Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15188 del 23/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 23/06/2010, (ud. 25/03/2010, dep. 23/06/2010), n.15188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ALTIERI Enrico – Presidente –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – rel. Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.A., D.M., quali eredi del de cuius

D.U., D.D., D.S.,

elettivamente domiciliati in ROMA PIAZZA ADRIANA 8, presso lo studio

dell’avvocato BIASIOTTI MOGLIAZZA GIOVANNI FRANCESCO, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GAMBARDELLA DANIELA,

giusta delega in calce;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI (OMISSIS), MINISTERO DELL’ECONOMIA

E

FINANZE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 90/2004 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 17/02/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

25/03/2010 dal Consigliere Dott. MARIAIDA PERSICO;

udito per il ricorrente l’Avvocato GAMBARDELLA, che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.D., S. ed U. proposero ricorso avverso l’avviso di accertamento con cui l’Ufficio del Registro di Roma aveva rettificato il valore dichiarato nell’atto di cessione di porzioni immobiliari site nel Comune di Giudonia Montecelio, deducendo l’eccessività della valutazione in relazione al cattivo stato di manutenzione ed in relazione alla destinazione agricola del suolo di pertinenza.

La Commissione Tributaria Provinciale rigettava il ricorso.

I ricorrenti interponevano appello ribadendo che l’UTE non aveva attribuito la rendita catastale nei termini di 10 mesi dalla richiesta e che non si sarebbe potuto, pertanto, emettere l’avviso di accertamento sul maggior valore accertato; che la stima dell’UTF era successiva di due anni rispetto alla cessione e riferita ad un momento in cui già si erano verificati degli interventi di recupero;

che la rendita catastale, anche rivalutata, portava a valori diversi da quelli accertati. L’Ufficio costituitosi deduceva che la tardività dell’istanza di attribuzione della rendita catastale rende inapplicabile il metodo di attribuzione automatica del valore degli immobili.

La Commissione Tributaria Regionale rigettava l’appello.

Contro tale ultima sentenza ricorrono i contribuenti con duplice motivo, l’Ufficio non controdeduce.

Diritto

MOTIVAZIONI

D.A. e M., nella qualità di eredi di D. U., deceduto nelle more, unitamente a D.D. e D.S. ricorrono (deducendo la violazione del D.L. n. 70 del 1988, art. 12 del conv. nella L. n. 154 del 1988; del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52; e dell’art. 112 c.p.c.; il tutto in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5) per non avere il giudice di merito minimamente esaminato la domanda con riferimento alla dedotta impossibilità per l’Ufficio di procedere ad accertamento di stima in presenza di una richiesta di attribuzione della rendita catastale non evasa; ed ancora perchè la mancata emissione del certificato di attribuzione della rendita – alla quale l’UTE è obbligata a prescindere dalla tardività della richiesta del contribuente – ha privato il contribuente stesso della difesa derivante da quella valutazione ufficiale (che è poi giunta con l’emissione ritardata del detto certificato, riportante valori assolutamente in linea con quelli dichiarati).

La censura è inammissibile nella sua prima parte e infondata nella seconda.

Ed infatti secondo una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte, totalmente disattesa dai ricorrenti, hi omessa pronuncia su una domanda, ovvero su specifiche eccezioni fatte valere dalla parte, integra una violazione dell’art. 112 c.p.c., che deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 4, e, conseguentemente, e inammissibile il motivo di ricorso con il quale la relativo censura sia proposta sotto il profilo della violazione di norme di diritto, ovvero come vizio della motivazione (tra le tantissime, Cass. 1^ febbraio 2010 n. 2234; Cass. 27 gennaio 2006, n. 1755; Cass, 26 gennaio 2006, n. 1701; Cass. 2 novembre 2005, n. 22897).

