Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15161 del 20/06/2017


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Cassazione civile, sez. III, 20/06/2017, (ud. 16/02/2017, dep.20/06/2017),  n. 15161

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23971/2014 proposto da:

T.M.A., F.V., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA VITTORIA COLONNA 32, presso lo studio dell’avvocato

VALENTINA NOVARA, rappresentati e difesi dall’avvocato SALVATORE

SPEDALE giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

F.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO

25, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO ERRANTE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ENRICO CADELO giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

M.G., M.M., P.F.P.,

P.A., P.G., P.G.G.,

PA.AN., PA.GI.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 838/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 21/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/02/2017 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

con atto di citazione del 30 maggio 2001, F.R. aveva evocato in giudizio, davanti al Tribunale di Palermo, il prozio paterno Fa.Vi. (classe (OMISSIS)) ed i coniugi F.V. (classe (OMISSIS)) e T.M.A., rispettivamente fratello e cognata, facendo presente che pendeva davanti alla Corte d’Appello di Palermo un separato giudizio, promosso da F.R., nei confronti del prozio, Fa.Vi., per la dichiarazione di decadenza dai legati attribuiti a F.V. per avere lo stesso posto in essere una condotta che determinava la decadenza dai legati. F.R. aggiungeva che con atto di donazione modale del 3 agosto 1999, Fa.Vi. (classe (OMISSIS)) aveva donato la nuda proprietà di quasi tutto il suo patrimonio immobiliare ai nipoti. Ciò premesso ritenendo che tale atto di disposizione avesse arrecato pregiudizio alle proprie pretese creditorie e sul presupposto della natura gratuita di tale atto, ne aveva chiesto la dichiarazione di inefficacia ai sensi dell’art. 2901 c.c.. Con sentenza dell’8 ottobre 2008 il Tribunale di Palermo respingeva la domanda proposta da F.R. nei confronti di F.V. e dei coniugi F. (classe (OMISSIS)) – T., escludendo la natura di negozio a titolo gratuito di quello stipulato in data 3 agosto 1999 e prevedendo, quale corrispettivo della cessione della nuda proprietà di numerosi beni immobili, l’obbligo a carico dei pronipoti di provvedere all’assistenza morale e materiale del disponente e della moglie di questi, A., vita natural durante, oltre alla coltivazione dei fondi;

avverso tale decisione proponeva appello in data 4 marzo 2009 F.R. e la Corte territoriale, con sentenza pubblicata il 21 maggio 2014, in accoglimento dell’appello dichiarava inefficace nei confronti di F.R. l’atto di donazione modale in oggetto, con condanna al pagamento delle spese di lite, qualificando tale negozio, non come contratto atipico di vitalizio alimentare o assistenziale, ovvero contratto di mantenimento, ma quale donazione modale, caratterizzata da ridotta aleatorietà e ritenendo sussistenti i presupposti per la azione revocatoria;

avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione F.V. e T.M.A. sulla base di due motivi;

resiste in giudizio F.R. con controricorso depositando, altresì, memoria difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

con il primo motivo i ricorrenti lamentano violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 793, 1861, 1862, 1872, 2739 c.c., oltre al difetto di motivazione, ritenendo erronea la qualificazione adottata dalla Corte territoriale come donazione modale e non come contratto atipico di vitalizio alimentare o assistenziale, con riferimento a quello stipulato in data 3 agosto 1999 fra F.V. e i nipoti odierni ricorrenti. Sulla base di una giurisprudenza consolidata tale contratto avrebbe la natura di negozio a titolo oneroso a prescindere dalla denominazione risultante dal contratto;

con il secondo motivo lamentano violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., n. 2 e art. 2697 c.c., oltre a difetto di motivazione deducendo che il creditore che agisce ai sensi dell’art. 2901 c.c., ha l’onere di provare i presupposti, oggettivo e soggettivo, della pretesa; in particolare, con riferimento a quest’ultimo, la controparte non avrebbe dimostrato alcunchè e la Corte territoriale avrebbe applicato erroneamente i principi generali sull’onere della prova;

i motivi sono manifestamente inammissibili per assoluto difetto di autosufficienza poichè la questione riguarda l’applicazione dei criteri di ermeneutica, con riferimento all’atto di donazione modale per notaio O.M. di (OMISSIS) del 3 agosto 1999 e i ricorrenti hanno omesso di trascrivere anche una sola parola di tale contratto e non hanno indicato l’allocazione dello stesso all’interno degli atti di causa. Entrambi i motivi, con riferimento al difetto di motivazione, sono inammissibili poichè tale censura non può essere formulata sulla base del riformato art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile al presente giudizio, poichè la sentenza impugnata è stata depositata nell’anno 2014. Infatti, nell’ipotesi in cui la censura riguardi la errata interpretazione della natura del contratto ciò onera il ricorrente di trascrivere integralmente il testo negoziale (Cass, 24 marzo 2016, n. 5922 ed altre);

i motivi sono altresì inammissibili per omessa specificazione dei criteri di interpretazione contrattuale asseritamente violati risolvendosi la critica della sentenza impugnata nella mera contrapposizione della diversa interpretazione fornita dai ricorrenti (Cass, 22 febbraio 2007, n. 4178). I ricorrenti avrebbero dovuto individuare le regole legali di interpretazione asseritamente violate precisando con quali considerazioni la Corte territoriale si è discostata dai canoni legali che si assumono violati. Al contrario non può essere presa in esame la critica del convincimento del giudice di merito realizzata attraverso una mera contrapposizione di una interpretazione difforme da quella desumibile dalla sentenza impugnata, impinguendo un tale motivo nel merito della controversia in cui riesame non è consentito in sede di legittimità (Cass., 10 settembre 2013, n. 20687);

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17: “Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

PQM

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese in favore del controricorrente, liquidandole in Euro 7.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2017

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