Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15102 del 21/07/2016


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Cassazione civile sez. VI, 21/07/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 21/07/2016), n.15102

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8890-2015 proposto da:

GBL MACHINERY SRL, in persona dell’amministratore unico, legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

MONTE DELLE GIOIE 13, presso lo studio dell’avvocato DONATELLA MARIA

INES GEROMEL, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GIUSEPPE BETTANIN giusta procura speciale a margine della seconda

pagina del ricorso;

– ricorrente –

contro

O.O., in qualità di titolare della ditta L’ANTICO DI

O.O., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DEI SANGALLO

1, presso lo studio dell’avvocato ANDREA VOLTAGGIO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FERRUCCIO PEZZANGORA

giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 396/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA del

14/10/2013, depositata il 18/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

E’ stata depositata la seguente relazione.

“1. La GBL Machinery s.r.l. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Bassano del Grappa, O.O. affinchè fosse condannato alla restituzione della somma di Euro 20.000, percepita in modo asseritamente indebito, nonchè al risarcimento del danno.

A sostegno della domanda espose che vi era stato un precedente accordo tra V.L., amministratore della GBL s.a.s., dichiarata fallita, ed il convenuto, nel senso che l’ O. avrebbe acquistato all’asta i beni della società fallita, con l’obbligo di rivenderli poi alla società attrice con una maggiorazione del prezzo pari al 30 per cento. Aggiunse che, verificatosi l’acquisto all’asta, l’ O. non aveva rilasciato alcuna fattura dei pagamenti ricevuti, pretendendo una somma assai più elevata di quella pattuita, con conseguente diritto alla ripetizione della maggiore somma indebitamente versata.

Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda sul rilievo che il prezzo dei beni era stato concordemente modificato dopo l’acquisto all’asta, sicchè nessuna maggiore somma egli aveva incassato.

Il Tribunale accolse la domanda e condannò il convenuto al pagamento della somma di Euro 18.974,63, oltre interessi e con il carico delle spese di giudizio.

2. La sentenza è stata impugnata dall’ O. e la Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 18 febbraio 2014, in totale riforma di quella del Tribunale, ha rigettato la domanda della GBL Machinery s.r.l., condannandola al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio.

3. Contro la sentenza d’appello ricorre la GBL Machinery s.r.l., con atto affidato a due motivi.

Resiste O.O. con controricorso.

4. Osserva il relatore che il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., in quanto destinato ad essere dichiarato inammissibile.

5. Il primo motivo di ricorso lamenta violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. in tema di prova presuntiva.

5.1. Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello, infatti, con un accertamento in fatto non sindacabile in questa sede, ha osservato, fra l’altro, che l’esclusione del carattere indebito dei pagamenti compiuti dalla società oggi ricorrente derivava da una lettera dell’8 luglio 2002, proveniente da quest’ultima e diretta al legale dell’ O., con la quale si riconosceva di dover ancora pagare la somma di Euro 5.296,22; atto, questo, avente natura di confessione stragiudiziale resa alla parte e, perciò, di piena prova ai sensi dell’art. 2735 c.c..

Avverso tale circostanza, che assume il valore di autonoma e sufficiente ratio deccidendi, nessuna contestazione viene mossa nel motivo in esame; con la conseguenza che, anche ammettendo la fondatezza delle ulteriori argomentazioni, la motivazione della sentenza impugnata continuerebbe comunque a reggersi sulla base dell’argomento non contestato (Sezioni Unite, sentenza 29 marzo 2013, n. 7931).

Allo stesso modo, poi, non viene in sostanza neppure censurata la motivazione della sentenza là dove ha affermato che l’accordo originario fu oggetto di successive modifiche, desumibili per facta concludentia.

6. Il secondo motivo di ricorso lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1703, 1705, 1706, 1710 e 1713 c.c., sostenendo che vi sarebbe una violazione delle norme sul mandato senza rappresentanza.

6.1. Il motivo è inammissibile.

Da un lato, infatti, esso contiene una serie di considerazioni in fatto non più esaminabili in questa sede; dall’altro la censura posta, giuridicamente non chiara e comunque nuova, non risulta essere stata posta in sede di merito, nè la società ricorrente ha cura di chiarire se, dove e con quali modalità la questione sia stata prospettata al Tribunale e alla Corte d’appello.

7. Si chiede, pertanto, che il ricorso venga trattato in camera di consiglio per essere dichiarato inammissibile”.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Non sono state depositate memorie alla trascritta relazione.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione medesima e di doverne fare proprie le conclusioni.

2. Il ricorso, pertanto, è dichiarato inammissibile.

A tale esito segue la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 18 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2016

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