Ancora, con riferimento alla tardivo richiesta di valutazione automatica, questa Corte ha già affermato (Cass. 23 luglio 2009, n. 17206) il principio secondo il quale “In tema di imposta di successione, qualora gli eredi, dopo aver manifestato la volontà di avvalersi del sistema di valutazione automatica previsto dal D.L. n. 70 del 1998, art. 12, conv. in L. n. 154 del 1988, in riferimento ad immobili non iscritti in catasto, siano decaduti dai beneficio, per aver omesso di produrre entro sessanta giorni la ricevuta dell’avvenuta presentazione dell’istanza di attribuzione della rendita catastale, l’ufficio, per recuperare la maggioro imposta dovuta, non può limitarsi ad emettere un avviso di liquidazione, ma, anche quando proceda alla determinazione del valore sulla base della valutazione comunicata dall’UTE, deve emettere avviso di accertamento, ai sensi del D.Lgs. n. 346 de 1990, art. 34, comma 3, risultando altrimenti pregiudicato il diritto di difesa del contribuente, che deve essere posto in grado di conoscere i presupposti di fatto dell’accertamento e le ragioni giuridiche che lo hanno determinato.” Nel caso di specie, in ossequio al principio di cui sopra, stante la tardività della domanda, l’Ufficio ha emesso un avviso di accertamento con il quale ha provveduto a rettificare il valore dichiarato (L. 120.000.000).

Con il secondo motivo i ricorrenti censurano l’impugnata sentenza per omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5) e per violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52 e art. 112 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3) per non avere la stessa censurato l’Amministrazione che ha proceduto alla stima del terreno agricolo, pur essendo stato applicato allo stesso il disposto dell’art. 52 del citato D.P.R., e per non dare sufficiente motivazione sulla ritenuta congruità del valore accertato con riferimento agli immobili.

La censura è infondata con riferimento al valore accertato per il terreno agricolo.

E’ infatti pacifico tra le parti che nell’atto d’acquisto dell’intero compendio (formato da terreno agricolo e dagli immobili) era stato dichiarato come unico e complessivo valore quello di L. 120.000.000, senza ulteriori distinzioni. Questa Corte ha già affermato (Cass. 2 ottobre 2009 n. 21144): “In tema di imposta di registro, il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 4, non attribuisce ai contribuente il diritto di ottenere, in ogni caso, la determinazione della base imponibile tramite il meccanismo di calcolo di cui al combinato disposto degli artt. 51 e 52, atteso che la norma non ha inteso individuare, per gli immobili, una base imponibile diversa dal valore venale del bene, ma ha introdotto, per converso – al fine di ridurre le controversie tra amministrazione finanziaria e contribuenti – una mera preclusione al potere di accertamento dell’Amministrazione stessa, qualora nell’atto venga indicato almeno un valore non inferiore a quello ottenibile con il procedimento di valutazione cosiddetto “automatica”.

Nel caso di specie le parti contraenti, pur avendo indicato il reddito catastale del terreno agricolo, hanno omesso di specificare nell’atto di cessione il valore (distinto e diverso dal tutto) che esse attribuiscono allo stesso; tale omissione non consente nè all’ufficio accertatore, nè al giudice tributario che giudica sull’atto di accertamento, di valutare l’esistenza degli estremi necessari per l’applicabilità del disposto del citato D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 4, non potendo essi stabilire, in luogo delle parti (eventualmente facendo ricorso ai parametri fissati dall’art. 52 del cit. D.P.R., come sostengono i ricorrenti) il valore che le parti stesse avrebbero potuto attribuire al terreno. Tanto comporta l’infondatezza di tale censura.

Il motivo in esame è invece fondato con riferimento al vizio di motivazione su di un punto decisivo della controversia.

La rendita catastale attribuita nelle more del giudizio dall’UTE rappresenta infatti un indice oggettivo, che può essere superato con adeguata e logica motivazione che, tenuto conto dello stesso, dia conto dell’iter logico-giuridico seguito dal giudice per disattenderla. Di tanto non vi è traccia nella impugnata sentenza che non valuta comparativamente il materiale probatorio raccolto; non fornisce alcuna spiegazione sulle motivazioni in virtù delle quali è stata privilegiata (tra le due C.T. di parte) quella dell’UTE che, di fatto, è stata smentita dalla rendita poi attribuita dall’UTE stesso; fa riferimento ad eventi (possibili condoni e possibile variazione delle norme urbanistiche) futuri ed incerti e, come tali, assolutamente irrilevanti.

Il ricorso, in tali, limiti, va pertanto accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio ad una diversa sezione della C.T.R. che, nell’attenersi ai principi di diritto sopra espressi, provvedere anche sulle spese.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso, accoglie il secondo nei limiti di cui in motivazione; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio.

Così deciso in Roma, il 25 marzo 2010.

Depositato in Cancelleria il 23 giugno 2010

 

 

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