Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15015 del 07/07/2011

Cassazione civile sez. I, 07/07/2011, (ud. 29/04/2011, dep. 07/07/2011), n.15015

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – rel. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A.G. (c.f. (OMISSIS)), A.C. (C.F.

(OMISSIS)), in proprio e nella qualità di eredi di

C.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA COLA DI

RIENZO 52, presso l’avvocato LUCCHI CLAUDIO, che li rappresenta e

difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI MILAZZO, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA G. SCALIA 6 – INT. 14, presso l’avvocato LO

DUCA ANTONINO, rappresentato e difeso dall’avvocato ZAPPIA ORAZIO

ALFREDO, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6/2005 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 07/01/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/04/2011 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato CLAUDIO LUCCHI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato ANTONINO LO DUCA, con

delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CESQUI Elisabetta che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 28.02.1997, A.C. e G. nonchè C.A. adivano la Corte di appello di Messina e premesso che per la realizzazione di un campo sportivo in località (OMISSIS) (lavori approvati con decreto della G.M. n. 1857 del 6.11.1991 e dichiarati di pubblica utilità con decreto n. 105279 del 21.07.1992), il Comune di Milazzo, aveva assoggettato a procedimenti di espropriazione e di occupazione d’urgenza (ordinanze sindacali n. 78 del 13.04.1994 e n. 370 del 18.08.1995), terreni, d’indole edificabile, in loro proprietà (in catasto contraddistinti dalle p.lle 362, 361, 3, 363 e 34 del F 19), occupati sin dal 30.05.1994 e sui quali era stato ormai costruito il campo sportivo alla cui realizzazione i procedimenti erano preordinati, chiedevano che fossero determinate l’indennità di occupazione permanente, stimata alla data dell’irreversibile trasformazione dei beni, l’indennità di occupazione temporanea, entrambe sulla base del valore venale dei cespiti, e che per la quantificazione delle indennità di espropriazione e di occupazione legittima fossero seguiti i criteri di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, senza l’abbattimento del 40%, assumendo anche che erano state provvisoriamente stimate in misura incongrua nel decreto n. 107259 del 1992 e depositate presso la Cassa DD PP di Messina, secondo quanto disposto con ordinanza n. 499 del 1996. Il Comune di Milazzo, costituitosi in giudizio contestava la fondatezza delle domande svolte nei suoi confronti, deducendo anche che il suolo delle parti attrici aveva natura agricola e non edificabile, che aveva regolarmente seguito il prescritto iter espropriativo e che le indennità offerte e depositate erano state determinate in base non ai valori agrari ma al valore venale unitario di L. 50.000 al mq, poi mediato.

Con sentenza n. 6 del 20.06.2004- 7.01.2005, la Corte di appello di Messina, anche all’esito della disposta CTU, respingeva tutte le domande introduttive, condannando in solido gli attori alle spese processuali.

La Corte territoriale riteneva, tra l’altro, che i terreni degli A. e della C. assoggettati ai procedimenti di occupazione ed espropriazione, poichè ricadevano nel PRG del Comune di Milazzo (adottato con Delib. consiliare n. 21 del 27.03.1986) in parte in zona P, destinata a parcheggi, in parte in zona SP, destinata a servizi pubblici di quartiere ed in parte a viabilità di piano, avevano tutti natura agricola e non edificabile. Pertanto se da un canto non poteva essere recepita la stima (L. 129.000 al mq da mediare) degli indennizzi effettuata con metodo comparativo, dal CTU, erroneamente privilegiando, in luogo della qualificazione urbanistica dei terreni, la riscontrata loro vocazione edificatoria di fatto, dall’altro le indennità provvisoriamente stimate in sede amministrativa (in base al valore venale di L. 50.000 al mq poi mediato) si rivelavano del tutto legittime, perchè di entità superiore a quelle calcolate secondo i parametri legali di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 16, unici nella specie applicabili alla luce della dicotomia introdotta dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis.

Avverso questa sentenza C. e A.G. in proprio e quali eredi di C.A., hanno proposto ricorso per cassazione notificato il 14.12.2005 ed affidato a due motivi. Il Comune di Milazzo ha resistito con controricorso notificato il 16.01.2006.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso gli A. denunziano:

1. “Violazione ed errata applicazione di norma di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3, ed omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5” Deducono l’illegittimità degli indennizzi stimati in sede amministrativa, dolendosi che:

– ai provvedimenti di localizzazione dell’impianto sportivo ed alla successiva costruzione dell’opera, dotata di strutture ed infrastrutture, non sia stato attribuito l’automatico effetto di variante alle previsioni del PRG, con perdita della pregressa qualificazione urbanistica agricola dei terreni ed assunzione di quella edificabile – che non sia stata considerata l’edificabilità di fatto che siccome si erano dichiarati disponibili ad accettare gli indennizzi stimati in via provvisoria, non sia stato a loro consentito il recupero della decurtazione del 40%, illegittimamente applicata in quella sede.

