Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14988 del 28/05/2021

Cassazione civile sez. II, 28/05/2021, (ud. 11/02/2021, dep. 28/05/2021), n.14988

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4897/2016 proposto da:

F.P., rappresentato e difeso dall’avv. LERINA PATRIZIA LACAVA,

e domiciliato presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

COMUNE ASSEMINI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 486/2015 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 20/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/02/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione del 15.6.2012 il Comune di Assemini proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Cagliari in favore di F.P., con il quale era stato ingiunto all’opponente il pagamento della somma di Euro 22.064,00 a titolo di saldo del compenso relativo alle prestazioni professionali rese dell’opposto in favore dell’ente locale. Quest’ultimo, in particolare, eccepiva che tra le parti era stata stipulata una convenzione per la progettazione preliminare del polo di Assemini che prevedeva un compenso inferiore a quello richiesto dal F..

Si costituiva in giudizio il F., resistendo all’opposizione ed invocando la conferma del decreto opposto.

Con sentenza n. 367 del 2014 il Tribunale di Cagliari accoglieva in parte l’opposizione, revocando il decreto ingiuntivo, condannando il Comune al pagamento della minor somma di Euro 4.187,50 oltre Iva ed accessori e compensando per intero le spese del grado.

Proponeva appello avverso detta decisione il F., mentre il Comune di Assemini rimaneva contumace.

Con la sentenza oggi impugnata, n. 486/2015, la Corte di Appello di Cagliari rigettava l’impugnazione.

Propone ricorso per la cassazione di detta sentenza F.P., affidandosi a due motivi.

Il Comune di Assemini, intimato, non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame del contenuto effettivo della convenzione sottoscritta tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Ad avviso del ricorrente, la Corte di Appello avrebbe errato nel valorizzare la circostanza che nella convenzione fosse stato escluso il diritto del progettista a maggiori compensi in caso di modifiche al progetto al medesimo commissionato, e parametrato il compenso spettante al medesimo alla categoria tariffaria VI-A, sul presupposto della prevalenza delle opere ivi indicate rispetto alle altre, comunque comprese nel progetto di cui è causa. Secondo il F., le parti non avevano, all’epoca della firma della convenzione, una chiara idea del contenuto del progetto da realizzare; pertanto, poichè quest’ultimo si era sviluppato e modificato nel tempo, l’indicazione della predetta categoria tariffaria VI-A non era più giustificata, atteso che le opere ivi indicate non potevano più essere ritenute prevalenti rispetto al contenuto complessivo del progetto medesimo. Inoltre, la Corte distrettuale avrebbe erroneamente ritenuto che il progetto non comprendesse “opere d’arte” – per le quali è previsto il riconoscimento di un compenso ad hos in favore del progettista – poichè detto concetto non dovrebbe essere circoscritto soltanto alle opere di rilievo artistico, ma a tutte le opere dell’ingegno di importanza non circoscritta (come, ad esempio, le strade non aventi importanza minore).

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione della L. n. 143 del 1949, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte distrettuale avrebbe erroneamente attribuito efficacia prevalente alla clausola convenzionale che escludeva il diritto del progettista ad un compenso ulteriore, rispetto alla norma di legge.

Le due censure, che meritano un esame congiunto, sono inammissibili, in quanto esse non colgono la vera ratio della decisione impugnata. La Corte di Appello, invero, ha ritenuto che l’indicazione di una categoria prevalente di opere, alla quale parametrare l’intero compenso previsto dalla convenzione sottoscritta tra il Comune ed il F., rappresenti una modalità di espressione della libertà delle parti di determinare il contenuto della loro pattuizione (cfr. pag. 8 della sentenza impugnata). La Pubblica Amministrazione, del resto, ha evidentemente l’esigenza di predeterminare i costi, non soltanto di esecuzione, ma anche – a monte – di progettazione delle opere pubbliche, e sotto questo profilo appare pienamente condivisibile l’individuazione di un criterio cui parametrare il complessivo esborso, anche della fase di progettazione dell’opera. Detto criterio peraltro, in quanto sussunto nella convenzione in concreto stipulata tra l’ente locale ed il F., assume natura convenzionale, con conseguente impossibilità, per la parte che lo abbia consapevolmente accettato, di revocarlo in dubbio in un momento successivo alla firma del contratto.

Nè si configura, per altro verso, alcuna violazione della L. n. 143 del 1949, art. 14, posto che tale disposizione si limita ad individuare classi di opere, senza tuttavia escludere la facoltà delle parti di scegliere – come nel caso di specie – l’applicazione di una determinata categoria all’intero rapporto, qualora la progettazione abbia ad oggetto interventi astrattamente ricadenti in diverse classi.

Infine, non è condivisibile la tesi del ricorrente, secondo cui nel concetto di “opera d’arte” dovrebbe ricomprendersi non soltanto il lavoro che presenti un peculiare pregio artistico, ma anche la prestazione dell’opera intellettuale che abbia ad oggetto opere di rilevante importanza. La ratio della deroga agli ordinari criteri, convenzionali o tariffari, di determinazione del compenso spettante al professionista si giustifica, invero, soltanto in presenza di prestazioni aventi un particolare pregio artistico, e non anche in relazione ad attività che, pur essendo tecnicamente ineccepibili ed anche esteticamente valide, rientrino pur sempre nell’ambito dell’ordinaria attività progettuale del professionista. Per assicurare l’adeguata occorrente per dette attività, infatti, soccorrono i criteri previsti della L. n. 143 del 1949, artt. 14 e segg., che prevedono – salva la diversa volontà delle parti – la collocazione dell’opera in classi diverse, a seconda della sua importanza e, quindi, del pregio dell’attività progettuale ad essa relativa.

In definitiva, il ricorrente – che neppure censura, in relazione agli artt. 1362 c.c. e segg., l’attività di interpretazione del contratto proposta dal giudice di merito – propone doglianze che, nel complesso, si risolvono in un’istanza di revisione del giudizio di fatto, da ritenersi estranea alle finalità ed alla natura del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U., Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Il ricorso è pertanto inammissibile.

Nulla per le spese, in assenza di svolgimento di attività difensiva da parte del Comune di Assemini, intimato nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 11 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2021

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