Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15064 del 31/05/2021

Cassazione civile sez. III, 31/05/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 31/05/2021), n.15064

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G. 36666/2019 proposto da:

I.P., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocata

Maria Cristina Romano, del Foro di Milano, presso il cui studio è

elettivamente domiciliato, in Milano, Via Fontana n. 2.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in via del Portoghesi n.

12.

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano n. 2339/2019,

pubblicata il 28/5/2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 13 gennaio

2021 dal Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

 

Fatto

OSSERVA

Il sig. I. impugna la sentenza della Corte di appello di Milano indicata in epigrafe, con la quale era stato confermata l’ordinanza del Tribunale di Milano del 2 aprile 2018 di rigetto di tutte le sue domande di protezione internazionale.

Il ricorso proposto dinanzi a questa Corte è fondato su otto motivi di censura.

I fatti rilevanti sono esposti compiutamente dalla sentenza impugnata, alla quale si rinvia in parte qua.

Il primo e secondo motivo, rispettivamente volti a censurare, rispettivamente, l’omessa pronuncia sulle istanze istruttorie formulate dalla parte con il ricorso introduttivo del giudizio di appello e la valutazione di non credibilità del richiedente asilo sono manifestamente infondati.

Lo è il primo, volta che la Corte territoriale, con motivazione ampia ed esauriente, ha correttamente valutate tutti i fatti sottoposti al suo esame, così ritenendo, sia pur implicitamente, non rilevanti le richieste difensive – istanza di interrogatorio libero e CTU sugli aspetti della cultura nigeriana -, senza che, con la censura odierna, vengano in alcun modo esplicitate le ragioni della decisività di tale istanze.

Lo è il secondo, considerato che esso muove dall’assunto della sussistenza di una asserita forma di persecuzione nei confronti del richiedente asilo da parte del Cult cui asserisce di aver aderito (f. 3 del ricorso, ove si legge che, nel marzo del 2015, gli era stato chiesto di assassinare un esponente del partito (OMISSIS)), laddove il provvedimento della Corte d’appello ha escluso, con apprezzamento di fatto incensurabile in questa sede – all’esito di un fondato e convincente giudizio di non credibilità dell’istante – che ricorresse una siffatta circostanza e, con essa, la veridicità dell’intera narrazione.

Osserva preliminarmente il collegio come il vizio di violazione o falsa applicazione di legge non possa essere formulato se non assumendo l’accertamento di fatto, così come operato dal giudice del merito, in guisa di termine obbligato, indefettibile e non modificabile, del sillogismo tipico del paradigma del giudizio di sussunzione, là dove, diversamente (ossia ponendo in discussione detto accertamento), si verrebbe a trasmodare nella revisione della quaestio facti e, dunque, ad esercitarsi poteri di cognizione esclusivamente riservati al giudice del merito (ex aliis, Cass. 13 marzo 2018, n. 6035; Cass. 23 settembre 2016, n. 18715).

Sotto altro aspetto, il motivo si risolve, in parte qua, nella censura della valutazione degli elementi probatori così come operata dal giudice di appello in ordine alla idoneità degli stessi a dimostrare la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento in capo ricorrente delle invocate misure di protezione internazionale: ma una siffatta censura, sotto il profilo della valutazione di credibilità del ricorrente, può trovare ingresso in questa sede soltanto nei limiti già indicati ripetutamente da questa Corte, e cioè lamentando una non corretta applicazione dei principi che impongono al giudice di merito di esaminare i singoli elementi del racconto secondo un criterio non puramente atomistico, caratterizzato da una (non legittima) scomposizione/dissociazione/confutazione di ciascun singolo fatto esposto rispetto al generale contesto narrativo, bensì procedendo alla necessaria, e ben diversa, disamina complessiva dell’intera vicenda riferita dal richiedente asilo.