2. “Contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia” Censurano per vizi motivazionali l’assunzione dello strumento urbanistico a parametro fondamentale ed esclusivo per discriminare i suoli agricoli dagli edificabili e che non si sia considerata la vocazione edificatoria dei loro terreni.

I due motivi del ricorso, che strettamente connessi consentono esame unitario, non hanno pregio.

Nel sistema introdotto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, caratterizzato dalla rigida dicotomia tra aree edificabili ed aree agricole o comunque non edificabili, il riconoscimento della edificabilità è legato alla sola classificazione urbanistica, non essendo rilevante una pretesa edificabilità di fatto, di tal che ove sul fondo espropriato insistano, come nella specie, vincoli di destinazione tali da escludere l’edificabilità legale, le indennità di esproprio e di occupazione devono, ai sensi della L. 8 agosto 1992, n. 359, art. 5 bis, comma 4, essere commisurate al valore agricolo, secondo il criterio di cui alla L. 22 ottobre 1971, n. 865, artt. 16 e 20, ancora in vigore per i suoli agricoli. La bipartizione dei suoli in agricoli ed edificabili, introdotta dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, non consente, infatti, qualificazioni intermedie e si fonda su una verifica oggettiva derivante esclusivamente dalla classificazione urbanistica delle aree. Ne consegue che non può essere qualificato edificabile un terreno che gli strumenti urbanistici abbiano assoggettato a vincolo d’inedificabilità o al quale abbiano attribuito destinazione agricola, essendo in entrambi i casi precluse le possibilità legali di edificazione. Al riguardo va anche ricordato che la sentenza n. 348 del 2007 della Corte costituzionale, con la quale è stata risolta la questione di costituzionalità inerente alle aree edificabili. non ha toccato la necessità di detta distinzione tra suoli edificabili e non edificabili, posto che il citato art. 5 bis, comma 4, non è stato interessato dalla pronuncia di incostituzionalità (cfr. (cfr. cass. 200719924; 200803022) ed ancora che questa Corte anche di recente ha ribadito (cfr. cass. SU 200922753; 200916414) la conformità alla Carta costituzionale della distinzione dei terreni nelle suddette sole due categorie.

D’altra parte, se da un canto la localizzazione di singolo impianto pubblico in zona agricola, in virtù dell’approvazione del progetto, non comporta, ai fini indennitari, l’acquisizione della natura edificabile delle aree che vengono assoggettate ad esproprio al fine di realizzazione dell’opera (cfr. cass. n. 3022 del 2008; n. 10073 del 2003), dall’altro l’opposizione alla stima dell’indennità da corrispondere all’espropriato non si configura come un giudizio di impugnazione dell’atto amministrativo, ma introduce un ordinario giudizio di cognizione, diretto a determinare l’entità dell’indennità effettivamente dovuta sulla base delle norme applicabili in relazione ai consueti criteri di efficacia della legge nel tempo e la Corte di appello, quale giudice funzionalmente competente a decidere, deve procedere alla determinazione del “quantum” dell’indennità sulla base dei parametri normativi vigenti e ritenuti applicabili, indipendentemente non solo dalle deduzioni delle parti al riguardo, ma anche dai criteri seguiti dall’espropriante nel formulare l’offerta dell’indennità provvisoria. Ne consegue, che, una volta ritenuti i terreni dei ricorrenti, legalmente inedificabili, i giudici di merito hanno ineccepibilmente proceduto al computo delle indennità di espropriazione e di occupazione legittima doverosamente seguendo i criteri propri dei suoli inedificabili (disapplicati in sede amministrativa), raffrontando poi il risultato economico di tale computo con l’entità delle somme offerte e depositate dal Comune, della quale si sono giustamente limitati a verificare la congruità data l’eccedenza rispetto al dovuto dall’espropriante, esulando dai loro poteri il disporne l’elevazione per recupero dell’abbattimento operato in sede amministrativa, secondo criteri diversi, rivelatisi in giudizio non aderenti al caso in discussione.

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con condanna in solido dei ricorrenti soccombenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna in solido i ricorrenti a rimborsare al Comune di Milazzo le spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 29 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 7 luglio 2011

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