Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15110 del 22/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. III, 22/07/2016, (ud. 21/01/2016, dep. 22/07/2016), n.15110

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18909/2011 proposto da:

DEA SRL IN LIQUIDAZIONE, (OMISSIS) in persona del liquidatore pro

tempore V.M.A., domiciliata ex lege in ROMA PRESSO

LA CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato ARNALDO MARIANI giusta procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

LA TERMOSANITARIA DI G.G. & C. SAS, (OMISSIS) in

persona del legale rappresentante pro tempore G.G.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SISTINA 48, presso lo studio

dell’avvocato NICOLETTA MINCATO, rappresentata e difesa

dall’avvocato ROBERTO LAZZINI giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

G.R.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 475/2011 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 11/04/2011, R.G.N. 127/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/01/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Dea s.r.l. in liquidazione (già Edilgreen s.r.l.) ha proposto ricorso per cassazione contro la Termosanitaria di G.G. & C. s.a.s. e G.R., avverso la sentenza dell’11 aprile 2011, con cui la Corte d’Appello di Firenze, in riforma della sentenza resa in primo grado nel settembre del 2006 dal Tribunale di Firenze ed in accoglimento parziale dell’appello della Edilgreen, giudicando su due giudizi di accertamento dell’obbligo del terzo ex artt. 548 e 549 c.p.c., separatamente proposti dalla Termosanitaria quale creditrice procedente verso il G. a seguito di dichiarazioni negative rese dalla Edilgreen quale terza pignorata come debitor debitoris con un primo pignoramento del 1999 ed con un secondo del 2001, ha ridotto l’ammontare del credito come accertato ai fini dei pignoramenti ad Euro 27.400,15 anzichè ad Euro 30.744,31.

2. Al ricorso ha resistito con controricorso la Termosanitaria, mentre non ha svolto attività difensiva il G..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con i primi tre motivi di ricorso si censura la motivazione con cui la Corte fiorentina, nel farsi carico del secondo motivo di appello, ha esaminato, ai fini di stabilire l’opponibilità alla creditrice procedente, la questione della sussistenza di certezza delle date in cui erano state portate a conoscenza della Edilgreen, quale debitrice ceduta, le cessioni effettuate dal G. (quale creditore cedente) alla Banca Carige (quale cessionaria) riguardo a due crediti pignorati risultanti dalle fatture n. (OMISSIS) (emesse nell’àmbito di un rapporto di subappalto intercorso con l’Edilgreen).

La motivazione che si critica è del seguente tenore:

“Quanto al versamento di Lire 29.231.149 che la Edilgreen sostiene di aver fatto a favore della Banca Carige a seguito di cessione di credito, deve dirsi che la Edilgreen ritiene di aver provato la cessione del credito ed il detto esborso di Lire 29.231.149 sulla base della sentenza n. 2213/2002 del Tribunale di Firenze resa in un giudizio di opposizione al D.I. fra Edilgreen e Banca Carige. La sentenza impugnata non tratta minimamente tale profilo. Occorre premettere che, stando alla sentenza 2213/02 del Tribunale di Firenze, oggetto della cessione di credito sono stati i pretesi crediti del G. verso la Edilgreen di cui alle fatture n. (OMISSIS) per Lire 7.627.400 e (OMISSIS). Dalla sentenza 2213/02 risulta altresì che le due cessioni furono portate a conoscenza della Edilgreen (debitrice ceduta) nelle date 06/08/1998 e 18/08/1998 e quindi, (apparentemente) in epoca precedente al primo dei due pignoramenti fatti eseguire dalla Termosanitaria. Occorre ricordare che ai sensi dell’art. 2914 c.c., n. 2, non hanno effetto nei confronti del creditore pignorante le cessioni di crediti “che siano state notificate al debitore ceduto o accettate dal medesimo successivamente al pignoramento”. La giurisprudenza è univoca nel senso che non occorra una notificazione a mezzo ufficiale giudiziario essendovi libertà di forma (Cass. Sez. 1, 14 marzo 2006 n. 5516), e nel senso che la “notificazione” o accettazione da parte del debitore ceduto devono avere data certa anteriore al pignoramento, in quanto altrimenti la cessione non è opponibile all’esecutante (Cass. Sez. 122 marzo 2011 n. 4090 e Cass. 5516/2006 cit.). La data certa nella fattispecie non sussiste, ed a nulla rileva, che nella sentenza 2213/2002 del Tribunale di Firenze vengano indicate dette due date, non essendo la soc. Termosanitaria parte in quel giudizio”.

