Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15008 del 21/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 21/07/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 21/07/2016), n.15008

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 368-2013 proposto da:

T.E., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE CLODIO

22, presso lo studio dell’avvocato ILARIA SARTORI, rappresentato e

difeso dall’avvocato AUGUSTO PESARESI giusta procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.A.M., nella qualità di amministratore di sostegno di

Z.V., domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato ALDO

GRASSI giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 892/2012 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 03/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO GIOVANNI DEMARCHI ALBENGO;

udito l’Avvocato SABINA BARRIERI per delega non scritta;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. T.E. ha convenuto in giudizio davanti al tribunale di Rimini C.A.M. e Z.V. lamentando infiltrazioni d’acqua dal piano superiore e chiedendo il risarcimento dei danni. Il tribunale di Rimini rigettava la domanda ritenendo non individuata con precisione la causa petendi e i suoi destinatari.

2. Su appello del T., la corte territoriale di Bologna, ritenuto che la provenienza delle infiltrazioni non costituisse indicazione sufficiente del comportamento colposo dei convenuti o della provenienza dell’acqua da un impianto di loro pertinenza, ritenute irrilevanti le capitolazioni istruttorie, confermava la sentenza di primo grado.

3. Contro la sentenza di appello propone ricorso per cassazione il T., affidandolo a quattro motivi; resistono con controricorso i convenuti C.A.M. e Z.V., chiedendo la condanna del ricorrente al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. per responsabilità aggravata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo di ricorso deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2697 c.c. in relazione alla qualificazione giuridica della domanda, laddove richiede la prova di un comportamento colposo e l’individuazione di una probabile causa del danno, sostenendo che si debba applicare l’art. 2051 c.c..

2. Il motivo è infondato in quanto basato su un erroneo presupposto di fatto e cioè che la sentenza abbia richiesto la prova della colpa; in realtà, la corte d’appello ha osservato come manchi la prova sia di un comportamento colposo, sia del fatto che l’infiltrazione derivi da un impianto di esclusiva pertinenza dei convenuti, così prendendo in considerazione sia la responsabilità ex art. 2043, sia quella per cose in custodia e dell’art. 2051 cod. civ.. Quanto fatto che al danneggiato incomba esclusivamente l’onere di dimostrare rapporto di custodia ed il nesso causale, l’affermazione è corretta, ma non tiene conto del fatto che ciò che è mancato è proprio la prova del nesso causale tra le infiltrazioni e i beni in custodia dei proprietari dell’alloggio sovrastante, essendosi la parte limitata ad affermare che le infiltrazioni provenivano dall’appartamento sovrastante, senza fornire alcuna prova dell’assunto e, peraltro, contraddicendolo attraverso la denuncia penale, prodotta in atti, in cui si individuavano le cause delle infiltrazioni nel danneggiamento della canna fumaria ad opera anche di un terzo soggetto ( P.A.).

3. Con un secondo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2051, 2697 e 2727, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all’accertamento del nesso causale.

4. Il motivo è inammissibile a causa della sua genericità; per quanto riguarda la lamentata violazione di legge, il ricorrente si limita ad affermare che la sentenza viola “il disposto di cui all’art. 2051 ed i principi regolatori dell’onere della prova così come sancito dall’art. 2697 e comunque articolato, nel valutare le prove fornite dall’attore, le norme di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c.. L’avvocato T. ha fornito valide prove, e/o comunque sufficienti allegazioni, e/o rilevanti indizi da cui presumere ex articolo 2727 del codice civile la relazione causale tra l’immobile dei convenuti e l’evento di danno”. Per il resto, svolge considerazioni di merito in ordine alla valutazione della prova e denuncia vizi motivazionali tra loro incompatibili (giacchè una motivazione non può mancare ed essere contemporaneamente contraddittoria o insufficiente), senza fornire adeguate delucidazioni nello sviluppo del motivo. Sul punto, peraltro, occorre anche ricordare che il riferimento – contenuto nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – al “fatto controverso e decisivo per il giudizio” implica che la motivazione della “quaestio facti” sia affetta non da una mera contraddittorietà, insufficienza o mancata considerazione, ma che sia tale da determinare la logica insostenibilità della motivazione (Sez. 3, Sentenza n. 17037 del 20/08/2015, Rv. 636317). D’altronde, il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa (Sez. 5, Ordinanza n. 5024 del 28/03/2012, Rv. 622001).

5. Con un terzo motivo di ricorso deduce violazione degli artt. 61 e 116 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla non ammissione della consulenza tecnica percipiente relativa all’accertamento del nesso causale.

6. Il motivo è inammissibile, prima di tutto perchè la corte non ha affatto affermato in diritto l’inammissibilità della consulenza percipiente, ma ha correttamente osservato che la c.t.u. non è un mezzo di ricerca della prova e quindi non può sopperire alla indeterminatezza della domanda. In secondo luogo, perchè la consulenza tecnica è un mezzo istruttorio sottratto alla disponibilità delle parti ed è affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario (Sez. 1, Sentenza n. 15219 del 05/07/2007, Rv. 598312). Quanto al dedotto vizio di motivazione, si richiama quanto affermato in ordine al punto precedente.

7. Con un quarto ed ultimo motivo ha dedotto omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con riguardo alle spese di lite; il motivo è assolutamente generico, così come formulato, e sembra invocare una riforma del relativo capo della sentenza in conseguenza dell’eventuale accoglimento del ricorso. Il rigetto dello stesso, pertanto, comporta anche il rigetto dell’istanza sulle spese legali.

8. Quanto alla richiesta dei controricorrenti ex art. 96, la stessa non può essere accolta. La domanda di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento, infatti, tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all’onere di allegare (almeno) gli elementi di fatto necessari alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato (Sez. 3, Sentenza n. 21798 del 27/10/2015, Rv. 637545). In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, che ha natura extracontrattuale, la domanda di cui all’art. 96 c.p.c., comma 1, richiede pur sempre la prova, incombente sulla parte istante, sia dell'”an” e sia del “quantum debeatur”, o comunque postula che, pur essendo la liquidazione effettuabile di ufficio, tali elementi siano in concreto desumibili dagli atti di causa (Sez. L, Sentenza n. 9080 del 15/04/2013, Rv. 626145).

9. Ne consegue che il ricorso deve essere rigettato; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese in favore dei controricorrenti, liquidandole in Euro 1.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso di spese forfettarie ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2016

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