Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15105 del 31/05/2021

Cassazione civile sez. III, 31/05/2021, (ud. 26/01/2021, dep. 31/05/2021), n.15105

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 426/2019 proposto da:

ISPE, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA MINCIO 4, presso lo

studio dell’avvocato VALERIO SPIGARELLI, rappresentato e difeso

dall’avvocato FRANCESCO GALLUCCIO MEZIO;

– ricorrenti –

contro

ASL AZIENDA SANITARIA LOCALE LECCE, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA OVIDIO 20, presso lo studio dell’avvocato LORENZO COLEINE,

che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 928/2018 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 24/09/2018.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione del 27 settembre 2011 I.S.P.E. (Istituto per i servizi alla persona per l’Europa) deduceva di gestire una residenza per anziani e che il 30 dicembre 2003 era intervenuta una convenzione con la Asl LE (OMISSIS) in virtù della quale aveva ricevuto il contributo regionale per l’attività socio-sanitaria in favore degli anziani. La Giunta regionale aveva sospeso la convenzione dal 1 gennaio 2005, ripristinandola a far tempo dal 3 novembre 2006. I.S.P.E. con lodo arbitrale del 16 maggio 2008 aveva ottenuto la condanna della Asl al pagamento dell’importo di Euro 520.600 per prestazioni rese nel periodo 25 ottobre 2005-3 novembre 2006; domanda rigettata per il periodo precedente poichè per tale intervallo (1 gennaio-25 ottobre 2005) non era stata avanzata domanda di arricchimento senza causa. Ciò premesso, evocava in giudizio davanti al Tribunale di Lecce la predetta Asl, proponendo l’azione generale di arricchimento ai sensi dell’art. 2041 c.c., per il pagamento della somma di circa Euro 600.000 per le prestazioni fornite nel periodo indicato. Si costituiva l’Azienda Sanitaria,deducendo l’improcedibilità della domanda attesa la pendenza dei procedimenti amministrativi, eccepiva il difetto di legittimazione, la legittimità del provvedimento di sospensione della convenzione e l’insussistenza del riconoscimento da parte dell’amministrazione dell’opera ricevuta, rilevante ai sensi dell’art. 2041 c.c.;

il Tribunale di Lecce, con sentenza del 24 giugno 2014, rilevava che la domanda di arricchimento era diversa da quella proposta nei giudizi menzionati, riteneva tardive le contestazioni relative alla mancanza di prova delle prestazioni offerte e rilevava l’intervenuto riconoscimento implicito della utilità della prestazione resa da I.S.P.E., condannando la Asl al pagamento di quanto richiesto;

con atto di citazione del 5 febbraio 2015 l’Azienda Sanitaria chiedeva la riforma della sentenza censurando il rigetto dell’eccezione di litispendenza e la ritenuta sussistenza di un riconoscimento implicito della utilità delle prestazioni rese da I.S.P.E. anche con riferimento all’ammontare delle somme richieste da quest’ultimo. Si costituiva I.S.P.E., eccependo la inammissibilità del gravame perchè proposto da soggetto privo dei relativi poteri e l’infondatezza, nel merito, delle argomentazioni;

la Corte d’Appello di Lecce)con sentenza del 24 settembre 2018, accoglieva l’appello) rigettando la domanda di indebito arricchimento avanzata da I.S.P.E. che condannava al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio;

avverso tale decisione I.S.P.E. propone ricorso per cassazione, illustrato da memoria, affidandosi a tre motivi. Resiste con controricorso l’Azienda Sanitaria locale di Lecce.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione degli artt. 112,75,77,83,182 e 342 c.p.c.. Come rilevato in appello, alla data di notificazione dell’atto di impugnazione (5 febbraio 2015), il direttore generale M.V. non rivestiva più la carica indicata, poichè era stato sostituito, a far tempo dal 12 gennaio 2015, dal Dottor G.G.. La Corte d’Appello ha rigettato l’eccezione rilevando che alla data di redazione dell’atto di appello la procura era stata correttamente rilasciata dal direttore generale in carica. Non avrebbe però esaminato la ulteriore questione relativa al difetto di capacità processuale e di rappresentanza del Dottor M., anche alla data di proposizione dell’atto di appello. Ciò sarebbe rilevante perchè la parte deve essere regolarmente rappresentata nel momento in cui esercita l’azione, mentre al momento della proposizione dell’atto di appello e, quindi, della notifica della impugnazione, la parte sostanziale (Azienda Sanitaria locale) non era ritualmente rappresentata assumendo rilievo, non la fase del conferimento della procura, ma quella della proposizione dell’atto di impugnazione;