2. La critica rivolta a tale motivazione con il primo motivo denuncia “violazione e falsa applicazione di norme degli artt. 2914, 1264 e 1265 c.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Vi si prospetta che erroneamente la Corte fiorentina, nonostante che le date in cui la cessione dei crediti di cui alle due fatture erano state portate a conoscenza della Evergreen e, quindi, erano divenute efficaci nei suoi confronti, risultassero dalla sentenza del Tribunale di Firenze, le avrebbe ritenute non certe. Quella Corte avrebbe violato l’art. 1265 c.c., in quanto esso ammetterebbe ogni forma di comunicazione idonea al fine di assicurare la certezza della data (vengono evocate Cass. nn. 4774 del 1998, 10788 del 1999 e 9761 del 2005). Nella specie, avendo la sentenza de qua affermato che la cessione era stata portata a conoscenza del debitore con lettere raccomandate detta forma avrebbe dovuto essere idonea ad assicurare certezza della data.

2.1. Con il secondo ci si lamenta di quanto prospettato nel primo motivo “sotto l’ulteriore profilo della omessa ed insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5”, adducendo che contraddittoriamente la Corte fiorentina, dopo avere affermato che dalla sentenza del Tribunale risultava l’anteriorità rispetto ai pignoramenti presso terzi delle date delle cessioni di credito e di quelle in cui esse erano state portate a conoscenza della Evergreen, avrebbe tuttavia reputato che tali date non potevano considerarsi certe rispetto alla Termosanitaria, che non era parte del giudizio in cui la sentenza era stata resa.

In tal modo si sarebbe contraddetto un orientamento espresso da questa Corte nelle sentenze nn. 9384 del 2011, 23446 del 2009 e 21115 del 2005 a favore della utilizzabilità da parte del giudice di merito di prove raccolte in altro giudizio tra altre parti.

La contraddizione sarebbe aumentata dalla circostanza che la prova che le cessioni erano state portate a conoscenza della Evergreen prima dei pignoramenti risultava anche dal contenuto di una lettera della medesima a data 13 maggio 1999, indirizzata allo studio legale Romanelli ed a G.R..

2.2. Con il terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione di norme dell’art. 2909 c.c. e art. 116 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Vi si sostiene che la Corte territoriale avrebbe violato l’art. 2909 c.c. e l’art. 116 c.p.c., giacchè non avrebbe tenuto conto del principio di diritto affermato da Cass. n. 9384 del 2011 (nel senso che “il principio sancito dall’art. 2909 c.c., in virtù del quale l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa, pur implicando, a contrario, l’esclusione dell’efficacia vincolante di detto accertamento nei confronti dei soggetti che non abbiano preso parte al giudizio, non ne comporta l’inutilizzabilità nei confronti dei terzi come prova o elemento di prova in ordine alla situazione giuridica che abbia costituito oggetto dell’accertamento giudiziale.”) e di quello affermato da Cass. n. 23446 del 2009 e da Cass. n. 11682 del 2003 (nel senso che “La sentenza civile, oltre a produrre gli effetti propri del giudicato, può avere, anche rispetto ai terzi che non furono parti del giudizio, la diversa efficacia di prova documentale in ordine alla situazione giuridica che abbia formato oggetto dell’accertamento giudiziale”).

3. Va preliminarmente rilevato che, al contrario di quanto sostenuto dalla resistente, l’esame dei primi tre motivi, in quanto relativi alla valutazione resa dalla Corte territoriale sulla sentenza n. 2213 del 2002 riguardano una ratio decidendi che non è completamente concorrente con le ulteriori affermazioni che, nella parte di motivazione successiva a quella sopra riprodotta, quella Corte risulta aver fatto e che non sono state impugnate dalla ricorrente.

