difforme dalla norma transitoria della precedente riforma del D.Lgs. n. 40 del 2006 e tanto renderebbe scusabile l’errore di mancata osservanza dell’art. 366 bis c.p.c..

L’assunto, in disparte se la mera ipotetica diversità di una regola di diritto transitorio di una legge rispetto ad altra precedente induca una situazione di oggettiva difficoltà interpretativa, è del tutto generico, perchè non si dice come e perchè la regola del D.Lgs. n. 40 del 2006 (espressa per il giudizio di cassazione dall’art. 27, comma 2, del D.Lgs.) sarebbe diversa da quella della L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 5, e per quali ragione la diversità ingegnerebbe confusione. Onde il Collegio non ritiene necessario svolgere considerazioni dirette a dimostrane la ragionevolezza (come, peraltro, è stato già fatto: si veda Cass. (ord.) n. 10912 del 2010, alle cui motivazioni si rinvia).

p. 2.2. In secondo luogo nella memoria si articolano una serie di deduzioni con le quali si vorrebbe assolvere al requisito dell’art. 366 bis c.p.c., ma in tal modo non si considera che è stato già affermato che “Il ricorso per cassazione mancante dell’indicazione esplicita del quesito di diritto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., non può essere successivamente integrato con la sua formulazione nella memoria ex art. 380 bis cod. proc. civ., ancorchè non sia scaduto il termine per impugnare, ostandovi il principio della consumazione dell’impugnazione con la presentazione del primo ricorso” (Cass. sez. un. n. 19444 del 2009.

2.2. In fine, quanto al rilievo di inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, la memoria ritiene di criticarlo, in modo, evidentemente, del tutto inconferente, decisioni di questa Corte rese nel regime anteriore all’introduzione della norma.

3. Il ricorso dev’essere, dunque, dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione ai resistenti delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro seimila, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 9 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2011

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