il motivo è destituito di fondamento, perchè, a prescindere dal fatto che le censure sono dedotte in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, riguardo al tenore degli atti richiamati, trova applicazione il consolidato principio dell’irrilevanza del mutamento dell’organo investito della rappresentanza processuale della persona giuridica con conseguente regolarità del procedimento iniziato in forza di procura rilasciata dal precedente rappresentante (Cass. n. 17216 del 2017; Cass. n. 11847 del 2007; Cass. n. 18651 del 2003). Il principio riguarda anche l’ipotesi in cui il mutamento avvenga dopo che la procura sia stata rilasciata, ma prima che il processo (o il grado del processo) sia attivato con il deposito in cancelleria o con la notificazione dell’atto (Cass. Sez. L, Sentenza n. 26935 del 10/11/2008, Rv. 605755 – 01);

con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione di artt. 115,166,167 e 183 c.p.c. e art. 2697 c.c.. Con l’atto di citazione del 27 settembre 2011 I.S.P.E. aveva anche determinato l’importo richiesto sulla base della consulenza d’ufficio espletata nel procedimento arbitrale che, a sua volta, trovava riscontro nella contabilità relativa alle rette mensili. La convenuta si è costituita tardivamente, all’udienza ai sensi dell’art. 184 c.p.c., quando il thema decidendum era ormai definito, limitandosi a dedurre che la misura dell’arricchimento avrebbe dovuto essere individuata nella minor somma tra l’arricchimento ricevuto e la diminuzione patrimoniale subita da ISPE. In sostanza, non avrebbe contestato la quantificazione dei costi sostenuti da I.S.P.E.. Al contrario,la Corte avrebbe ritenuto non dimostrati tali elementi, con ciò violando le norme che impongono al convenuto di proporre tutte le difese entro termini perentori, oltre che il principio di non contestazione, atteso che l’attore, al momento della costituzione tardiva dell’azienda, non aveva più la possibilità di richiedere ulteriori mezzi istruttori. Consentire una contestazione successiva di fatti per le quali le parti non hanno più la possibilità di richiedere mezzi di prova, significa violare il principio della parità delle armi;

il motivo è destituito di fondamento. A prescindere dalla sussistenza di profili di inammissibilità per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6 (non avendo parte ricorrente trascritto, allegato o localizzato all’interno del fascicolo di legittimità la parte rilevante della comparsa di costituzione dell’Azienda Sanitaria, risultando insufficiente il passaggio riprodotto a pagina 9 del ricorso), va ribadito che il principio di non contestazione disciplinato all’art. 115 c.p.c., non opera con riguardo al contumace. L’attore deve produrre, a pena di inammissibilità, i documenti costituenti prova del fatto costitutivo della domanda entro il secondo termine di cui all’art. 183 c.p.c., fissato per l’indicazione dei mezzi di prova e le produzioni documentali, e ciò indipendentemente dalla tardiva costituzione della controparte oltre il detto termine e dagli argomenti da essa introdotti, atteso che tale circostanza non consente la remissione in termini, nè l’applicazione del principio di non contestazione, il quale è richiamato dall’art. 115 c.p.c., con espresso riferimento alle sole parti costituite, restando così esclusa la sua validità rispetto a quelle contumaci (Cass. Sez. 3 -, Ordinanza n. 16800 del 26/06/2018, Rv. 649419 – 01);

sotto altro profilo non ricorre l’ipotesi di tardività delle contestazioni, nei limiti in cui sono trascritte in ricorso, poichè si trattava di mere difese riguardanti i presupposti dei fatti costitutivi della domanda,che, in tema di azione di arricchimento senza causa, impongono al giudice di determinare d’ufficio la misura dell’arricchimento nella minor somma tra l’arricchimento ricevuto e la diminuzione patrimoniale subita da I.S.P.E. equindi, con riferimento all’indagine sui costi minimi che la struttura avrebbe dovuto sostenere per un servizio con analoghe caratteristiche;