Infatti, la prima riguarda il fatto che dall’importo complessivo eventualmente versato dalla Evergreen in forza della detta sentenza non si sarebbero potuto detrarre le spese giudiziali: è evidente che per il resto l’incidenza ipotetica di detta sentenza, prima negata dalla Corte territoriale, rimane. La seconda riguarda solo la fattura (OMISSIS) e non anche la fattura (OMISSIS).

3.1. Il primo ed il terzo motivo sono infondati in quanto svolgono argomentazioni che non sono idonee ad incidere sulla effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata, che non colgono.

Il secondo motivo è infondato quanto alla prima censura, perchè attribuisce alla sentenza impugnata una ratio decidendi che non è quella che essa effettivamente esprime. Quanto alla seconda censura viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, ed in ogni caso tale censura nemmeno si presenta rispettosa del paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Queste le ragioni di quanto affermato.

3.1. Con riferimento al primo motivo si osserva che la prospettazione in esso svolta si risolve nell’imputare alla sentenza impugnata – nel presupposto che la forma della comunicazione della cessione sia libera e che, dunque, possa essere anche la lettera raccomandata – di non aver dato rilievo all’affermazione della sentenza n. 2213 del 2002 del Tribunale di Firenze che la comunicazione dei due atti di cessione era stata fatta con le due raccomandate pervenute alla Edilgreen il 6 agosto ed il 18 agosto 1998.

Senonchè, la sentenza qui impugnata non ha negato che la forma della comunicazione della cessione sia libera, ma ha condiviso tale principio. Ha, invece, affermato che le date indicate dalla sentenza n. 2213 del 2002 non potevano essere ritenute certe rispetto alla Termosanitaria, perchè essa non era stata parte del giudizio in cui quella sentenza era stata emessa. La Corte territoriale ha, cioè, ritenuto che le enunciazioni in ordine alle date fatte dalla sentenza del Tribunale non valevano ad individuare le date delle due raccomandate come certe nei riguardi della Termosanitaria.

Il primo motivo si disinteressa di tale motivazione e suppone che, essendo la forma della comunicazione della cessione del credito libera e potendo avvenire la comunicazione anche tramite raccomandata in modo idoneo a dar luogo ad una data certa, il fatto che nella sentenza n. 2213 del 2002 le comunicazioni delle cessioni in contestazione si dicessero avvenute proprio con lettere raccomandate evidenzierebbe che la Corte d’Appello avrebbe a torto sostenuto il contrario.

La Corte territoriale, però, non l’ha sostenuto. Ha motivato, ponendosi su “diverso piano, che ciò che risultava dalla citate sentenza non era opponibile alla creditrice esecutante.

Poichè il motivo si disinteressa di tale effettiva motivazione e ne ascrive un’altra alla sentenza impugnata, del tutto inesistente, esso, in quanto non si risolve in una critica all’effettiva motivazione di detta sentenza risulta inammissibile, perchè il motivo di ricorso per cassazione, come qualsiasi motivo di impugnazione, deve necessariamente criticare la motivazione della sentenza impugnata (ex multis, Cass. n. 359 del 2005).

Il motivo si sarebbe dovuto fare carico di spiegare perchè l’accertamento da parte della citata sentenza delle date delle comunicazioni delle cessioni tramite raccomandate fosse, al contrario di quanto pur lapidariamente affermato dalla Corte fiorentina, un accertamento che spiegava come tale effetti nei confronti della Termonsanitaria, estranea al giudizio in cui la sentenza venne emessa.

