Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15153 del 31/05/2021

Cassazione civile sez. II, 31/05/2021, (ud. 10/02/2021, dep. 31/05/2021), n.15153

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – rel. Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25450-2019 proposto da:

A.F., rappresentato e difeso dall’avv. NICOLETTA MARIA

MAURO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE, depositata il 26/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/02/2021 dal Presidente GORJAN SERGIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A.F. – cittadino del Pakistan – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Lecce avverso la decisione della locale Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva rigettato la sua istanza di protezione internazionale in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’essere dovuto fuggire dal suo Paese poichè il padre, capo della Polizia locale, aveva rifiutato di esser corrotto da soggetto influente del luogo che lo fecero uccidere e, quindi, fece uccidere anche suo fratello, poichè s’era interessato all’andamento del processo conseguito alla uccisione del padre.

Egli ebbe a denunziare detto potente personaggio quale mandante dell’omicidio del fratello, ma venne a sua volta perseguitato dagli accusati anche in altre località del Pakistan dove s’era recato, sicchè si determinò ad espatriare giungendo in un mese in Italia.

Il Tribunale di Lecce ebbe a rigettare il ricorso ritenendo non concorrente persecuzione D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 7; non credibile il racconto reso dal richiedente asilo a motivazione del suo espatrio; insussistenti in concreto le condizioni previste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), nella zona del Pakistan in cui il ricorrente viveva; mentre in relazione alla domanda di protezione umanitaria riteneva non fornito elemento alcuno atto a lumeggiare la concorrenza di condizione di vulnerabilità e di apprezzabile inserimento sociale.

Il richiedente protezione ha proposto ricorso per cassazione avverso il decreto reso dal Collegio salentino articolato su tre motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente evocato, ha depositato controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dall’ A. appare inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c., – siccome la norma è stata ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17.

Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 9 e 13, poichè il Collegio salentino ha valutato la situazione socio-politica del Punjab sulla scorta di generiche e datate informazioni senza acquisire il rapporto COI più attuale – 2018 depositato dal Ministero – dal quale risulterebbe una situazione connotata da violenza diffusa.

L’argomentazione critica svolta a supporto del mezzo d’impugnazione appare generica poichè si compendia nella mera contestazione circa la qualità delle fonti utilizzate dal Tribunale per valutare la situazione socio-politica esistente in Pakistan – in particolare nel Punjab – e nel trascrivere passo delle COI 2018 acquisite in atti a sostegno della censura svolta.

Viceversa il Tribunale ha esaminato la situazione interna del Punjab – zona del Pakistan in cui il richiedente asilo viveva – sulla base delle informazioni desunte da aggiornati rapporti redatti da autorevoli Organizzazioni internazionali all’uopo preposte, puntualmente indicate nel decreto, e concluso, dando atto comunque delle criticità esistenti, che nel Punjab non sussiste situazione connotata da violenza diffusa seconda o l’accezione data a tale concetto dalla Corte Europea.

La statuizione del Tribunale non rimane incisa dalla mera alternativa opinione del ricorrente che le fonti utilizzate non sono specificatamente indicate, posto che trattasi di Organizzazioni notoriamente operati proprio nel settore, siccome l’Ente che emana le COI, mentre il passo del rapporto COI trascritto lumeggia proprio quelle criticità, cui il Tribunale ha puntualmente operato riferimento per escludere che configurassero il concetto di violenza diffusa.

Con la seconda doglianza l’ A. lamenta nullità del decreto impugnato per violazione dell’art. 16 direttiva UE 32/2013, poichè il Collegio pugliese non avrebbe valutato con imparzialità la sua domanda di protezione siccome prescritto dalla norma della direttiva comunitaria evocata in epigrafe.

La censura svolta si rivela siccome inammissibile poichè fondata sulla astratta ricostruzione della finalità della norma Europea evocata per supportare l’apodittica conclusione che il Tribunale non l’ha rispettata, senza nemmeno l’indicazione della violazione di una delle disposizioni portate nei provvedimenti legislativi, mediante i quali la direttiva Europea è stata recepita nell’Ordinamento italiano.

Con la terza ragione di impugnazione il ricorrente deduce nullità per violazione della norma D.P.R. n. 286 del 1998, ex art. 5 con riguardo al diniego della protezione umanitaria, in quanto il Tribunale ha disatteso anche detta domanda senza un adeguato esame, operando la necessaria comparazione tra le sue condizioni di vita in Italia ed Pakistan, specie sotto il profilo della tutela della salute.

L’argomentazione critica esposta si compendia nell’apodittica contestazione del decisum assunto motivatamente dal Tribunale salentino sulla scorta della sola asserzione che detto Giudice non avrebbe effettuato la richiesta comparazione. Viceversa il Collegio salentino ha partitamente esaminato la circostanza afferente la concorrenza di condizioni di vulnerabilità, escludendo ciò sulla scorta delle dichiarazioni dello stesso A. circa la sua vita in Patria; ha rilevato poi che lo stesso non presenta patologie e nemmeno ha fornito prova di essere dedito a lavoro rimunerato in Italia.

Quindi il tribunale ha partitamente operata la comparazione – apoditticamente negata nella censura – anche sottolineando come in Patria il ricorrente aveva ancora la madre, mentre alcun utile elemento lumeggiante integrazione in Italia aveva allegato.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione non segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità stante che il controricorso non palesa i requisiti propri di detto atto processuale.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in camera di consiglio, il 10 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2021

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