con il terzo motivo si deduce la nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c. e ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per assenza di motivazione ed esame di un fatto decisivo per il giudizio. La Corte territoriale avrebbe travisato la prova, in quanto la consulenza redatta nel giudizio arbitrale avrebbe determinato non solo la retta, ma anche i costi per la erogazione agli assistiti dell’attività sanitaria. Quei costi integrerebbero, però, il requisito della diminuzione patrimoniale subita da I.S.P.E.. Tali oneri sarebbero elencati alle pagine 12 – 23 della consulenza e sarebbero stati ignorati dalla Corte territoriale. A quei costi occorre aggiungere quelli, fissi, di personale, strutture ed attrezzature imposti dai requisiti necessari per l’autorizzazione all’esercizio di tale attività. La decisione, inoltre, richiamerebbe erroneamente la necessità di escludere il lucro cessante dal computo dell’indennità e ciò in quanto I.S.P.E., quale ente pubblico assistenziale senza fine di lucro, non ha prodotto conteggi che prevedano un utile, limitandosi a determinare la retta sul costo puro. In sostanza, l’argomentazione della Corte territoriale sarebbe contraddetta dall’esistenza di un atto 1 probatorio contrario a quanto affermato dal giudice di appello;

con il quarto motivo si lamenta la violazione l’art. 2041 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. La Corte territoriale non si sarebbe avveduta che la convenzione era comunque valida, anche se sospesa d’autorità e successivamente ripristinata; non avrebbe considerato che I.S.P.E. è un ente pubblico senza fine di lucro e che il regolamento regionale consentiva solo agli enti assistenziali, oltre che alla stessa Asl, in via diretta, l’accreditamento per l’attività di assistenza icon la conseguenza che la retta teneva conto solo dei costi, escludendo ogni forma di utile. Pertanto, il contributo per l’assistenza sanitaria corrispondeva proprio al costo e quindi al requisito della diminuzione patrimoniale subita da I.S.P.E. richiesta dall’art. 2041 c.c.;

i due motivi vanno trattati congiuntamente perchè strettamente connessi, avendo ad oggetto le medesime questioni dedotte con riferimento alle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4;

a prescindere dall’irrilevanza della censura secondo la quale la Corte territoriale non avrebbe considerato che la convenzione era valida, ma sospesa (la qual cosa determinerebbe l’inammissibilità dell’azione di arricchimento ingiustificato per difetto di residualità), i motivi sono inammissibili per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, atteso che la parte non ha trascritto, documentato e allegato di avere sottoposto al giudice di appello la specifica questione relativa al contenuto reale della consulenza d’ufficio predisposta nel separato procedimento arbitrale, precisando che, in considerazione della natura giuridica di I.S.P.E., per il contenuto del regolamento regionale n. 1 del 1997, per l’assenza di un utile dedotto, il costo per la prestazione dell’assistenza sanitaria in favore dei ricoverati corrispondeva esattamente alla retta e quindi proprio al concetto di diminuzione patrimoniale subita da I.S.P.E. e costituente uno dei requisiti dell’azione ai sensi dell’art. 2041 c.c.;

ISPE avrebbe dovuto trascrivere buona parte della comparsa di costituzione in appello, con specifico riferimento alla seconda parte del secondo motivo, con il quale l’azienda ha dedotto di avere contestato le prestazioni e la qualificazione economica delle stesse, eccependo, in particolare, che la misura dell’arricchimento avrebbe dovuto essere individuata nella minore somma tra l’arricchimento ricevuto e la diminuzione patrimoniale esso subita da I.S.P.E. e che pertanto non avrebbe potuto costituire valido fondamento probatorio la consulenza d’ufficio nella misura in cui la stessa ha calcolato il contributo nella misura prevista nella convenzione;

nessun elemento in tal senso si rinviene, anche nella prima parte del ricorso dedicata allo svolgimento del giudizio, in cui, a pagina 5, la posizione processuale tenuta da I.S.P.E. in appello, è sintetizzata con “nel merito (deduceva) l’infondatezza dello stesso appello”;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 10.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 -bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 26 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2021

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