3.2. Anche la prima censura del secondo motivo – quella che vorrebbe ravvisare una contraddizione nella motivazione della sentenza impugnata fra la pretesa affermazione che le due raccomandate avevano portato a conoscenza della Evergreen le due cessioni prima del pignoramento e quella che ha poi negato che vi fosse rispetto a tale conoscenza data certa – non risulta (anche ipotizzando il superamento dell’erronea evocazione del paradigma dell’art. 360, n. 5, nell’incipit dell’illustrazione con riguardo alla nozione di punto decisivo, che era quella presente nella norma ante riforma di cui al d.lgs. n. 40 del 2006, che invece introdusse il riferimento al fatto controverso) corrispondente all’effettività della motivazione della sentenza della Corte fiorentina.

Essa, come non ha mancato di rilevare la resistente, si è in realtà espressa nel senso che “apparentemente” le due raccomandate erano state idonee a portare a conoscenza della Evergreen le cessioni prima del pignoramento della Termosantiaria. Dunque non ha affatto enunciato l’affermazione di cui ragiona la censura, ma solo l’esistenza di una situazione di apparenza.

In effetti, il senso di questa enunciazione viene, poi, disvelato e chiarito successivamente dall’affermazione che la date indicate dalla sentenza n. 2213 non potevano ritenersi certe perchè la Termosanitaria non era stata parte del giudizio in cui essa era stata pronunciata.

La prima censura del secondo motivo risulta, dunque, basata su una lettura della sentenza impugnata che non trova in essa riscontro. La denunciata contraddittorietà di motivazione risulta inesistente perchè uno dei suoi termini, cioè che la sentenza impugnata abbia affermato che le due raccomandate erano state idonee a portare a conoscenza della Evergreen le cessioni, non si ravvisa affatto esistente nella motivazione della sentenza impugnata dato che essa si è espressa in termini di apparenza e poi ha spiegato tale apparenza.

3.3. Riguardo alla seconda censura svolta nel secondo motivo (nuovamente con erronea evocazione del paradigma dell’art. 360, n. 5, ante riforma di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006), anche a non voler considerare che la lettera su cui si fonda è di provenienza della Evergreen (e, quindi, dovrebbe apprezzarsi come dichiarazione pro se, il che la renderebbe inidonea a far prova a suo favore), si deve rilevare che, se si indica dove era stata prodotta in primo grado sia dalla Evergreen sia dal G. (peraltro specificando rispettivamente “come allegato 12” e “come allegato 16”, ma senza indicare la sede dell’allegazione in cui il documento sarebbe esaminabile), non si dice alcunchè sul se da essa si fosse in qualche modo argomentato in primo grado e, quindi, in appello, sì che le risultanze del documento dovessero prendersi in considerazione dalla Corte fiorentina, il che implica evidente inosservanza non solo dell’onere di specificità dell’indicazione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, ma anche assoluta mancanza di dimostrazione che non si tratti di una prospettazione di fatto nuova.

Peraltro, si dovrebbe in ogni caso rilevare che il contenuto della lettera allude solo all’intimazione da parte della Banca Carige del pagamento di presunti crediti ceduti, ma non alla data di comunicazione delle cessioni, che non si potrebbe certo presumere necessariamente avvenuta in data anteriore alla date della lettera.

3.4. Con riferimento al terzo motivo si deve rilevare che la prospettazione in esso svolta sulla base del richiamo alla giurisprudenza di questa Corte è pertinente solo rispetto al parametro dell’art. 116 c.p.c., giacchè quella giurisprudenza concerne l’utilizzabilità come prova o elemento di prova del giudicato formatosi fra altre parti di altro giudizio a carico di chi ad esso sia rimasto estraneo, nella specie la Termosanitaria. Non lo è viceversa per il parametro dell’art. 2909 c.c., che così resta del tutto privo di deduzioni a sostegno, dato che, del resto, l’illustrazione del motivo non fa alcun riferimento argomentativo basato su quella norma.

Ora, avendo la Corte territoriale sostenuto che ai fini della data certa anteriore ai pignoramenti delle due comunicazioni di cessione, non rilevava che nella sentenza n. 2213 del 2002 fossero indicate le date delle stesse “non essendo la soc. Termosanitaria parte in quel giudizio” è palese che quella Corte, a torto o a ragione, non si è posta affatto nella logica di escludere che l’indicazione contenuta in detta sentenza non potesse utilizzarsi come prova nel giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo di cui è processo. Si è posta invece in una logica diversa che è quella della non soggezione della Termosanitaria all’efficacia della detta sentenza, per non esservi stata parte.

Poichè l’implicazione di tale affermazione è che la Termosanitaria avrebbe potuto soggiacere all’ipotizzato accertamento circa le date delle comunicazioni (e, quindi, alla implicazione in termini di certezza di esse) solo se fosse stata parte del giudizio in cui la sentenza era stata resa, ne segue che occorreva che il motivo criticasse tale affermazione, cioè sostenesse che al contrario la sentenza de qua spiegava efficacia nei confronti della Termosanitaria in punto di preteso accertamento del momento di efficacia delle due comunicazioni di cessione ancorchè essa non avesse partecipato al giudizio.

Invece quella pur lapidaria affermazione non risulta in alcun modo criticata dall’evocazione della giurisprudenza sulla utilizzabilità come prova o elemento di prova dell’accertamento intervenuto nella sentenza inter alios, la quale suppone che la parte rimasta estranea al giudizio in cui essa si è formata non dovesse, per soggiacere all’accertamento da essa raggiunto, esservi parte.

Peraltro, la prospettazione del motivo risulta anche inconferente perchè evoca la giurisprudenza sulla utilizzabilità come prova della sentenza inter alios, ma non spiega come e perchè tale utilizzabilità come prova avrebbe dovuto e potuto assumere i requisiti della prova del momento della comunicazione delle cessioni con data certa.

3.5. Si rileva, d’altro canto, che se si volesse spiegare l’affermazione della sentenza impugnata circa il rilievo del non essere stata la Termosanitaria parte del giudizio in cui fu resa la sentenza n. 2213 del 2002, si dovrebbe considerare che la rilevanza di questa sentenza ai fini della data certa delle comunicazioni sarebbe stata proprio nel senso che nei due giudizi di accertamento dell’obbligo del terzo di cui è processo in alcun modo alla sentenza stessa si sarebbe potuto attribuire efficacia contro la Termosanitaria ed anzi nemmeno contro lo stesso G. circa il modo di essere delle cessioni e, quindi, anche circa la loro comunicazione alla debitrice ceduta Evergreen. Si deve considerare, infatti, che il giudizio deciso dalla sentenza n. 2213 del 2002 ha preso le mosse da un decreto ingiuntivo con cui la Banca Carige, asserendosi cessionaria dei crediti di cui alle due fatture n. (OMISSIS) agì contro la Evergreen. Quest’ultima – come emerge dalla sentenza prodotta dalla ricorrente (e senza che sia necessario soffermarsi sul modo in cui essa era entrata nel giudizio di appello, nonchè sul fatto che si tratta di copia e da essa non risulta il passaggio in giudicato, contestazioni sollevate dalla controricorrente) – si oppose e non svolse, però, o almeno non risulta dalla sentenza, alcuna domanda di accertamento negativo della cessione e dell’efficacia della stessa nei suoi confronti, ma si limitò a svolgere al riguardo contestazioni ed eccezioni (avvenuta cessione nonostante un divieto contrattale, conoscenza di tale divieto da parte del Carige, pagamento al G., inadempimento del medesimo nel rapporto da cui i crediti originavano) che lasciarono l’oggetto del giudizio e, quindi, del giudicato su di esso nascente, limitato al solo accertamento del credito fatto valere dalla Banca Carige nei confronti di essa opponente.

Ne segue che, quando la sentenza n. 2213 del 2002 ha ragionato delle cessioni effettuate dal G. ed ha alluso alla loro comunicazione con le lettere raccomandate alla Evergreen, lo ha fatto solo per provvedere sulla domanda creditoria della Carige e non ai fini di un accertamento con efficacia di giudicato delle cessioni, della loro validità e della loro efficacia per effetto delle lettere.

