Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15158 del 16/07/2020

Cassazione civile sez. trib., 16/07/2020, (ud. 09/01/2020, dep. 16/07/2020), n.15158

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. STALLA Giacomo Maria – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – rel. Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5114-2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.A., G.F., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIALE MANLIO GELSOMINI 4, presso lo studio dell’avvocato CARLO

ALBERTO TROILI MOLOSSI, rappresentati e difesi dall’avvocato

FRANCESCO CRISI;

– controricorrenti –

e contro

B.A., P.V.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 455/2014 della COMM. TRIB. REG. di PERUGIA,

depositata il 02/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/01/2020 dal Consigliere Dott. LIBERATO PAOLITTO.

Fatto

RILEVATO

che:

1. – con sentenza n. 455/1/14, depositata il 2 luglio 2014, la Commissione tributaria regionale dell’Umbria ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle Entrate così confermando la statuizione del giudice di prime cure che aveva annullato un avviso di liquidazione delle imposte di registro e ipocatastali correlate a contratto di compravendita del 22 settembre 2011;

– il giudice del gravame ha rilevato, in sintesi, che la fattispecie contrattuale rientrasse nell’àmbito di applicazione dell’agevolazione prevista dalla L. n. 168 del 1982, art. 5, e che all’Agenzia non fosse dato di sindacare nel merito “l’operato dell’Amministrazione Comunale”;

2. – l’Agenzia delle Entrate ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di due motivi;

– resistono con controricorso G.A. e G.F.;

– le intimate B.A. e P.V. non hanno svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – col primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Agenzia denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 168 del 1982, art. 5, in relazione alla L. n. 457 del 1978, art. 27, nonchè dell’art. 14 preleggi, assumendo, in sintesi, che, avuto riguardo all’oggetto dell’intervento edilizio in questione (riqualificazione di una zona agricola), ed alle connesse disposizioni procedurali (che non implicavano la conclusione di una convenzione urbanistica; L. regione Umbria, 22 febbraio 2005, n. 11, art. 35), – la fattispecie contrattuale ripresa a tassazione (vendita di terreni agricoli con “annessi agricoli da demolire e da sostituire con immobili abitativi”) non poteva ricondursi all’àmbito oggettivo di applicazione dell’agevolazione prevista dalla L. n. 168 del 1982, art. 5 (in relazione ai piani di recupero disciplinati dalla L. n. 457 del 1978, artt. 27 ss.);

– il secondo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, reca denuncia di violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, sul rilievo che la nullità della gravata sentenza conseguiva da un apparato argomentativo meramente apparente, – in quanto tale inidoneo a dar conto delle sue ragioni giustificative, – che, oltretutto, si era incentrato (solo) sul (non contestato) profilo pertinente alla legittimità degli atti amministrativi adottati dal Comune di Bastia Umbra, senza esaminare le ragioni poste a fondamento dell’inapplicabilità dell’agevolazione ex adverso pretesa;

2. – il secondo motivo, – il cui esame va anteposto per ragioni di pregiudizialità, – è destituito di fondamento in quanto la gravata sentenza, sia pur con succinta motivazione, ha dato conto delle ragioni fondative del decisum avuto riguardo alla rilevata equiparazione oggettiva e soggettiva del piano di recupero adottato sulla base della legislazione regionale ai requisiti agevolativi riferiti ai piani di recupero di cui alla L. n. 168 del 1982, art. 5;

3. – è, per converso, fondato, e va accolto, il primo motivo;

3.1 – la L. n. 168 del 1982, art. 5, comma 1, dispone nei seguenti termini: “Nell’ambito dei piani di recupero di iniziativa pubblica, o di iniziativa privata purchè convenzionati, di cui agli artt. 27 e seguenti della L. 5 agosto 1978, n. 457, ai trasferimenti di immobili nei confronti dei soggetti che attuano il recupero, si applicano le imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa.”;

– la L. regione Umbria, 22 febbraio 2005, n. 11 (intitolata “Norme in materia di governo del territorio: pianificazione urbanistica comunale”), all’art. 35, commi 5, 8 e 9, (inserito nel titolo III, capo II della legge, recante “norme per il territorio agricolo”), per quel che qui rileva, dispone(va) nei seguenti termini: “5. Per gli edifici rurali esistenti, non adibiti a residenza, ancorchè utilizzati per uso diverso dall’attività agricola, sono consentiti gli interventi edilizi di manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia ed urbanistica, al fine di migliorare la qualità strutturale e favorire la riqualificazione urbanistica e ambientale. Gli interventi di ristrutturazione urbanistica, con riferimento ai quali è prevista la demolizione e ricostruzione degli edifici in sito diverso, sono consentiti purchè la ricostruzione del fabbricato avvenga nelle aree dove sono già presenti edifici di tipo abitativo, produttivo o ricettivo, entro cinquanta metri dall’edificio più vicino o dal suo successivo ampliamento ancorchè l’edificio stesso è situato nel territorio di un comune confinante e comunque nel rispetto della disciplina del sistema e delle unità di paesaggio di cui all’art. 3, comma 2, ove prevista dal PRG. L’eventuale delocalizzazione di edifici destinati ad attività zootecniche, ai fini della riqualificazione urbanistica degli ambiti interessati, è comunque effettuata nel rispetto delle norme igienico-sanitarie, e di quanto previsto alla L.R. n. 27 del 2000, art. 27, comma 6, o comunque in allontanamento…

