Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15114 del 22/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 22/07/2016, (ud. 03/03/2016, dep. 22/07/2016), n.15114

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7542/2013 proposto da:

E.N., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

MOIANO 1, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO MASSUCCI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE SEMINARA giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

REDEL SNC, in persona dell’amministratore Sig. B.V.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANTONIO MORDINI 14, presso lo

studio dell’avvocato MICHELE DAMIANI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato FABIO MARIA SARRA giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

e contro

ENEL SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 47/2012 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 30/01/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/03/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO FRANCESCO ESPOSITO;

udito l’Avvocato ANTONELLA PUSTORINO per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza n. 151 del 2004, in accoglimento della domanda proposta da E.N., condannò la Redel s.n.c. al pagamento della somma di Euro 26.577,65, oltre accessori, a titolo di risarcimento dei danni cagionati alla merce, custodita dall’ E. in un deposito, dalle infiltrazioni di acqua determinate dalla rottura di una tubazione idrica avvenuta durante la esecuzione dei lavori di scavo per la posa di cavi elettrici appaltati dall’ENEL S.p.A. alla Redel.

Proposto gravame dalla Redel, la Corte d’appello di Reggio Calabria, con sentenza del 30 gennaio 2012, in riforma della sentenza impugnata, ha rigettato la domanda risarcitoria dell’ E., condannandolo al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, sul rilievo che le acquisizioni processuali non fossero sufficienti a provare il nesso di causalità tra i lavori eseguiti dalla Redel e i danni lamentati dall’ E..

Contro la decisione E.N. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

Resiste con controricorso la Redel s.r.l. (già Redel s.n.c.).

ENEL Distribuzione S.p.A. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso E.N. denuncia “insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in ordine alla mancanza di prova del nesso di causalità trai lavori realizzati dalla Redel s.n.c. ed i lamentati danni – Erronea valutazione delle dichiarazioni testimoniali”.

Con il secondo motivo si denuncia “insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in ordine alla mancanza di prova tra i lavori realizzati dalla Redel s.n.c. ed i lamentati danni Erronea valutazione della documentazione fotografica”.

Con il terzo motivo di denuncia “insufficiente e contraddittoria motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) in ordine alla mancanza di prova del nesso di causalità tra la rottura del tubo e le infiltrazioni all’immobile”.

2. I tre motivi possono essere esaminati congiuntamente, in quanto involgono tutti le valutazioni espresse dalla corte territoriale in ordine alla ritenuta insussistenza di nesso causale tra la condotta della società Redel e i danni lamentati dall’odierno ricorrente.

Essi sono fondati.

La Corte d’appello di Reggio Calabria ha escluso la rilevanza ai fini della dimostrazione del nesso causale delle dichiarazioni testimoniali assunte in primo grado, osservando che “nessuno dei testi ha potuto riferire che la rottura del tubo sia avvenuta durante (ed a causa soprattutto de) i lavori di scavo”. La corte territoriale ha, in particolare, rilevato che il teste R.A., dipendente della Redel, aveva riferito che “vi era un tubo marcio da cui sgorgava acqua che si infiltrava nel deposito, mentre il teste G.A., anch’egli dipendente della Redel, aveva dichiarato che “appena aperto lo scavo, effettuato senza l’ausilio dell’escavatore, aveva notato un tubo che perdeva acqua e un ristagno della stessa che si era formato”.

Il giudice d’appello ha però omesso di rilevare la contraddittorietà tra le dichiarazioni rese dal teste R., secondo il quale “lo strato di asfalto fu rimosso con il martello penumatico” e quelle rese dal teste G., che ha invece riferito che “il lavoro venne effettuato a mano”; inoltre, non ha tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni rese dal teste Ga.Gi., indicato dall’ E., il quale ha dichiarato che, dopo aver constatato l’allagamento del locale, notò sulla strada “alcuni operai che stavano cercando di riparare la tubazione principale che perdeva acqua ad alta pressione”. L’aver omesso di prendere in considerazione tali circostanze, la cui valutazione avrebbe potuto condurre la corte territoriale ad una conclusione diversa, rende affetta la sentenza impugnata da vizio di insufficiente motivazione.

Risulta, inoltre, censurabile sotto il profilo logico l’affermazione del giudice di appello, il quale ha ritenuto che l’esame della documentazione fotografica in atti – da cui si evinceva che “vi era un tubo molto arrugginito, quindi sicuramente deteriorato da tempo”, mentre non si aveva “contezza dell’altro, perchè sostituito con uno nuovo” – avvalorasse la tesi della rottura della tubazione per deterioramento. Il ragionamento della corte d’appello si basa, invero, sulla mera supposizione che anche l’altra tubazione fosse nelle stesse condizioni e non tiene conto del fatto che la tubazione raffigurata nei rilievi fotografici non risultava comunque rotta.

Carente appare, infine, la motivazione con cui la corte territoriale ha ritenuto che non vi fosse “prova certa che le infiltrazioni d’acqua nell’immobile in questione siano state causate dalla rottura del tubo”, non essendo contestato “che lo scavo era distanziato dalla parete esterna dell’immobile, in quanto posto a circa un metro dal marciapiede e con punto di apertura al di sotto dello stesso e che la strada ha andamento in discesa, e quindi l’acqua fuoriuscita tendeva a scorrere dentro il basalto e comunque verso “valle”… non verso la parete del vano deposito”. Il giudice di appello, difatti, non ha tenuto in adeguata considerazione le dichiarazioni rese dal teste Ga.Gi., il quale ha riferito che “dal muro confinante con la Via del Salvatore filtrava dell’acqua” e che “parte dell’acqua ristagnò nel fosso scavato per i lavori ed in parte defluì a valle a causa della pendenza della strada”, come pure le deposizioni testimoniali – sopra riportate di R.A. e G.A., i quali hanno rispettivamente riferito che l’ “acqua si infiltrava nel deposito” e che vi era “un tubo che perdeva acqua e un ristagno della stessa che si era formato”.

3. In conclusione, alla stregua delle considerazioni sin qui svolte, il ricorso deve essere accolto. La sentenza impugnata va dunque cassata, con rinvio, per un nuovo esame, alla Corte d’appello di Reggio Calabria, in diversa composizione, la quale provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Reggio Calabria, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 3 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2016

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