Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15053 del 21/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 21/07/2016, (ud. 08/03/2016, dep. 21/07/2016), n.15053

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26740-2011 proposto da:

F.LLI C. S.r.l., c.f. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliata ex lege in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dagli avvocati VINCENZO MEGNA, VINCENZO

ZAHORA;

– ricorrente –

contro

G.C., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

APPIANO 8, presso lo studio dell’avvocato ORAZIO CASTELLANA,

rappresentato e difeso dall’avvocato TOMMASO SAVITO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 241/201l della CORTE D’APPELLO DI LECCE – SEZ.

DIST. DI TARANTO, depositata il 03/10/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/03/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito l’Avvocato VINCENZO ZAHORA, difensore della ricorrente, che si

riporta agli alti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 17.12.05 il sig. G.C., premesso di aver venduto alla società F.lli C. s.r.l. partite di uva a fronte delle cui consegne quest’ultima aveva versato acconti per Euro 92.000,00, ma aveva rifiutato il pagamento del saldo per Euro 58.257,00, conveniva in giudizio tale società davanti al Tribunale di Taranto, chiedendone la condanna al pagamento della detta residua somma. La convenuta non si costituiva.

Con sentenza del 5/10/2009, il Tribunale, ritenendo dimostrati dall’attore i fatti costitutivi del vantato diritto, condannava la F.lli C. al pagamento della ridetta somma.

La società proponeva appello, dolendosi, in rito, sia della nullità della notifica della citazione introduttiva, sia della nullità della citazione stessa, per l’inosservanza del termine per comparire; nel merito, l’appellante deduceva la mancanza di prova a sostegno della domanda.

La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza n. 4347/2010 del 3.10.2011, ha accolto per quanto di ragione il gravame, dichiarando la nullità del procedimento di primo grado e della sentenza del 5.10.2009 conclusiva dello stesso. Nel merito, peraltro, la Corte distrettuale ha accolto la domanda dell’attore, condannando la F.lli C. s.r.l. al pagamento, in favore del G., della somma di Euro 58.957,00, sulla base delle seguenti considerazioni:

a) la notifica della citazione introduttiva del giudizio di primo grado, effettuata a mezzo posta e perfezionatasi per compiuta giacenza, doveva giudicarsi valida, in quanto effettuata presso la sede effettiva della società convenuta;

b) la citazione era invece nulla, per inosservanza del termine minimo a comparire, con conseguente nullità dell’intero procedimento di primo grado e della sua sentenza conclusiva: ciò tuttavia, non implicava la necessità di rimessione della causa al giudice di primo grado;

c) nel merito, la domanda attorea era fondata, in quanto l’avvenuta fornitura d’uva non risultava contestata e la contestazione del prezzo era generica e non provata.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la F.lli C. s.r.l., sulla base di quattro motivi.

Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 145, 353 e 354 c.p.c. e art. 46 c.c., per non aver la Corte di merito valutato se la notifica dell’atto introduttivo del giudizio – effettuata a mezzo posta per compiuta giacenza – fosse stata regolare in relazione alla persona, qualificatasi come “madre”, che aveva ricevuto la CAD all’indirizzo di (OMISSIS). Al riguardo la ricorrente argomenta, da un lato, che l’indirizzo ove la citazione era stata notificata non corrispondeva nè alla sede legale della società nè alla residenza del suo legale rappresentate e, dall’altro, che la qualificazione della persona che aveva ricevuto la CAD come “madre” (senza, sottolinea la ricorrente, alcuna specificazione sull’identità di colui del quale detta persona sarebbe la madre) era una qualificazione non corrispondente ad alcuna delle figure elencate nell’art. 145 c.p.c. (nel testo rottone temporis applicabile, anteriore a quello in vigore dall’1.3.06), vale a dire: il rappresentate della società, la persona incaricata di ricevere le notificazioni, la persona addetta alla sede.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 354 c.p.c. in cui la Corte distrettuale sarebbe incorsa giudicando la causa nel merito, invece che rimetterla al giudice di primo grado.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, nonchè il vizio di violazione falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in cui la Corte distrettuale sarebbe incorsa addossando alla convenuta l’onere di provare che il prezzo pattuito fosse diverso da quello esposto nella fattura emessa dal venditore.

Con il quarto motivo, infine, la ricorrente denuncia il vizio di contraddittorietà della motivazione, in ordine al governo delle spese di lite, in cui la Corte distrettuale sarebbe incorsa condannando la convenuta a rifondere all’attore, sia pure parzialmente, le spese del giudizio di primo grado, nonostante l’intervenuta declaratoria di nullità di tale giudizio per mancato rispetto dei termini a comparire.

Il sig. G.C. ha depositato controricorso.

Nessuna delle parti ha depositato memorie.

Il ricorso è stato discusso alla pubblica udienza dell’8.3.16, nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo di ricorso non può trovare accoglimento in relazione a nessuno dei due profili in cui si articola.

Quanto al primo profilo di doglianza, concernente l’indirizzo ove la notifica a mezzo posta è stata eseguita, va qui richiamato l’indirizzo di questa Corte alla cui stregua, in tema di notificazione alle persone giuridiche, deve considerarsi valida quella eseguita nella sede effettiva di una società avente personalità giuridica, anzichè nella sede legale, operando anche ai fini della disciplina delle notificazioni contenuta nell’art. 145 c.p.c. la disposizione di cui all’art. 46 c.c., comma 2, secondo il quale, qualora la sede legale della persona giuridica sia diversa da quella effettiva, i terzi possono considerare come sede della stessa anche quest’ultima (sent. nn. 2671/05; 10303/09). Ciò premesso, il collegio rileva che l’identificazione dell’indirizzo di (OMISSIS) con la sede effettiva della società destinataria della notifica costituisce accertamento di fatto che compete al giudice di merito è non è censurabile in questa sede se non con il mezzo, non proposto dal ricorrente, del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Quanto al secondo profilo di doglianza – concernente l’idoneità a ricevere la notifica dell’atto, alla stregua dell’art. 145 c.p.c., della persona, qualificatasi genericamente come “madre”, che ritirò la CAD all’indirizzo di (OMISSIS) – il Collegio preliminarmente rileva che la statuizione di regolarità della notifica di cui si tratta presuppone due giudizi di diritto impliciti:

1) il primo, è quello secondo cui la notifica ad una società effettuata a mezzo posta ai sensi dell’art. 149 c.p.c. è valida anche qualora si sia perfezionata per compiuta giacenza;

2) il secondo è quello secondo cui, ai fini del perfezionamento della notifica ad una società effettuata a mezzo posta per compiuta giacenza, non è necessario che il soggetto che ritiri la CAD rientri tra quelli elencati nell’art. 145 c.p.c. Il ricorrente non formula alcuna censura riguardo al primo giudizio di diritto – la verifica della cui esattezza non viene quindi rimessa al controllo di legittimità di questa Corte – e attinge esclusivamente il secondo giudizio di diritto, assumendo che la Corte distrettuale avrebbe violato il disposto dell’art. 145 c.p.c. nel trascurare la circostanza che la “la notifica (rectius la CAD che la perfezionava) risultava ricevuta da una persona qualificatasi “madre”” (pag. 9, primo cpv del ricorso) e, quindi, nel non considerare che l’art. 145 c.p.c. non prevede che la notifica ad una società possa essere effettuata mediante consegna dell’atto presso la sede della società stessa ad un soggetto definitosi “madre”. Tale censura va disattesa perchè, in sostanza, confonde la consegna dell’atto notificato senza l’utilizzazione del servizio postale (disciplinata dall’art. 145 c.p.c.) con la consegna della CAD; quest’ultima è prevista dalla L. n. 890 del 1982, art. 8 il quale si limita a prevedere che la stessa venga spedita al destinatario della notifica con lettera raccomandata, senza dettare alcuna specifica prescrizione in ordine ai soggetti abilitati a ricevere tale raccomandata e senza instaurare alcun collegamento tra la relativa ricezione ed il perfezionamento della notifica (ai cui fini, ai sensi del comma 4 cit. articolo, rileva esclusivamente la spedizione, non la ricezione, della raccomandata medesima).

Il primo mezzo di ricorso va quindi disatteso.

Il secondo mezzo di ricorso, riferito alla violazione dell’art. 354 c.p.c. in cui la Corte distrettuale sarebbe incorsa giudicando la causa nel merito, invece che rimetterla al giudice di primo grado, si articola in tre distinti profili.

Il primo profilo, con cui la ricorrente censura la sentenza gravata per aver violato la regola che impone la rimessione al primo giudice in caso di nullità della notifica della citazione introduttiva, è inammissibile perchè non è pertinente alla motivazione della sentenza gravata, la quale ha escluso che nella specie ricorresse un’ipotesi di nullità della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio.

Il secondo profilo, con cui si assume che la rimessione al primo giudice sarebbe stata doverosa anche in relazione alla riconosciuta inosservanza del termine a difesa, è pur esso infondato, fondandosi su un risalente orientamento di questa Corte, superato dalle Sezioni Unite con la sentenza 122/01, seguita dalla giurisprudenza successiva (cfr. sent. n. 22914/10), ove si stabilisce che il giudice d’appello che rilevi la nullità dell’introduzione del giudizio, determinata dall’inosservanza del termine dilatorio di comparizione, non può dichiarare la nullità e rimettere la causa al giudice di primo grado (non ricorrendo in detta ipotesi nè la nullità della notificazione dell’atto introduttivo, nè alcuna delle altre ipotesi tassativamente previste dall’art. 353 c.p.c. e art. 354 c.p.c., comma 1), ma deve trattenere la causa e previa ammissione dell’appellante ad esercitare in appello tutte le attività che avrebbe potuto svolgere in primo grado se il processo si fosse ritualmente instaurato, decidere nel merito.

Il terzo profilo, col quale si lamenta che la Corte territoriale avrebbe errato nel non ammettere la società appellante a svolgere in secondo grado le attività che essa non aveva potuto svolgere in primo grado, è, per un verso, inammissibile, giacchè nel mezzo di ricorso non viene precisato quali domande, istanze, eccezioni e deduzioni, anche istruttorie, sarebbero state proposte dall’appellante e ingiustamente ritenute precluse dalla Corte d’appello e, per altro verso, infondata, avendo questa Corte, con la sentenza 10580/13, stabilito che, quando venga dedotta come motivo d’appello la nullità della citazione introduttiva, gli effetti della sua rilevazione da parte del giudice sono regolati in conformità all’art. 294 c.p.c., equivalendo la proposizione dell’appello a costituzione tardiva nel processo, di talchè il convenuto contumace, pur avendo diritto alla rinnovazione dell’attività di primo grado da parte del giudice di appello (ai sensi dell’art. 354 c.p.c., comma 4,), intanto potrà essere ammesso a compiere le attività che sono colpite dalle preclusioni verificatesi nel giudizio di primo grado, in quanto dimostri che la nullità della citazione gli abbia impedito di conoscere il processo e, quindi, di difendersi, se non con la proposizione del gravame: situazione che, peraltro, può verificarsi solo in ipotesi di nullità per omessa o assolutamente incerta indicazione del giudice adito in primo grado, occorrendo, in ogni altra ipotesi, la dimostrazione (del tutto residuale) che le circostanze del caso concreto abbiano determinato anche la mancata conoscenza della pendenza del processo.

Il secondo motivo di ricorso va quindi disatteso in relazione a tutti profili in cui esso si articola.

Con il terzo motivo la ricorrente si duole della omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti decisivi della controversia, nonchè della violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in cui la Corte distrettuale sarebbe incorsa addossando alla convenuta l’onere di provare che il prezzo pattuito fosse diverso da quello fatturato.

Il motivo è fondato.

La Corte territoriale – premesso che la convenuta non aveva contestato nè l’esistenza del contratto di compravendita, nè la quantità di uva compravenduta e che il prezzo risultante dalle fatture (restituite dalla compratrice al venditore con la dicitura “prezzo non conforme”) corrispondeva a quello annotato in una scrittura redatta da un soggetto qualificatosi come mediatore, non sottoscritta dalla compratrice ma recante il timbro della stessa – assume che la contestazione sul prezzo delle varie partite d’uva, rispetto a quello risultante dalle fatture e dalla menzionata scrittura, costituirebbe un’eccezione ex art. 2697 c.c., cosicchè sarebbe stato onere del appellante fornire congrua dimostrazione della relativa fondatezza. Tale assunto è giuridicamente erroneo, perchè, nell’azione di adempimento del contratto di compravendita avente ad oggetto il pagamento del prezzo del bene venduto, la corrispondenza del prezzo preteso con quello pattuito – o, ai sensi dell’art. 1474 c.c., con il prezzo normalmente praticato dal venditore o con quello di mercato – costituisce fatto costitutivo del credito azionato in giudizio. Pertanto, ove tale corrispondenza venga contestata dal convenuto – come avvenuto nella specie, secondo quanto riferito nella sentenza gravata (pag. 6, ultimo periodo: “si constata che nell’appello alla società F.lli C. espressamente (pag. 7) deduce l’esistenza di contestazione circa il prezzo della fornitura”) – detta contestazione non costituisce un’eccezione ma una mera difesa, con la conseguenza che, ai sensi del primo comma dell’art. 2697 c.c., l’onere della prova del prezzo grava sul venditore-attore.

Il terzo mezzo di ricorso va quindi accolto, con conseguente assorbimento del quarto (concernente la regolazione delle spese di lite) e la sentenza gravata va cassata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Lecce che si atterra al principio di diritto sopra specificato.

PQM

La Corte rigetta i primi due mezzi di ricorso, accoglie il terzo, dichiara assorbito il quarto, cassa la sentenza gravata e rinvia altra sezione della Corte di appello di Lecce, che regolerà anche le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2016

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