D’altro canto, fermo che, per procedere ad un simile accertamento, sarebbe stata necessaria una domanda, formulata dalla Evergreen o dalla stessa Carige, si rileva che al giudizio su di essa sarebbe stata obbligatoria la partecipazione ai sensi dell’art. 102 c.p.c., del G., giusta il principio di diritto secondo cui “Nella controversia tra il cessionario di un credito ed il debitore ceduto non sono litisconsorti necessari nè il creditore cedente nè, in caso di più cessioni consecutive del medesimo credito, i cessionari intermedi, a meno che la parte che vi abbia interesse non abbia domandato l’accertamento dell’esistenza del credito o dell’efficacia delle cessioni nei confronti di tutti i soggetti che vi hanno preso parte” (Cass. n. 8980 del 2012), nonchè quello che ne costituisce il presupposto secondo cui “Il cedente è litisconsorte necessario nella controversia tra debitore ceduto e cessionario allorchè il debitore chieda una pronuncia diretta a stabilire quale sia, tra il cessionario e il cedente, l’effettivo e unico titolare del credito” (Cass. n. 12972 del 2004).

Dunque, per la verificazione di un accertamento sulla validità ed efficacia delle cessioni sarebbe stata necessaria una domanda della Evergreen ed essa avrebbe dovuto coinvolgere necessariamente il G..

Inoltre, per completezza si deve rilevare che, proprio perchè non venne proposta in quel giudizio alcuna domanda di accertamento dei due negozi di cessione e dell’efficacia delle loro comunicazioni verso il cedente, la sentenza n. 2213 del 2002 non si potrebbe, d’altro canto, nemmeno considerare resa a contraddittorio non integro e come tale, tuttavia, efficace nei confronti del cedente G., salvo un suo intervento ai sensi dell’art. 344 c.p.c. o l’opposizione di terzo ai sensi dell’art. 404 c.p.c., comma 1, ove si trattasse di sentenza posta in esecuzione o passata in cosa giudicata (Cass. sez. un. n. 1238 del 2015).

Le considerazioni svolte palesano a questo punto come l’affermazione – che già si è detta lapidaria – della “inopponibilità” della sentenza n. 2213 del 2002 risulti in definitiva corretta, dovendosi reputare così integrata – ove ve ne fosse stato bisogno (come invece non vi è perchè essa non è stata criticata, come s’è detto) – la motivazione.

4. Con un quarto motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Vi si sostiene che, nell’esaminare il quinto motivo di appello, la Corte territoriale avrebbe “omesso di statuire sulle doglianze della Edilgreen nella parte in cui lamentava la mancata valutazione, da parte del Giudice di primo grado della legittimità della invocata risoluzione di diritto per mancato rispetto, da parte del G., del termini essenziali previsti alla clausola n. 8 del contratto di subappalto del 14.10.1997”, nonchè l’esame della doglianza con cui ci si era doluti della sentenza di primo grado là dove aveva addebitato alla Evergreen l’inadempimento primario nel rapporto contrattuale con il G..

4.1. Il motivo è inammissibile sia per la sua genericità sia in ogni caso per inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Sotto il primo aspetto si rileva che la sua illustrazione pretende, per dimostrare la pretesa omissione di pronuncia (tra l’altro dedotta ai sensi del n. 3, piuttosto che ai sensi del n. 4 dell’art. 360 c.p.c.: ma l’errore è innocuo, giusta gli insegnamenti di Cass. sez. un. n. 17931 del 2013, cui va rimandata la resistente che ha eccepito l’errore numerico), di individuarla riproducendo prima la motivazione della sentenza impugnata relativa all’esame del quinto motivo (pag. 27) e, quindi, il contenuto del quinto motivo di appello (pagg. 28-31. Nessuna indicazione, invece, viene fatta del contenuto della sentenza di primo grado, su cui pure si fonda il motivo e lo scrutinio dell’omissione di pronuncia dovrebbe avvenire senza che si sia esposto quel contenuto, che, del resto, non si rintraccia nemmeno in modo preciso (e, quindi, utile ai fini dello scrutinio) dal tenore dell’appello e della motivazione riprodotta.

