Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15028 del 28/05/2021

Cassazione civile sez. III, 28/05/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 28/05/2021), n.15028

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. R.G. 35742/2019 proposto da:

M.D., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocata

Valentina Nanula, del Foro di Milano, con studio in Milano, via

Besana 2, ed elettivamente domiciliato presso lo studio

dell’avvocata Stefania Pavarani, in Roma, Viale delle Milizie n. 38.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in via del Portoghesi n.

12.

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Brescia n. 1338/2019,

pubblicata il 20/9/2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 13 gennaio

2021 dal Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

che il signor M., cittadino del (OMISSIS), ha chiesto alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis);

che, a sostegno della domanda di riconoscimento delle cd. “protezioni maggiori”, il ricorrente ha dichiarato: di essere nato e vissuto a (OMISSIS), praticando la religione musulmano-sunnita; di essersi trasferito nel capoluogo nel (OMISSIS), lavorando come cuoco in una (OMISSIS), nella quale veniva ferito per errore da un ordigno esploso all’interno del locale dove era stato fabbricato; di essere stato poi ferito da alcuni allievi per essersi rifiutato di collocare una bomba su di un autobus, come ordinato dal presidente della (OMISSIS); di essere fuggito alla volta di Dacca, dove avrebbe apprendeso della vendetta consumata dai responsabili della (OMISSIS) nei confronti del padre e del fratello – il primo ferito, l’altro sequestrato; di essersi poi spostato in Libia, dove aveva lavorato come operaio fino al luglio del 2015, data della sua partenza per l’Italia;

che la competente Commissione Territoriale ha rigettato l’istanza;

che avverso tale provvedimento il richiedente asilo ha proposto, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Brescia, che lo ha rigettato con ordinanza in data 21.7.2017;

che il provvedimento, appellato dal soccombente, è stato confermato dalla Corte d’appello di con sentenza depositata in data 20.9.2019;

che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato l’insussistenza dei presupposti per il riconoscimento delle forme di protezione internazionale invocate dal ricorrente, tenuto conto: 1) dell’assenza di attendibilità del suo racconto; 2) della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, in ciascuna delle tre forme di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14; 3) dell’impredicabilità di un’effettiva situazione di vulnerabilità del richiedente asilo, tale da legittimare il riconoscimento dei presupposti per la c.d. protezione umanitaria;

che il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato dinanzi a questa Corte dall’odierno ricorrente sulla base di due motivi di censura;

che il Ministero dell’interno non si è costituito in termini mediante controricorso.

Diritto

OSSERVA

Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà.

Con il primo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, per non avere la Corte di appello assolto all’onere di cooperazione istruttoria gravante in capo all’autorità giudiziaria adita.

Il motivo contiene due diverse censure, l’una relativa al giudizio di non credibilità del ricorrente, l’altra al mancato adempimento dell’obbligo di cooperazione da parte della Corte territoriale.

La prima censura è infondata, poichè la motivazione adottata dalla Corte territoriale, benchè assai sintetica (F.6 – F.7, settimo e ottavo rigo) non si pone al di sotto del minimo costituzionale richiesto per la sua impugnabilità, considerato che la difesa del ricorrente non contrappone alcuna efficace argomentazione a contrario (al di là di quella, priva di ogni verosimiglianza, secondo cui la sua fuga gli aveva consentito, tra l’altro, “di evitare un dispendio di denaro per poter incaricare un avvocato di tutelare la propria posizione”), ma si limita a sovrapporre la propria, personale valutazione del racconto a quella adottata dal giudice dell’impugnazione, peraltro confermativa della analoga e motivata valutazione operata dal Tribunale.

L’infondatezza della censura sulla valutazione di credibilità del richiedente asilo riverbera i suoi effetti su quella relativa al mancato riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), volta che la non credibilità della narrazione esime il giudice da qualsivoglia attività istruttoria officiosa.

La censura è invece fondata in relazione alla mancata concessione della protezione sussidiaria di cui del citato art. 14, lett. c).

Come ripetutamente affermato da questa Corte regolatrice (per tutte, Cass. n. 2954 del 2020 e n. 8819 del 2020), in ossequio all’insegnamento della giurisprudenza della Corte di giustizia, l’obbligo di cooperazione che grava sul giudice ai fini del corretto accertamento della situazione del Paese di origine del richiedente asilo è, in questo caso (come in quello relativo alla protezione umanitaria, come meglio si dirà in sede di esame del secondo motivo) del tutto autonomo e del tutto svincolato dal giudizio di credibilità del ricorrente.

Non è conforme a diritto la motivazione della sentenza impugnata che (f. 8), nel rigettare la domanda di protezione sussidiaria (anche) in relazione alla fattispecie di cui dell’art. 14, lett. c), si limita alla generica (quanto irrilevante in parte qua) affermazione per cui “il ricorrente non fa(rebbe) alcun accenno a particolare criticità nel Paese di origine che, seppur oggettivamente esistenti e riportate da varie fonti di osservazione internazionali (Amnesty International-Report 2017-2018; Refworld – Country Reports 2018-2019) non assurgono ad un gradiente tale da giustificare il riconoscimento generalizzato per la protezione sussidiaria ai cittadini provenienti dal Bangladesh”, per poi proseguire osservando che “pur avendo il governo inasprito l’atteggiamento nei confronti degli oppositori… limitando alcune libertà civili (Human Rights Report 2016-2017), il ricorrente non può ritenersi assoggettato al cennato pericolo avendo espressamente dichiarato di non appartenere ad alcun gruppo politico e di non essersi mai interessato di politica”.

