Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15089 del 08/07/2011

Cassazione civile sez. lav., 08/07/2011, (ud. 19/05/2011, dep. 08/07/2011), n.15089

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAMORGESE Antonio – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17607/2007 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Lungotevere Michelangelo

n. 9, presso lo studio Trifirò e Partners, rappresentata e difesa

dall’Avv. BERETTA Stefano per procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via Giovanni

Gentile n. 8, presso lo studio dell’Avv. Massimo Martoriello,

rappresentato e difeso dall’Avv. COGO Giovanna per procura rilasciata

in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 166/2006 della Corte d’appello di Brescia,

pronunziata nella causa n. 192/05 r.g. lav., depositata in data

24.05.06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

19.05.2011 dal Consigliere Dott. Giovanni Mammone;

uditi l’Avv. Zucchinali per delega Beretta;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa

CESQUI Elisabetta, che ha concluso per il rinvio della causa a nuovo

ruolo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza del Tribunale di Brescia veniva rigettata la domanda proposta da B.G. di dichiarare nullo il termine apposto all’assunzione alle dipendenze di Poste Italiane s.p.a., disposta in suo favore per il periodo 4.6-31.08.02.

2.- Proposto appello dal lavoratore, la Corte d’appello di Brescia con sentenza depositata in data 24.05.06 accoglieva l’impugnazione e, dichiarata la nullità del termine, affermava l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con condanna del datore al pagamento delle retribuzioni arretrate a titolo di risarcimento.

La Corte di appello premetteva che al caso di specie era applicabile il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, essendo il contratto stipulato “ai sensi della vigente normativa, per esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi, nonchè per l’attuazione delle previsioni di cui agli accordi 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002”.

Nel merito, pur considerando esistente il dedotto processo di ristrutturazione aziendale, cui non era funzionale l’irrazionale distribuzione del personale sul territorio, riteneva che dovesse essere valutata non la situazione astratta, ma la riferibilità della situazione aziendale al caso concreto. Tale riferibilità era da escludere, non avendo Poste Italiane provato che presso l’ufficio cui era stato destinato il dipendente esistessero le specifiche condizioni dedotte nell’atto di assunzione a tempo determinato.

3.- Avverso questa sentenza Poste Italiane propone ricorso per cassazione.

Si difende con controricorso B..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.- I motivi di ricorso di Poste Italiane s.p.a. vanno sintetizzati come segue.

4.1.- Violazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, recante disciplina del contratto a termine, censurandosi l’affermazione che, per il dettato di legge, debba essere indicata all’atto dell’assunzione una sola specifica esigenza aziendale e non possano, invece, essere richiamate cumulativamente tutte le esigenze organizzative in atto (primo motivo).

4.2.- Violazione dell’art. 2697 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè carenza di motivazione, contestandosi la coerenza del giudizio espresso dal giudice circa gli clementi di prova forniti circa le esigenze organizzative da soddisfare (secondo motivo).

4.3.- violazione dell’art. 12 preleggi, dell’art. 1419 c.c. e del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, contestandosi l’applicazione della sanzione della trasformazione dell’assunzione a termine in contratto a tempo indeterminato (terzo motivo).

4.4.- violazione dell’art. 1206 c.c., e segg., tanto a proposito di mora credendi, contestandosi che la semplice richiesta di espletamento del tentativo obbligatorio di conciliazione valga a costituire in mora il datore, che di quantificazione del credito risarcitorio, non essendo stato illustrato il fondamento della condanna al pagamento delle retribuzioni anche per il periodo successivo al dispositivo della sentenza.

5.- Sono fondati i primi due motivi di ricorso, da trattare congiuntamente in ragione del collegamento tra di loro esistente.

6.- Il giudice di merito, pur ritenendo attuali il processo di riorganizzazione aziendale e le connesse esigenze operative, ha ritenuto non provata l’esistenza di dette condizioni nell’ambito lavorativo specifico in cui fu destinato il lavoratore istante.

Il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368 – che attua la direttiva 1999/70 CE, relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICE, dal CEP e dal CES, e costituisce la nuova fonte regolatrice del contratto di lavoro a tempo determinato, in sostituzione della abrogata L. 18 aprile 1962, n. 230 e della successiva legislazione integrativa – nel testo vigente all’epoca del contratto ora in questione, all’art. 1 prevedeva che “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” (comma 1) e che “l’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1” (comma 2).

Abbandonato il sistema previsto dalla L. n. 230 del 1962, di rigida tipizzazione delle fattispecie legittimanti, ed introdotto il sistema articolato per clausole generali, in cui l’apposizione del termine è consentita a fronte “di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”, il nuovo sistema impone un fondamentale criterio di razionalizzazione costituito dall’obbligo per il datore di lavoro di adottare l’atto scritto e di “specificare” in esso le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo adottate.

7.- Nel rispetto di tale esigenza di specificazione, le ragioni giustificatoci del contratto a termine debbono essere particolareggiate in maniera tale da rendere possibile la conoscenza della loro portata ed il controllo della loro effettività; in particolare, l’in te rp relazione del termine “specificare” (art. 1, comma 2) deve garantire la trasparenza del controllo di effettività assicurato dalla legislazione previgente (Cass. 1.2.10 n. 2279).

Tale trasparenza è assicurata dall’onere di “specificazione” nell’atto scritto, il quale ha l’evidente scopo di evitare l’uso indiscriminato dell’istituto per fini solo nominalmente riconducibili alle esigenze riconosciute dalla legge, imponendo la riconoscibilità della motivazione addotta già nel momento della stipula del contratto.

8.- Tuttavia, se non è sufficiente a qualificare le ragioni per le quali è stata disposta l’assunzione a termine la mera indicazione di esigenze produttive ed organizzative, essendo necessaria che di tali esigenze si “specifichi” congruamente la natura, è possibile che dette ragioni risultino dall’atto scritto non solo per indicazione diretta, ma anche per relationem, ove le parti abbiano richiamato nel contratto di lavoro testi scritti che prendono in esame l’organizzazione aziendale e ne analizzano le tematiche operative.

E’ quanto nella sostanza la ricorrente sottolinea essere avvenuto nel caso di specie, in cui l’atto scritto di assunzione, dopo alcuni generici riferimenti ai processi di riorganizzazione aziendale, concretizza le “esigenze tecniche, organizzative e produttive” nella “attuazione delle previsioni di cui agli accordi 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002”. Da tali accordi, che costituiscono un momento di esame comune delle parti sindacali delle esigenze organizzative e di cui sono riportati ampi stralci nel ricorso, secondo la ricorrente si desumerebbe l’esistenza di processi di mobilità introaziendale che legittimerebbero il ricorso alle assunzioni a termine, quale momento di riequilibrio territoriale e funzionale delle risorse umane.

9.- Il giudice di merito, dato atto dell’intervento del D.Lgs. n. 368 del 2001, pur riconoscendo l’attualità del processo di ristrutturazione aziendale e l’irrazionale distribuzione del personale sul territorio, ha considerato l’assunzione del lavoratore con riferimento alla posizione dallo stesso assunta nell’ufficio di destinazione, senza inserirla nell’ampio contesto disegnato dall’atto scritto di stipula del contratto a termine, ove specificamente si ricollega l’assunzione alla già rilevata “attuazione delle previsioni di cui agli accordi 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio 2002”.

La giurisprudenza di questa Corte ha, invece, ritenuto necessario che – di fronte ad una complessa enunciazione delle ragioni adottate a legittimazione dell’apposizione del termine – l’esame del giudice di merito deve estendersi a tutti gli elementi di specificazione emergenti dal contratto allo scopo di acclararne l’effettiva sussistenza, ivi ricomprendendo l’analisi degli accordi collettivi sopra indicati (v. la citata sentenza 2279).

Essendosi – come già evidenziato – la Corte di appello sottratta a questo compito, la censura è fondata e comporta l’accoglimento del primo e del secondo motivo.

6.- Assorbiti i motivi terzo e quarto, la sentenza impugnata, deve essere dunque cassata, con rinvio al giudice indicato in dispositivo per un nuovo esame della causa. Tale esame dovrà articolarsi nella previa valutazione della esistenza o meno del grado di specificazione richiesto dalla legge e, in caso di positivo accertamento, nella successiva verifica dell’effettiva ricorrenza nel caso concreto degli elementi di fatto che danno corpo alla ragioni di assunzione per come sono specificate.

L’onere probatorio al riguardo grava sul datore di lavoro e deve essere assolto sulla base delle istanze istruttorie formulate.

Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla Corte d’appello di Milano, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 19 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2011

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