Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15155 del 31/05/2021

Cassazione civile sez. II, 31/05/2021, (ud. 19/02/2021, dep. 31/05/2021), n.15155

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22489-2019 proposto da:

MINISTERO DELL’INTERNO DIPARTIMENTO LIBERTA’ CIVILI E IMMIGRAZIONE

UNITA DUBLINO, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI n. 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

A.A.;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata il

19/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/02/2021 dal Consigliere Dott. OLIVA STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Ministero dell’Interno, Unità Dublino, ricorre, affidandosi ad un solo motivo, per la cassazione del decreto del Tribunale di Firenze depositato il 19.6.2019, con il quale è stato accolto il ricorso proposto da A.A. avverso il provvedimento di trasferimento in Svezia, individuata dall’amministrazione quale Stato membro dell’Unione Europea competente all’esame della domanda di protezione internazionale proposta dallo straniero.

A.A., intimato, non ha notificato controricorso, limitandosi a depositare note di trattazione scritta in prossimità dell’adunanza camerale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo, il Ministero ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 17,18 e 23 del Regolamento U.E. n. 604/2013, in relazione all’art. 3 della Convenzione E.D.U., all’art. 33 della Convenzione di Ginevra sullo stato dei migranti, all’art. 11 Cost., all’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’U.E. ed all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Ad avviso del Ministero, il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che il trasferimento del richiedente asilo in Svezia potesse esporlo al rischio di essere rimpatriato nel Paese d’origine, senza considerare che tutti i Paesi membri della U.E. -inclusa, quindi, la Svezia- sono egualmente obbligati a non procedere al rimpatrio di soggetti che, nei territori di provenienza, potrebbero essere esposti al rischio di trattamenti degradanti o inumani.

La censura è inammissibile.

Il Tribunale ha accertato che A.A., cittadino iracheno, proveniente in particolare dalla zona di Basrah, aveva esaurito tutti i rimedi esperibili nell’ambito del diritto svedese e quindi sarebbe stato, in caso di trasferimento in Svezia, certamente rimpatriato in Iraq (cfr. pag. 3 del decreto impugnato). Ha poi esaminato la situazione esistente nella zona meridionale dell’Iraq, dalla quale l’ A. proviene, ed ha ritenuto, alla luce delle fonti informative consultate, debitamente indicate in motivazione (cfr. pag. 4 del decreto) che, in caso di rimpatrio, lo stesso fosse esposto al rischio di subire trattamenti inumani o degradanti, in considerazione dello stato di insicurezza generale riscontrabile in detto contesto territoriale. Sulla scorta di detto accertamento in fatto, il Tribunale ha ritenuto che fosse “… necessaria l’applicazione del criterio di competenza stabilito dall’art. 17 del regolamento, con conseguente declaratoria di competenza dello Stato italiano a giudicare della domanda di protezione internazionale” (cfr. pag. 5 del decreto).

Detta statuizione non è attinta adeguatamente dalla censura proposta dal Ministero, con la quale lo stesso deduce da un lato che in Svezia è comunque assicurato il diritto di difesa al richiedente asilo, e dall’altro che non risultano emessi, in danno dell’ A., provvedimenti di espulsione in Iraq.

Nessuno di tali profili, tuttavia, appare decisivo, avendo il giudice di merito ravvisato, nel caso concreto, l’opportunità del ricorso alla clausola di cui all’art. 17 del Regolamento U.E. n. 604/2013, alla luce della certezza che l’ A. sarebbe stato rimpatriato dalla Svezia in Iraq.

Con riferimento all’applicazione della cd. “clausola discrezionale” di cui all’art. 17 del Regolamento U.E. n. 604/2013, questa Corte ha affermato che spetta allo Stato membro interessato determinare le circostanze in cui intende far uso di tale clausola (Cass. Sez. L, Ordinanza n. 29447 del 23/12/2020, non massimata; sul punto, cfr. anche C.G.U.E. 23/01/2019 causa C-661/17), per cui il giudice non può esercitare un sindacato diretto sulla scelta discrezionale operata dallo Stato membro dell’U.E. (Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 31675 del 06/12/2018, Rv. 651889). Ciò, tuttavia, non significa che l’esercizio della facoltà in parola, per quanto discrezionale, rimanga al di fuori di qualsiasi controllo, come ha chiarito la Corte di Giustizia U.E. (C.G.U.E., 23/01/2019, causa C-661/17, punti 77, 78 e 79), potendo il rifiuto illegittimo dell’amministrazione di far uso della clausola in esame, che si risolve necessariamente nell’adozione di una decisione di trasferimento del richiedente asilo, essere oggetto di contestazione in sede giurisdizionale, al pari della sua impropria utilizzazione. In tal caso, il ricorso non è finalizzato a sostituire la discrezionalità del giudice alla discrezionalità dell’amministrazione competente, ma soltanto a verificare se l’esercizio di quest’ultima sia eventualmente avvenuto in violazione dei diritti soggettivi riconosciuti al richiedente asilo dal Regolamento U.E. n. 604/2013 e, più in generale, dall’impianto dei principi fondamentali delineato dal diritto dell’Unione e dalla Convenzione E.D.U. (cfr. Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 23724 del 28/10/2020, Rv. 659437; Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 23727 del 28/10/2020, non massimata; Cass. Sez. L, Ordinanza n. 26603 del 23/11/2020, Rv. 659627). Sotto questo profilo, va peraltro evidenziato che contro i provvedimenti dello Stato indicato come competente che siano contrari alle norme del sistema comune Europeo di asilo o alla Carta dei diritti fondamentali U.E. è riconosciuto all’interessato anche il diritto di rivolgersi direttamente alla Corte di giustizia U.E., anche in sede di procedimento pregiudiziale d’urgenza, oppure alla Corte E.D.U., per far valere violazioni della Convenzione E.D.U..

Ne consegue che il sindacato del giudice sulla scelta di esercitare o denegare l’applicazione della clausola discrezionale di cui all’art. 17 del Regolamento U.E. non può considerarsi escluso a priori. Con la conseguenza che qualora il giudice ritenga -come nel caso di specie- che in relazione ad una determinata fattispecie avrebbe dovuto essere applicata la clausola in esame, il Ministero che intenda censurare detta decisione ha l’onere di confrontarsi specificamente con la motivazione adottata dal giudice di merito, al fine di dimostrare che l’esercizio del potere discrezionale di cui si discute sia avvenuto nel rispetto delle norme del Regolamento U.E. n. 604/2013, dei principi fondamentali del diritto dell’Unione e della Convenzione E.D.U..

Poichè, nella fattispecie, la censura proposta dal Ministero non soddisfa i predetti requisiti, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nulla per le spese, a fronte del mancato svolgimento di attività difensiva da parte intimata nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto -ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater- della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda sezione civile, il 19 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2021

 

 

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