La motivazione (in disparte l’oscurità della frase circa il “gradiente tale da giustificare il riconoscimento generalizzato della protezione sussidiaria”) risulta del tutto fuori fuoco rispetto alla più volte ricordata fattispecie di cui dell’art. 14, lett. c) – minaccia grave e individuale alla persona derivante da violenza indiscriminata scaturente da una situazione di conflitto armato interno o internazionale – minaccia che può, sia pur eccezionalmente, rilevare non in relazione alla situazione personale quando il livello di violazione dei diritti umani raggiunge un livello così elevato che il rischio risulta in re ipsa (C.G. 30 gennaio 2014, in causa C-285/12, Diakitè, punto 10.3). Ne deriva, sul piano logico prima ancor che cronologico, che l’accertamento di tale situazione deve precedere, e non seguire, qualsiasi valutazione sulla credibilità del ricorrente, ed impone al giudice di accertare, attraverso un’indagine officiosa basata su Coi complete ed aggiornate, la attuale situazione del Pese di rimpatrio.

Il dovere di cooperazione da parte del giudice si sostanzia, in particolare, nell’acquisizione di COI pertinenti e aggiornate al momento della decisione (ovvero ad epoca ad essa prossima), da richiedersi agli enti a ciò preposti – alla luce dell’obbligo, sancito dall’art. 10, comma 3, lett. b) della cd. Direttiva Procedure, “di mettere a disposizione del personale incaricato di esaminare le domande informazioni precise e aggiornate provenienti dall’EASO, dall’UNHCR e da Organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani circa la situazione generale nel paese d’origine dei richiedenti e, all’occorrenza, dei paesi in cui hanno transitato” – riportandone specificamente il contenuto, quanto alla situazione del Paese di origine rilevante in parte qua, in modo funzionale alla decisione adottata rispetto a quello specifico tipo di protezione sussidiaria richiesta – nella specie, delle fonti citate in sentenza, pur attendibili e aggiornate, non viene in alcun modo riportato il contenuto, mentre l’oscura affermazione poco sopra riportata non riveste alcuna efficacia dimostrativa della esistenza/non esistenza di un conflitto armato.

Risulta pertanto violato, nella specie, l’obbligo del giudice di merito di specificare compiutamente, in motivazione, il contenuto di tali fonti, evitando di ricorrere a formule stereotipate ed avulse dalla situazione concretamente esistente al momento della decisione.

Con il secondo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, art. 5, comma 6 e art. 19 TUI, per non avere la Corte di appello riconosciuto al richiedente la protezione per motivi umanitari, in ragione del livello di integrazione e di radicamento raggiunto nel nostro Paese, nonchè dell’attuale situazione interna del Bangladesh.

Il motivo è fondato.

Diversa, difatti, è la prospettiva dell’organo giurisdizionale in tema di protezione umanitaria, per il riconoscimento della quale è necessaria e sufficiente (anche al di là ed a prescindere dal giudizio di credibilità del racconto) la valutazione comparativa tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del Paese di origine, qualora risulti ivi accertata la violazione del nucleo incomprimibile dei diritti della persona che ne vulnerino la dignità – accertamento che prende le mosse, e non può prescindere, dal dettato costituzionale di cui all’art. 10, comma 3, ove si discorre di impedimento allo straniero dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana. Pertanto, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, deve ritenersi necessaria e sufficiente la valutazione dell’esistenza e della comparazione degli indicati presupposti (per tutte, Cass. 8819/2020), che non sono, pertanto, condizionati dalla eventuale valutazione negativa di credibilità del ricorrente.

Il riconoscimento della protezione umanitaria postula -una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto – l’obbligo per il giudice del merito, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, di cooperare nell’accertamento della situazione reale del Paese di provenienza, mediante l’esercizio di poteri/doveri officiosi d’indagine, e di indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass. n. 11312 del 2019), senza incorrere nell’errore di utilizzare le fonti informative rilevanti al solo fine di valutare la domanda di protezione internazione sub specie del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett.) – al diverso fine di valutare la situazione del Paese di origine sotto l’aspetto della tutela dei diritti umani e del loro nucleo incomprimibile.

Se, da un lato, alla pur puntuale rilevazione estratta da una delle COI citate in sentenza in ordine alle limitazioni delle libertà civili in Bangladesh (sentenza p. 8, rigo 13.14) non vien poi dato alcun seguito, risulta specularmente omessa, dall’altro, la pur necessaria valutazione delle comprovata integrazione dello straniero, come compiutamente rappresentata nel ricorso (incomprensibilmente privo di numerazione) nella parte iniziale del dodicesimo foglio.

Va pertanto riaffermato il principio di diritto, cui il giudice di rinvio si atterrà rigorosamente, alla luce del quale, secondo l’interpretazione fatta propria dalla giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione umanitaria l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del suo riconoscimento, occorre operare la valutazione comparativa della situazione oggettiva (oltre che eventualmente soggettiva) del richiedente con riferimento al Paese di origine sub specie della libera esplicazione dei diritti fondamentali della persona, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, pur senza che abbia rilievo esclusivo l’esame del livello di integrazione, isolatamente ed astrattamente considerato;

Sulla base di tali premesse, rilevata la fondatezza del motivo di ricorso nei termini sopra specificati, deve essere disposta la cassazione della sentenza impugnata nei limiti dianzi esposti.

PQM

La Corte accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia il procedimento alla Corte di appello di Brescia, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2021

 

 

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