Se è vero, pertanto, che la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo in sede giurisdizionale non possa ritenersi volta alla capillare e frazionata ricerca delle singole, eventuali contraddizioni, pur talvolta esistenti, insite nella narrazione della sua personale situazione, è vero altresì che, nella valutazione di credibilità della narrazione, la Corte si è rigorosamente attenuta (salvo quanto si dirà in occasione dell’esame del sesto e settimo motivo) a tali principi, volta che (ff. 3-4 e 7-8 del provvedimento impugnato) vengono dapprima valutati i singoli elementi del racconto, evidenziandone l’insanabile contraddittorietà quanto alle ragioni dell’espatrio, per poi concludere, del tutto correttamente, nel senso di una complessiva ed irredimibile non credibilità dell’intera narrazione resa dal richiedente asilo.

Il motivo di ricorso (che si dilunga per più pagine sulla presunta violazione dei criteri di valutazione della credibilità del richiedente asilo) non può, pertanto, trovare accoglimento, stante la sua struttura espositiva, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto storico in senso sostanziale e non può riesaminare e valutare autonomamente (se non nei limiti poc’anzi descritti) il merito della causa, mentre la sentenza impugnata viene contestata e contrastata, in parte qua, sulla base di affermazioni che mirano esclusivamente a sovrapporre una diversa ricostruzione e valutazione di tali fatti storici, ponendoli in astratto e soltanto formale dissenso rispetto a quella compiuta dal giudice di merito.

Il terzo e quarto motivo, che lamentano la mancata concessione della protezione sussidiaria, rispettivamente nelle forma di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e lett. b), sono manifestamente infondati, poichè il giudizio di non credibilità del richiedente asilo preclude ipso facto l’esame di entrambe le fattispecie normative, anche sotto il profilo dell’approfondimento istruttorio circa la situazione del Paese di rimpatrio, essendo entrambe le forme di protezione strettamente e inscindibilmente connesse alla credibilità delle dichiarazioni del ricorrente.

Il quinto motivo, con il quale si censura la mancata concessione della protezione sussidiaria sub specie dell’art. 14, lett. c) del sopra citato Decreto, è manifestamente infondato, avendo il giudice d’appello esaurientemente e convincentemente adempiuto al proprio obbligo di cooperazione istruttoria (svincolato, quanto alla fattispecie normativa in esame, da qualsivoglia giudizio sulla credibilità del ricorrente), sulla base di COI specificamente indicate (contrariamente a quanto erroneamente sostenuto in ricorso: f. 17, 11 rigo) attendibili e aggiornate (ff. 11-13 della sentenza) onde escludere una situazione di violenza indiscriminata nei termini indicati dalla stessa Corte di giustizia (C.d.G., sentenze nn. 172/09, Elgafaji e 285/2012, Diakitè).

Il sesto e il settimo motivo, con i quali si lamenta la mancata concessione della protezione umanitaria, sono di converso, fondati.

Questa la motivazione adottata dal giudice di appello:

“la Corte rileva come l’odierno appellante non abbia dimostrato nè di essere fuggito da una situazione particolare di vulnerabilità, nè di essersi integrato in modo significativo in Italia. In particolare, quanto ai motivi della fuga, vanno richiamate le considerazioni di inattendibilità… che travolgono ogni ulteriore argomento in punto vulnerabilità soggettiva, anche tenuto conto – come emerso dallo stesso racconto – che l’odierno appellante, con l’attività di parrucchiere e con quella di insegnante della moglie, conduceva una vita decorosa”.

La motivazione non si sottrae alle critiche mosse con i motivi in esame.

Salvo quanto si dirà di qui a breve sul requisito dell’integrazione, emerge, in primis, una insanabile contraddizione motivazionale nella parte in cui, dopo un’ampio excursus in ordine alla non credibilità tout court delle dichiarazioni del richiedente asilo, ad esse si compie un inspiegabile riferimento (inspiegabile sub specie di una immotivata credibilità) all’attività svolta nel Paese d’origine, a quella della moglie, al tenore di vita di cui entrambi i coniugi potevano beneficiare.

La contraddizione si palese di carattere insanabile nella misura in cui:

1) Ove la Corte territoriale avesse ritenuto credibile la sola parte del racconto relativa alle condizioni sociali e lavorative del richiedente asilo (dovendo ritenersi legittima una valutazione soltanto parziale della credibilità del ricorrente), avrebbe dovuto esplicitarlo in motivazione, mentre il giudizio di inverosimiglianza del narrato risulta formulato in termini complessivi e senza eccezioni, ed avrebbe dovuto poi dar conto delle ragioni per cui (non credute quelle esposte) un soggetto beneficiario delle suddette condizioni si fosse determinato ad un espatrio i cui rischi (anche mortali) e le cui conseguenze ben possono ritenersi fatto notorio, e non da oggi;

2) Ove, di converso, la Corte avesse tenuto fermo il proprio complessivo giudizio di non credibilità, non avrebbe potuto servirsi di un argomento – finalizzato in parte qua al rigetto della domanda – insanabilmente contraddittorio con quel giudizio.

La sentenza risulta ulteriormente viziata sotto il profilo dell’omessa comparazione tra la situazione attuale in cui versa il ricorrente in Italia e quella del Paese di origine sotto il profilo (affatto diverso da quello accertato dalla Corte in relazione alla fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) della compromissioni dei diritti umani.

Benchè il giudice di appello compia un cospicuo riferimento a precedenti più o meno risalenti di questa Corte (Cass. 15466/2014 e 26566/2013, Cass. s.u. 19393/2009 e 5059/2017 indicati al folio 15 della sentenza; Cass. 10686/2012 e 16392/2016 al folio 16) risultano, per converso, del tutto pretermessi, e conseguentemente disapplicati, gli specifici principi affermati da questa Corte in subiecta materia (Cass. 4455/2018 – pubblicata in epoca di un oltre anno antecedente alla decisione in esame – poi confermata dalle stesse sezioni unite di questa Corte con la sentenza 29459/2019).

Va pertanto riaffermato il principio a mente del quale, se, per il riconoscimento dello status di rifugiato, o della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b), deve essere dimostrato che il richiedente asilo abbia subito, o rischi concretamente di subire, atti persecutori come definiti dall’art. 7 (atti sufficientemente gravi per natura o frequenza, tali da rappresentare una violazione grave dei diritti umani fondamentali, ovvero costituire la somma di diverse misure il cui impatto si deve risolvere in una grave violazione dei medesimi diritti), così che la decisione di accoglimento consegue ad una valutazione prognostica dell’esistenza di un rischio, e il requisito essenziale per il riconoscimento di tale forma di protezione consiste nel fondato timore di persecuzione, personale e diretta, nel paese di origine del richiedente asilo, alla luce di una violazione individualizzata – e cioè riferibile direttamente e personalmente al richiedente asilo, in relazione alla situazione del Paese di provenienza, da compiersi in base al racconto ed alla valutazione di credibilità operata dal giudice di merito, diversa, invece, è la prospettiva dell’organo giurisdizionale in tema di protezione umanitaria, per il riconoscimento della quale è necessaria e sufficiente, anche al di là ed a prescindere dal giudizio di credibilità del racconto, la valutazione comparativa tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del Paese di origine, qualora risulti ivi accertata la violazione del nucleo incomprimibile dei diritti della persona che ne vulnerino la dignità – accertamento che prende le mosse, senza poterne in alcun modo prescindere, dal dettato costituzionale di cui all’art. 10, comma 3, ove si discorre, senza ulteriori condizioni o specificazioni, ai fini del riconoscimento dell’asilo, di impedimento allo straniero dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana.

Pertanto, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, deve ritenersi necessaria e sufficiente la valutazione dell’esistenza e della comparazione degli indicati presupposti (per tutte, Cass. 8819/2020), che non sono, pertanto, condizionati dalla eventuale valutazione negativa di credibilità. Il riconoscimento della protezione umanitaria postula, difatti, l’obbligo, per il giudice del merito, di cooperare nell’accertamento della situazione reale del Paese di provenienza sotto il diverso profilo della tutela dei diritti umani, in modo che ciascuna domanda venga esaminata, in tale precipua ottica, alla luce di informazioni complete, affidabili e aggiornate sul Paese di origine del richiedente.

Al fine di ritenere adempiuto tale obbligo officioso, l’organo giurisdizionale è tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto e il loro contenuto (Cass. n. 11312 del 2019), senza incorrere nell’errore di utilizzarle limitatamente alla esclusione dell’esistenza di un conflitto armato interno o internazionale (rilevante, va ripetuto, al solo fine di valutare la domanda di protezione internazione sub specie del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)), dovendo di converso esaminarle, al diverso fine di valutare la situazione del Paese di origine sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e del loro nucleo incomprimibile.

Pertanto, non risulta conforme a diritto la (assai stringata) motivazione adottata per respingere la domanda in discorso nella parte in cui richiama “le considerazioni di inattendibilità svolte sub 13”, ritenendole destinate “a travolgere ogni ulteriore valutazione in punto di vulnerabilità soggettiva”, poichè viene omessa del tutto la valutazione della vulnerabilità oggettiva del richiedente conseguente alla violazione dei diritti umani in ipotesi accertata con riferimento al Paese di respingimento – con riferimento alla quale l’odierno ricorrente aveva indicato numerosi Report internazionali (riportati in ricorso al folio 26, in ossequio al principio di autosufficienza) di cui il giudice d’appello non tiene alcun conto.

Viene, per altro verso, totalmente omessa, nella specie, la pur necessaria valutazione della eventuale integrazione dello straniero (puntualmente evocata al F. 25 del ricorso) sotto il profilo lavorativo, non essendo conforme a diritto l’affermazione secondo cui “l’inizio dell’attività lavorativa si colloca in epoca successiva alla decisione di rigetto del Tribunale, a distanza di quasi tre anni dall’ingresso in Italia”, per ricavarne, apoditticamente, che “una tale situazione non configura un’integrazione socio-lavorativa stabile e duratura”, essendo di converso il giudice d’appello obbligato a valutare tutte le circostanze emergenti dagli atti al momento della decisione, con conseguente ammissibilità di tutti i documenti comprovanti fatti sopravvenuti alla decisione di primo grado.

Va pertanto riaffermato il principio di diritto, cui il giudice di rinvio si atterrà rigorosamente, alla luce del quale, secondo l’interpretazione fatta propria dalla giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione umanitaria l’orizzontalità dei diritti fondamentali comporta che, ai fini del suo riconoscimento, occorre operare la valutazione comparativa della situazione oggettiva, oltre che (ma anche a prescindere dalla) situazione soggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine sub specie della libera esplicazione di quei diritti, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, rilevando a tal fine in modo pregnante l’attività lavorativa, specie se a tempo indeterminato – pur senza che abbia rilievo esclusivo l’esame del livello di integrazione, se isolatamente ed astrattamente considerato.

7. Al giudice del rinvio è pertanto demandato l’obbligo di valutare autonomamente, alla luce dei principi sopraindicati, la domanda di protezione umanitaria alla luce di COI attendibili e aggiornate al momento della decisione, attesa la natura di domanda autodeterminata in materia di diritti fondamentali dell’istanza di protezione internazionale (e tenuto conto altresì di quelle prodotte dal richiedente asilo) in relazione alla situazione dei diritti umani del paese di provenienza, ove quelle utilizzate al diverso fine di esaminare e rigettare la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), risultassero (come nella specie) inidonee o insufficienti a tale scopo.

PQM

La Corte accoglie sesto e settimo motivo del ricorso, assorbito l’ottavo, rigetta i restanti motivi, cassa il decreto impugnato e rinvia il procedimento, in relazione ai motivi accolti, alla Corte di appello di Milano, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 31 maggio 2021

 

 

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