La carenza di indicazione – o tramite riproduzione diretta o tramite riproduzione indiretta con indicazione della parte dell’atto corrispondente all’indiretta riproduzione – del contenuto della sentenza di primo grado che si era criticato con il quinto motivo di appello e, quanto alla clausola n. 8 del contratto di subappalto – riprodotta nel motivo di ricorso successivo – la mancanza di indicazione della sede in cui, se ed ove prodotto, detto contratto sarebbe esaminabile in questo giudizio di legittimità (indicazione non presente nel motivo successivo, che fa riferimento al contratto di subappalto come doc. 1 della ricorrente nel giudizio di primo grado ed allegato sub 15 alla c.t.u. A., ma non dice dove la produzione sarebbe rinvenibile davanti a questa Corte), evidenziano poi inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6 (giusta la consolidata giurisprudenza di questa Corte inaugurata da Cass. (ord.) n. 22303 del 2008 e Cass. sez. un. n. 28547 del 2008, ribadita da Cass. sez. un. n. 7061 del 2010 e, quindi, costantemente dalla giurisprudenza successiva).

Si aggiunga – ed è comunque dirimente – che nella riproduzione del motivo di appello non si fa nemmeno riferimento alla clausola n. 8, ma ad una clausola n. 12, il che rende incomprensibile il riferimento alla prima.

4.2. Ferma l’individuata inammissibilità si rileva che, riguardo alla pretesa omessa pronuncia sulla legittimità della invocazione della dedotta risoluzione di diritto sulla base – evidentemente – della clausola di cui all’art. 12, è proprio la lettura della motivazione della sentenza impugnata nella parte riprodotta a spiegare perchè il giudice d’appello non vi si è soffermato. In detta motivazione risulta, infatti, che la Corte fiorentina ha rilevato che non si era censurata con l’appello ed era dunque passata in giudicato l’affermazione del primo giudice che non vi era effettivamente una clausola risolutiva espressa, ma solo una clausola di stile.

Ne discende che l’esame della prospettazione del motivo di appello, imperniata sull’esistenza della clausola risolutiva espressa, non ha avuto luogo per questa ragione.

Con riferimento al preteso mancato esame della doglianza con cui ci si era doluti della sentenza di primo grado, là dove aveva addebitato alla Evergreen l’inadempimento primario nel rapporto contrattuale con il G., si deve rilevare che nella parte finale della riproduzione del quinto motivo di appello si fa riferimento al non avere il giudice di prima istanza esaminato non meglio individuati esiti probatori ed elementi processuali e, quindi, si rinvia alle pagine da 12 a 14 dell’atto di appello, il che non consente di comprendere di che cosa ci si fosse lamentati e, quindi, connota la censura come del tutto generica (e, dunque, inammissibile alla stregua del principio di diritto sulla necessaria specificità del motivo di ricorso per cassazione, di cui a Cass. n. 4741 del 2005, seguita da numerose conformi).

5. Con un quinto motivo si deduce “omessa e insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5 e si svolgono sul versante del vizio di motivazione le stesse due censure prospettate prima come violazione dell’art. 112 c.p.c. e l’identità riguarda anche il riferimento all’art. 8 del contratto di subappalto, che questa volta viene riprodotto.

Il motivo presenta le stesse ragioni di inammissibilità del motivo precedente per la prima censura concernente la questione della clausola risolutiva espressa.

Riguardo alla seconda censura questa volta si procede – alle pagine 3537 – ad un’elencazione delle circostanze che avrebbero evidenziato la non imputabilità alla Evergreen di quello che viene definito inadempimento principale, ma lo si fa senza riprodurre nè direttamente nè indirettamente l’atto di appello che avrebbe recato le relative doglianze, che, peraltro, si riferiscono a risultanze del giudizio di merito riguardo alle quali nemmeno si fornisce l’indicazione specifica richiesta dall’art. 366 c.p.c., n. 6.

6. Il ricorso è, conclusivamente, rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione alla resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro cinquemilaottocento, di cui Euro duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, a seguito di riconvocazione, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 12 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 luglio 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA