Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15033 del 16/06/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. trib., 16/06/2017, (ud. 05/04/2017, dep.16/06/2017),  n. 15033

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. GRECO Antonio – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 27905/2010 R.G. proposto da:

B.G., rappresentato e difeso dall’Avv. Michele Bianco, con

domicilio eletto in Roma, via Goiran, n. 23, presso lo studio

dell’Avv. Giancarlo Contento;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, con domicilio eletto in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del

Piemonte, n. 34/24/10 depositata il 28 aprile 2010;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 5 aprile 2017

dal Consigliere Emilio Iannello;

udito l’Avvocato dello Stato Bruno Dettori;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale Basile Tommaso, che ha concluso chiedendo il rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Pronunciando in controversia relativa all’impugnazione di avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate recuperava a tassazione, a fini Irpef, Iva e Irap per l’anno d’imposta 2003, nei confronti del contribuente B.G., oltre ad altre componenti reddituali, i ricavi derivanti dalle vendite di unità immobiliari concluse nell’anno di riferimento (per Euro 907.996,00) e gli acconti percepiti nello stesso anno per la vendita di immobili, ma non compresi nelle rimanenze finali (per Euro 156.186,00), la C.T.R. del Piemonte, con la sentenza in epigrafe, in accoglimento dell’appello su tali punti proposto dall’Ufficio, confermava la legittimità di detti recuperi.

Avverso tale decisione propone ricorso il contribuente, con tre mezzi, cui resiste l’Agenzia delle entrate, depositando controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso il contribuente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Premette che, con riferimento al primo dei suddetti rilievi posti a fondamento dell’accertamento, il primo giudice aveva ritenuto “certo ed inconfutabile” che una parte dei maggiori ricavi fosse stata già assoggettata ad imposta nonchè la sussistenza di costi effettivamente sostenuti ma non riconosciuti, giungendo tuttavia, nella dichiarata assenza di dati certi per la relativa quantificazione, a determinare i maggiori ricavi accertati nell’importo di Euro 740.519,00 e riconoscere in relazione agli stessi, forfettariamente, costi per complessivi Euro 592.415,00, ipotizzando una redditività media del 20%; ciò premesso rileva che nell’atto d’appello l’Ufficio non aveva censurato il principio, affermato nella sentenza di primo grado, di necessaria correlazione tra costi e ricavi, ma si era limitato a ritenere “immotivato” il riconoscimento forfettario dei costi in quanto non documentati, con la conseguenza che la Commissione regionale avrebbe dovuto ritenere irretrattabilmente affermato il suddetto principio di necessaria correlazione fra i costi e ricavi, limitandosi al più a sindacare la quantificazione forfettaria dei costi.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce altresì violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. ritenuto utilmente censurata la sentenza di primo grado – che aveva affermato, con riferimento al secondo dei suindicati rilievi, che gli acconti erano stati percepiti non per contratti di appalto in conto terzi ma per la vendita di alloggi e ciò in ragione del fatto che la prospettazione, sul punto, del ricorrente non era stata contestata in giudizio dall’Ufficio – dall’appello con il quale l’Agenzia delle entrate aveva sostenuto l’irrilevanza del silenzio processuale serbato al riguardo nel giudizio di primo grado, senza però addurre alcun argomento utile a revocare in dubbio che, nel caso di specie, si fosse in presenza di contratto di appalto.

3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce, in subordine, violazione e falsa applicazione degli artt. 167, 416 e 88 c.p.c.; dell’art. 111 Cost. e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere il giudice d’appello omesso di applicare, in relazione al secondo rilievo, il principio di non contestazione, in forza del quale avrebbe dovuto ritenere acquisita al processo la circostanza che, giusta quanto dedotto con il ricorso introduttivo, si trattava di acconti su vendite e non invece di acconti relativi a contratti di appalto.

4. E’ inammissibile e, comunque, infondato il primo motivo di ricorso.

Non è dato anzitutto apprezzare, nella sentenza di primo grado, l’affermazione di principio (circa la sussistenza di una “necessaria contrapposizione tra costi e ricavi”) sulla quale secondo il ricorrente si sarebbe formato il giudicato interno: non è dato invero riscontrare tale affermazione nei passaggi trascritti in ricorso su cui lo stesso ricorrente appunta la propria attenzione, nè tanto meno è dato cogliere il suo significato e la sua esatta portata precettiva rispetto al caso concreto e correlativamente rispetto al decisum, il quale per vero si risolve piuttosto nell’accertamento, su base presuntiva, di un certo ammontare di costi, forfettariamente calcolato in misura pari all’80% dei ricavi accertati e dunque idoneo a ridurre in proporzione l’incidenza sul reddito imponibile.