… 8. Per gli edifici rurali esistenti alla data del 13 novembre 1997, non adibiti a residenza, ancorchè oggetto di interventi edilizi dopo tale data e anche se utilizzati per uso diverso dall’attività agricola, gli interventi di cui al comma 5 possono comprendere anche il cambiamento di destinazione d’uso, come previsto al comma 7, purchè tali edifici siano in muratura o a struttura in cemento armato o metallica chiusa almeno su tre lati e purchè ricadenti, anche a seguito degli interventi di ristrutturazione urbanistica, nelle aree dove sono già presenti edifici di tipo abitativo o ricettivo, entro cinquanta metri da questi o dal relativo ampliamento e limitatamente a una superficie utile coperta di duecento metri quadri per ciascuna impresa agricola o proprietà fondiaria anche in caso di frazionamento e trasferimento della proprietà successivamente al 13 novembre 1997, da realizzare in un unico edificio.

9. Gli interventi di ristrutturazione urbanistica e/o di cambiamento della destinazione d’uso per gli edifici di cui ai commi 5 e 8, nonchè gli interventi di ampliamento di cui al comma 4, sono condizionati a permesso di costruire con atto d’obbligo per regolare i rapporti connessi all’intervento.”;

3.2 – la Corte ha già rilevato che l’agevolazione di cui alla L. n. 168 del 1982, art. 5, – fondata su di un duplice presupposto, l’uno di carattere oggettivo, costituito dall’inserimento dell’immobile in piani di recupero di iniziativa pubblica o privata convenzionati, l’altro di carattere soggettivo, costituito dall’essere l’acquirente uno dei soggetti che attuano il recupero (v. Cass., 31 ottobre 2018, n. 27904; Cass., 10 novembre 2015, n. 22899; Cass., 26 marzo 2014, n. 7046; Cass., 21 luglio 2010, n. 17061; Cass., 29 settembre 2003, n. 14478; Cass., 8 settembre 1999, n. 9520), – costituisce norma di natura eccezionale, da interpretarsi, pertanto, restrittivamente con riferimento alla finalità, perseguita dal legislatore, di agevolare sul piano tributario lo sviluppo dell’edilizia abitativa mediante il recupero del patrimonio edilizio esistente (v. Cass., 31 gennaio 2017, n. 2397; Cass., 29 gennaio 2014, n. 1844; Cass., 5 giugno 2013, n. 14152);

– si è, quindi, rimarcato, – quanto ai piani di recupero di iniziativa privata (v. L. n. 457 del 1978, art. 30, in relazione alla L. n. 1150 del 1942, art. 28), – che la convenzione (art. 30, cit.) costituisce requisito indefettibile ai fini del riconoscimento dell’agevolazione, “ed anzi ne è il motivo reale, dovendosi considerare che il legislatore ha ritenuto di attribuire un regime fiscale più favorevole agli attuatori di piani di recupero convenzionati proprio perchè essi si assumono l’onere di un intervento di maggiore rilievo urbanistico, implicante l’esecuzione di quelle opere infrastrutturali che proprio la convenzione è destinata a regolare minutamente.” (così Cass., 16 settembre 2015, n. 18186; v., altresì, Cass., 7 marzo 2012, n. 3520); – nonchè, – con riferimento, ora, ai piani particolareggiati, – che la loro equiparazione ai piani di recupero “non può intendersi generalizzata, ma deva essere intesa nel senso previsto dalla normativa indicata, la quale (L. n. 457 del 1978, art. 34) prevede che soltanto ai piani particolareggiati “già approvati alla data di entrata in vigore della presente legge e finalizzati al risanamento del piano edilizio esistente”, i Comuni possono attribuire il valore di piani di recupero.” (Cass., 31 gennaio 2017, n. 2397, cit.);

3.3 – avuto, quindi, riguardo tanto all’oggetto dell’intervento edilizio correlato ai beni compravenduti quanto alle relative disposizioni procedurali, è del tutto evidente che, nella fattispecie, l’agevolazione in discorso non poteva trovare applicazione, difettando l’esistenza tanto di un piano di recupero del patrimonio edilizio esistente (laddove emergeva, diversamente, la finalità di “migliorare la qualità strutturale e favorire la riqualificazione urbanistica e ambientale”) quanto di un piano convenzionato di iniziativa privata;

4. – la gravata sentenza va, pertanto, cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito con rigetto dell’originario ricorso proposto dai contribuenti;

– – le spese dei gradi di merito vanno compensate tra le parti, avuto riguardo all’evolversi della vicenda processuale, mentre quelle del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, vanno disciplinate secondo soccombenza dei contribuenti.

PQM

La Corte:

rigetta il secondo motivo di ricorso, accoglie il primo motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo la causa nel merito, rigetta l’originario ricorso dei contribuenti;

compensa, tra le parti, le spese dei gradi di merito e condanna i contribuenti al pagamento in solido, in favore dell’Agenzia delle Entrate, delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 5.600,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 9 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 luglio 2020

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