Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15156 del 20/06/2017


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Cassazione civile, sez. III, 20/06/2017, (ud. 13/01/2017, dep.20/06/2017),  n. 15156

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3572-2015 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale

rappresentante pro tempore rappresentato dalla ROMEO GESTIONI SPA in

persona del suo Amministratore Delegato Dott. T.E.,

elettivamente domiciliato in ROMA, GIOVANNI BATTISTA VICO 22, presso

lo studio dell’avvocato ANDREA SABINO, rappresentato e difeso

dall’avvocato STEFANO CIANCI giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MEDIA PIU’ SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona dei coliquidatori pro

tempore S.M. e S.C., elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA B. BUOZZI 82, presso lo studio dell’avvocato LUCA

VINCENZO ORSINI, che la rappresenta e difende giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4083/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/01/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato T.F. per delega.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L’I.N.P.S. – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, rappresentato dalla Romeo Gestioni s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione contro la Media Più s.r.l. (già Nuova Dimensione Pubblicitaria Adversing s.r.l.) avverso la sentenza del 17 giugno 2014, con cui la Corte d’Appello di Roma ha rigettato il suo appello avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 8819 del 2010, che aveva rigettato la domanda, proposta da essa ricorrente in nome e per conto dell’I.N.P.S., con ricorso ai sensi dell’art. 447-bis c.p.c., depositato il 20 marzo 2008.

Tale domanda era stata proposta per ottenere il pagamento di canoni e oneri accessori relativi al periodo dal 1999 al 2004, riguardo alla locazione di un immobile sito in (OMISSIS), che, a dire della ricorrente, rientrava nell’ambito di un contratto di affidamenti dei servizi di gestione amministrativa, tecnica e commerciale del patrimonio immobiliare dell’I.N.P.S., stipulato il 12 luglio 2002 ed in forza del quale la qui ricorrente aveva giustificato il suo potere di rappresentanza.

La convenuta si era costituita ed aveva in via preliminare contestato la legittimazione processuale della ricorrente, adducendo che l’immobile, cui si riferiva la pretesa creditoria, non rientrava tra quelli compresi nel suddetto contratto.

Il Tribunale riteneva fondata tale eccezione e rigettava la domanda per carenza di legittimazione processuale dell’attrice, in quanto riconosceva che l’immobile non rientrava nel contratto di affidamento.

2. La Corte territoriale, con la sentenza impugnata, dopo avere disatteso le ragioni dell’appello della ricorrente, fondate sull’assunto che il contratto di affidamento comprendesse l’immobile e di un preteso riconoscimento della legittimazione per comportamento concludente, costituito dall’invio di comunicazioni e pagamenti di canoni alla Romeo, per quanto in questa sede interessa ha rigettato anche il motivo di appello, con cui la Romeo si era doluta che il Tribunale non avesse consentito la sanatoria del difetto di rappresentanza a norma dell’art. R.g.n. 3572-15 182 c.p.c., nel testo anteriore alla modifica operata dalla l n. 69 del 2009.

3. Al ricorso ha resistito con controricorso l’intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 77 c.p.c. e art. 182 c.p.c., comma 2 nonchè dell’art. 24 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”.

Vi si censura la motivazione della sentenza capitolina, là dove ha disatteso il motivo di appello con cui la ricorrente si era doluta del mancato esercizio da parte del primo giudice del potere di cui all’art. 182 c.p.c. in funzione del superamento, con riguardo all’oggetto del giudizio, del difetto di potere rappresentativo dell’I.N.P.S. in capo alla ricorrente.

La Corte romana, che nell’esposizione del fatto processuale ha dato atto che in via subordinata, rispetto alle ragioni tendenti a sostenere che l’esistenza del potere di rappresentanza fosse stato documentato con le produzioni documentali effettuate dalla ricorrente e, in via gradata, che detto potere fosse stato riconosciuto comunque tacitamente, ha rigettato il motivo di appello subordinato inerente alla mancata applicazione dell’art. 182 c.p.c., osservando che “secondo, poi, il disposto normativo invocato (…) nella formulazione previgente alla modifica introdotta con la L. n. 69 del 2009 – trattandosi di giudizio instaurato nel 2008 – nessun obbligo sussisteva alla concessione di alcun termine per la sanatoria del difetto di rappresentanza, nè la sanatoria del difetto di legittimazione è stata richiesta con la costituzione nell’odierno giudizio del soggetto eventualmente legittimato”.

2. La critica a tale motivazione si articola:

a) con la deduzione che al contrario l’art. 182 c.p.c., pur nel testo anteriore alla modifica disposta dalla L. n. 69 del 2009, andava interpretato, nonostante l’uso del verbo “può” quanto al potere del giudice, nel senso che, in realtà l’esercizio di esso fosse obbligatorio, in quanto funzionale, nel caso di esercizio di potere rappresentativo in carenza di conferimento, alla garanzia del diritto di difesa e di azione ai sensi dell’art. 24 Cost. in capo al rappresentato;

b) con l’evocazione della dottrina favorevole a detta esegesi del verbo “può” e del’avallo che essa ha ricevuto da Cass. sez. un. n. 9217 del 2010 e da successive pronunce delle sezioni semplici della Corte;

c) sull’inesistenza di limiti temporali al doveroso esercizio del potere di ufficio di cui alla detta norma ed alla idoneità dell’integrazione della rappresentanza in esecuzione dell’autorizzazione di cui ad essa a superare ogni decadenza processuale, essendo la relativa sanatoria retroattiva.

3. Il motivo è fondato.

Lo è sulla base del principio di diritto di cui a Cass. sez. un. n. 9217 del 2010, secondo cui: “L’art. 182 c.p.c., comma 2, (nel testo applicabile “ratione temporis”, anteriore alle modifiche introdotte dalla L. n. 69 del 2009), secondo cui il giudice che rilevi un difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione “può” assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev’essere interpretato, anche alla luce della modifica apportata dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 2, nel senso che il giudice “deve” promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti “ex tunc”, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali.”.

Il Collegio intende dare continuità a tale principio, le cui motivazioni vennero enunciate dalla Sezioni Unite in questi termini:

“Secondo una prima opzione interpretativa l’intervento del giudice inteso a sanare i vizi di costituzione derivanti dal difetto di capacità processuale delle parti è obbligatorio, va esercitato in qualsiasi fase o grado del giudizio, e ha efficacia ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali. Secondo un’opposta opzione interpretativa, invece, l’intervento regolarizzatore del giudice è solo facoltativo e non può essere esercitato oltre la fase istruttoria nè nei giudizi d’impugnazione, perchè precluso dalle decadenze anche processuali già verificatesi. Non mancano peraltro posizioni intermedie in quella giurisprudenza che, pur riconoscendo l’efficacia retroattiva della regolarizzazione anche in fase di impugnazione, esclude che la sanatoria possa operare quando il difetto di capacità processuale sia stato già accertato e dichiarato dal giudice in una precedente fase del giudizio (Cass., sez. 1^, 17 luglio 2007, n. 15939, m. 600393, Cass., sez. 1^, 20 settembre 2002, n. 13764, m. 557495). Ma si tratta di orientamento incoerente, perchè, se il giudice ha l’obbligo di promuovere in ogni fase o grado del giudizio la regolarizzazione del difetto di capacità processuale, non può dichiararlo senza prima assegnare un termine alla parte per provvedervi; sicchè va corretta la decisione che l’incapacità abbia dichiarato senza tale previo adempimento. L’incertezza interpretativa, derivante dai riferiti contrasti giurisprudenziali, risulterà comunque superata per il futuro, perchè la L. n. 69 del 2009 ha modificato l’art. 182 c.p.c., prevedendo, analogamente a quanto già stabilisce l’art. 164 c.p.c., comma 2, per la nullità della citazione, che, “quando rileva un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, il giudice assegna alle parti un termine perentorio per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa. L’osservanza del termine sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione”. Sicchè ha ricevuto conferma legislativa la tesi dell’obbligatorietà in ogni fase e grado del giudizio e dell’efficacia retroattiva dell’intervento del giudice. E questa soluzione normativa, che recepisce un orientamento anche dottrinale già affermatosi, non può non valere anche come criterio interpretativo del testo precedente.

3. In realtà l’art. 182 c.p.c., comma 2, va certamente letto in combinazione con l’art. 75 c.p.c., comma 2, laddove prevede che “le persone che non hanno il libero esercizio dei diritti non possono stare in giudizio se non rappresentate, assistite o autorizzate secondo le norme che regolano la loro capacità”. Tuttavia deve riconoscersi che, proprio in ragione di un’interpretazione combinata delle due norme, il difetto di capacità processuale delle parti risulta sanabile; e non solo per intervento del giudice. Infatti l’originaria previsione dell’art. 182 c.p.c., comma 2, che “il giudice può assegnare alle parti un termine” per la sanatoria dell’incapacità processuale rilevata, non può essere intesa come riconoscimento di una mera facoltà, svincolata da qualsiasi parametro normativo. Una tale interpretazione risulterebbe incompatibile con la stessa connotazione della giurisdizione quale sistema di giustizia legale, le cui decisioni sono legittimate esclusivamente dalla conformità a un ordine di norme e di valori precostituito. E tanto ha ribadito anche la Corte costituzionale, quando, nell’escludere l’illegittimità costituzionale dell’art. 182 c.p.c., comma 2, ha affermato che “la facoltà di cui al capoverso dell’articolo denunziato, non si traduce in mero arbitrio bensì unicamente risponde all’esigenza di “adeguare la ragione di equità alla varietà dei casi pratici” tra l’altro, impedendo l’automatica sanatoria di casi in cui il vizio della rappresentanza non appaia dipendente da errore scusabile, onde la sua regolarizzazione – ove, in ipotesi, ammessa – oltrechè pregiudicare l’interesse della parte contrapposta, finirebbe con il derogare al principio della ritualità del con-traddittorio, oltre il limite in cui tale deroga appare consentita dalla concorrente esigenza di collaborazione tra il giudice e le parti” (C. Cost., n. 179/1974). Tuttavia questo riferimento al criterio della scusabilità dell’errore è del tutto privo di fondamento normativo, posto che l’art. 182 c.p.c., prevede la sanabilità del difetto di costituzione indipendentemente dalle cause che l’abbiano determinato. La previsione che il giudice ha la “possibilità” di concedere un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio vale invece ad ammettere la sanatoria di una nullità, non ad attribuire al giudice un potere arbitrario. Ha dunque un duplice significato: a) l’invalidità derivante dall’incapacità processuale della parte è sanabile, appunto perchè “può” essere sanata con “la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza” o con “il rilascio delle necessarie autorizzazioni”; b) ma la sanatoria “deve” essere promossa dal giudice, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa. Quanto al limite delle decadenze già maturate, imposto dall’art. 182 c.p.c., comma 2, esso renderebbe la norma del tutto superflua, se fosse riferibile anche alle decadenze processuali, anzichè solo a quelle sostanziali, perchè non avrebbe ragione la concessione di un termine per il compimento di attività dalle quali la parte non sia ancora decaduta. Si deve pertanto concludere nel senso che le invalidità derivanti dal difetto di capacità processuale possono essere sanate anche di propria iniziativa dalle parti; segnatamente con la regolarizzazione della costituzione in giudizio della parte cui l’invalidità si riferisce. Mentre l’intervento del giudice inteso a promuovere la sanatoria è obbligatorio, va esercitato in qualsiasi fase o grado del giudizio, e ha efficacia ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali.”.

Le motivazioni espresse dalle Sezioni Unite (ribadite nuovamente da Cass., Sez. Un. n. 4284 del 2016 e fatte proprie dalle sezioni semplici: si vedano già, a ridosso della decisione del 2010, Cass. n. 17683 del 2010 e 20052 del 2010) avrebbero dovuto indurre la Corte territoriale a rilevare che erroneamente, di fronte alla contestazione dell’esistenza del potere rappresentativo addotto dalla ricorrente ed al suo concreto accertamento, derivante dall’esclusione della indicazione dell’immobile oggetto del rapporto locativo oggetto di giudizio dall’atto da essa fatto valere come giustificativo del relativo potere di gestione, il primo giudice non aveva doverosamente esercitato il potere di cui all’art. 182 c.p.c., ordinando alla ricorrente di provvedere all’integrazione del proprio potere rappresentativo, che risultava carente.

D’altro canto la configurazione del potere di cui all’art. 182 pur nel vecchio testo come potere da esercitarsi doverosamente dal giudice esclude ogni rilievo – al contrari di quanto adombrato dalla motivazione della sentenza impugnato – al fatto che non vi sia stata una volontaria attività di sanatoria del potere rappresentativo.

Essa, nel vigore della vecchia norma come interpretata dalle Sezioni Unite restava certamente possibile, ma, trattandosi appunto di attività solo possibile, la sua mancanza non ebbe alcun rilievo preclusivo al doveroso esercizio del potere di cui all’art. 182 c.p.c., il quale, d’altro canto, per essere potere officioso del giudice diretto a tutelare, nel caso della mancanza di potere rappresentativo, il soggetto rappresentato senza potere, non poteva dipendere dall’atteggiamento della rappresentante senza poteri.

Tanto evidenzia come sia priva di fondamento la difesa svolta nel controricorso dalla resistente, là dove Essa ha sostenuto che la linea difensiva prioritari della qui ricorrente era stata nel senso di insistere, cosa avvenuta anche in appello, nel sostenere che la documentazione prodotta evidenziava il suo potere rappresentativo.

4. Le svolte considerazioni giustificano la cassazione della sentenza impugnata, che, al contrario di quanto in prima battuta sostiene al ricorrente, va disposta con rinvio, non essendo l’ipotesi di mancato doveroso esercizio del potere di cui all’art. 182 c.p.c., compresa fra quelle che, ai sensi dell’art. 354 c.p.c., giustificano la rimessione al primo giudice, ed integrando, invece, ipotesi di nullità della sentenza di primo grado che il giudice d’appello avrebbe dovuto rilevare, la quale, a seguito dell’adempimento dell’ordine di cui all’art. 182 c.p.c. e dell’integrazione del potere rappresentativo, avrebbe dovuto comportare la rinnovazione della decisione sulla base dell’acquisita integrazione.

Il giudice di rinvio si designa in altra sezione della Corte d’Appello di Roma, comunque in diversa composizione. Il giudice di rinvio provvederà ad ordinare, ai sensi dell’art. 182 c.p.c., vecchio testo, che si ponga rimedio alla carenza del potere rappresentativo ed all’esito dell’ottemperanza al detto ordine, deciderà sulla controversia, dando rilievo quanto agli effetti dell’intervenuta sanatoria ai ricordati principi enunciati dalle Sezioni Unite.

La Corte di rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM

 

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte d’Appello di Roma, comunque in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 13 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 giugno 2017

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