In ogni caso si tratterebbe comunque di affermazione che, secondo lo stesso ricorrente, andrebbe desunta dalle argomentazioni utilizzate dalla C.T.P. per giungere a detta presuntiva determinazione dei costi e che, pertanto, come tale non è suscettibile di formare giudicato di per sè, separata dall’oggetto e dalla portata della statuizione sul punto in concreto adottata. Ed invero, secondo principio già affermato nella giurisprudenza di questa Corte, cui qui si intende dare continuità, costituisce capo autonomo della sentenza – come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno – solo quello che risolva una questione controversa tra le parti, caratterizzata da una propria individualità e una propria autonomia, sì da integrare, in astratto, gli estremi di un decisum affatto indipendente, ma non anche quello relativo ad affermazioni che costituiscano mera premessa logica della statuizione in concreto adottata (v. Cass. 30/10/2007, n. 22863). Detti presupposti, per quanto detto, non sono ravvisabili con riferimento all’affermazione indicata, non caratterizzandosi la stessa per quella individualità, specificità e autonomia funzionali a consentirne il passaggio in cosa giudicata, stante il carattere meramente argomentativo dell’affermazione e l’assenza di una sua autonoma portata precettiva tale da precludere il gravame dell’Ufficio diretto a contestare la determinazione presuntiva dei costi: contestazione che peraltro lo stesso ricorrente riconosce come ammissibile, sicchè non è dato nemmeno comprendere, nè il ricorrente lo spiega (se non genericamente postulando una distinzione tra quantum e an dei costi presunti, solo il primo censurabile), in che termini e in che limiti la suindicata affermazione avrebbe dovuto spiegare effetto preclusivo nel giudizio d’appello.

5. E’ altresì inammissibile e, comunque, infondato il secondo motivo di ricorso.

Con esso si sostiene, se ben si comprende, che la decisione di primo grado – che aveva ritenuto illegittimo il recupero a tassazione degli acconti percepiti dal contribuente nell’anno di riferimento per contratti di appalto conto terzi, ma non compresi nelle rimanenze finali (per Euro 156.186,00), accogliendo la tesi difensiva secondo la quale si trattava in realtà di acconti sulle vendite di alloggi, e ciò in ragione della mancata contestazione di tale tesi da parte dell’Ufficio in giudizio – dovrebbe considerarsi passata in giudicato poichè criticata dall’Ufficio solo in ragione della dedotta irrilevanza del “silenzio processuale” serbato sul punto in primo grado ma non anche attraverso argomenti idonei a dimostrare la contraria tesi secondo cui si trattava di acconti per contratti di appalto.

La censura si appalesa intrinsecamente contraddittoria e, in ogni caso, priva di riconoscibile fondamento logico.

E’ lo stesso ricorrente, infatti, a evidenziare che la decisione sul punto del giudice di primo grado è unicamente basata sul rilievo della mancata contestazione, in giudizio, da parte dell’Ufficio, delle allegazioni difensive al riguardo svolte nel ricorso introduttivo.

Se questo è, dunque, l’unico fondamento motivazionale della decisione di primo grado, non si vede perchè dovrebbe considerarsi non pertinente e inidoneo a impedire il passaggio in giudicato della decisione sul punto, l’appello proposto dall’ufficio diretto a criticare proprio tale ratio decidendi.

6. E’ poi infondato il terzo motivo con il quale, in subordine, si sostiene in sostanza la correttezza della decisione di primo grado e, per contro, le erroneità di quella d’appello, per avere la prima correttamente applicato e la seconda invece erroneamente disapplicato il principio di non contestazione che nel caso di specie avrebbe dovuto condurre a confermare l’accoglimento della sopra esposta tesi difensiva circa l’imputabilità ad acconti sulle vendite, degli importi recuperati a tassazione con il rilievo in questione (lettera D) dell’avviso di accertamento).

La censura postula infondatamente un onere di specifica contestazione, da parte dell’Ufficio, di ogni tesi difensiva svolta dal contribuente a fondamento del proprio ricorso, sin dal primo grado di giudizio.

E’ bensì vero, infatti, che, anche al processo tributario -caratterizzato, al pari di quello civile, dalla necessità della difesa tecnica e da un sistema di preclusioni, nonchè dal rinvio alle norme del codice di procedura civile, in quanto compatibili – è applicabile il principio generale di non contestazione che informa il sistema processuale civile (con il relativo corollario del dovere del giudice di ritenere non bisognevoli di prova i fatti non espressamente contestati), il quale trova fondamento non solo negli artt. 115, 167 e 416 c.p.c., ma anche nel carattere dispositivo del processo, che comporta una struttura dialettica a catena, nella generale organizzazione per preclusioni successive, che caratterizza in misura maggiore o minore ogni sistema processuale, nel dovere di lealtà e di probità previsto dall’art. 88 c.p.c., il quale impone alle parti di collaborare fin dall’inizio a circoscrivere la materia effettivamente controversa, e nel generale principio di economia che deve sempre informare il processo, soprattutto alla luce del novellato art. 111 Cost..

Ciò non toglie, però, che tale principio opera sul piano della prova, cosicchè nel processo tributario esso non elide l’operatività dell’altro principio – operante sul piano dell’allegazione e collegato alla specialità del contenzioso tributario – secondo cui la mancata presa di posizione dell’Ufficio sui motivi di opposizione alla pretesa impositiva svolti dal contribuente non equivale ad ammissione delle affermazioni che tali motivi sostanziano, nè determina il restringimento del thema decidendum ai soli motivi contestati, posto che la richiesta di rigetto dell’intera domanda del contribuente consente all’Ufficio impositore, qualora le questioni da quello dedotte in via principale siano state rigettate, di scegliere, nel prosieguo del giudizio, le diverse argomentazioni difensive da opporre alle domande subordinate avversarie (v. Cass. 18/06/2014, n. 13834; Cass. 06/09/2006, n. 19187; Cass. 03/04/2006, n. 7789).

7. Il ricorso va pertanto rigettato con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

PQM

 

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 9.000 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 16 giugno 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA