Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14981 del 28/05/2021

Cassazione civile sez. II, 28/05/2021, (ud. 14/01/2021, dep. 28/05/2021), n.14981

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22587/2019 proposto da:

O.P., rappresentato e difeso dall’Avvocato ALESSANDRO

FABBRINI, ed elettivamente domiciliato in BOLZANO, VIA CARDUCCI 13;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– resistente –

avverso il decreto n. 1272/2019 del TRIBUNALE di TRENTO, depositato

il 2/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/01/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

O.P. proponeva opposizione avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale, chiedendo il riconoscimento della protezione sussidiaria o, in subordine, di quella umanitaria.

Sentito dalla Commissione Territoriale, il richiedente aveva riferito di essere cittadino nigeriano (Stato di Kaduna), di etnia benie, di religione cristiana; di essere sposato e che la moglie era stata accolta a (OMISSIS) in un centro di accoglienza; che era fuggito dalla Nigeria nell'(OMISSIS) durante il periodo delle elezioni, a seguito dell’assassinio del padre, che era un membro del (OMISSIS); che aveva raggiunto il Niger dove aveva lavorato per due anni come allevatore assieme a un gruppo di fulani, i quali, in seguito, lo avevano torturato e poi cacciato a causa del suo rifiuto a unirsi a loro nel fare rapine; che raggiungeva, quindi, la Libia, dove lavorava per tre anni finchè giungeva in Italia nel (OMISSIS); in caso di rimpatrio, temeva per la propria vita e per la mancanza di protezione da parte della polizia, data la situazione di insicurezza del Paese.

Con decreto n. 1272/2019, depositato in data 2.7.2019, il Tribunale di Trento rigettava il ricorso, ritenendo di condividere la decisione della Commissione Territoriale in merito alla non credibilità del racconto reso dal ricorrente, in quanto poco circostanziato, incoerente e inverosimile. Aggiungeva il Giudice di primo grado che il ricorrente si era contraddetto su circostanze relative al proprio vissuto personale (tra l’altro, aveva riferito alla Commissione che, una volta trovati i corpi del padre e di due suoi colleghi innanzi alla sua abitazione, egli era entrato in casa, trovandola sottosopra, mentre al Tribunale aveva riferito di non aver avuto il coraggio di entrare in casa per vedere se c’erano i corpi degli altri familiari). Considerando anche i dubbi in merito all’effettivo territorio di provenienza (posto che, oltre a non conoscere il nome di alcuna città vicina, il ricorrente, innanzi alla Commissione, aveva dichiarato di conoscere l’hausa, lingua largamente diffusa in Nigeria, specie nel nord, ma non aveva menzionato alcuna lingua locale), considerando che dalle fonti internazionali risultava che solo alcune zone della Nigeria fossero interessate da conflitti armati con violenze indiscriminate nei confronti della popolazione; da tali considerazioni conseguiva che non poteva essere concessa la protezione sussidiaria poichè non si conosceva la zona di provenienza del ricorrente. Anche la domanda di protezione umanitaria doveva essere rigettata in quanto il ricorrente non si trovava in alcuna specifica e personale condizione di vulnerabilità che gli impediva il rientro in Nigeria, poichè dopo l’intervento chirurgico effettuato presso l’ospedale di (OMISSIS), egli era stato dimesso in buone condizioni generali in convalescenza domiciliare. Nè era sufficiente che egli avesse frequentato corsi di lingua italiana e di computer; che avesse lavorato per brevi periodi come operaio agricolo e che fosse coniugato con una cittadina nigeriana, in stato di gravidanza, che si trovava anche lei in Italia. A tale proposito, il Tribunale riteneva che, in base alla narrazione fatta dal ricorrente, il legame affettivo esistente tra i coniugi fosse estremamente labile, in quanto il ricorrente aveva lasciato la moglie sola in Nigeria, senza neppure accertarsi se fosse viva o morta e svolgendo tranquillamente la propria vita, senza preoccuparsi della moglie, dal (OMISSIS), ciò che rendeva irrilevanti le richieste di avvicinamento avanzate dalla moglie.

Avverso detto decreto propone ricorso per cassazione O.P. sulla base di due motivi. Resiste il Ministero dell’Interno, deducendo l’inammissibilità del ricorso in quanto i motivi, nonostante catalogati come violazione di legge, altro non fanno che prospettare una diversa ricostruzione dei fatti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2 e 4 – motivazione assente o carente – concedibilità della protezione sussidiaria ex art. 14, lett. c), in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”, sottolineando di aver profuso ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, per cui il Tribunale errava nel ritenere non attendibile la narrazione, specialmente la sua provenienza. Era compito del Giudice di svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda mediante l’esercizio di poteri-doveri d’indagine officiosi e l’acquisizione di informazioni aggiornate sul paese d’origine del richiedente, si evidenzia come la stessa Commissione abbia ammesso il clima di gravissime violenze che avevano colpito il nord del Paese nel periodo coincidente con la fuga del ricorrente. Ancora oggi tale grave situazione non è risolta, essendo molteplici le minacce che affliggono il nord della Nigeria senza che il governo possa concretamente porvi rimedio. Alle violenze perpetrate dal gruppo terroristico di (OMISSIS), si aggiungono le rivendicazioni dei ribelli lungo il Delta del Niger. Risulta, quindi, evidente, il grave rischio per il ricorrente in caso di rimpatrio.

1.1. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione, falsa ed erronea interpretazione e/o applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, artt. 3 e 25 della CEDU, artt. 2 e 10 Cost., motivazione assente nonchè errata valutazione dei presupposti e mancata concessione della protezione umanitaria in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5”, giacchè il Tribunale avrebbe del tutto omesso la motivazione in merito alla sussistenza di una situazione di vulnerabilità, causata dal pericolo di rimpatrio di fronte a emergenze umanitarie, anche di carattere socio-economico. Non era congrua la valutazione di presunta inattendibilità del rapporto di coniugio, non contestato dalla Commissione di Verona. Quanto al presunto disinteresse nei confronti della moglie, si evidenzia come il regolamento del centro di accoglienza non permetta agli ospiti di allontanarsi per la notte, pena l’esclusione dal progetto di accoglienza: per tale ragione i contatti con la moglie erano stati limitati e fugaci. Si precisa che la moglie, ospite in un diverso centro di accoglienza, ha ottenuto la protezione sussidiaria.

2. – Data la loro stretta connessione logico-giuridica, i motivi vanno esaminati e decisi congiuntamente; essi sono inammissibili.

2.1. – Va premesso che la nozione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), deve essere interpretata in conformità alla fonte Eurounitaria di cui è attuazione (direttive 2004/83/CE e 2011/95/UE), in coerenza con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), secondo cui i rischi a cui è esposta in generale la popolazione di un paese o di una parte di essa di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave (v. 26 Considerando della direttiva n. 2011/95/UE), in quanto “l’esistenza di un conflitto armato interno potrà portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 15, lett. c), della direttiva, a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia (v., in questo senso, Corte Giustizia UE 17 febbraio 2009, Elgafaji, C-465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C285/12; vedi pure Cass. n. 13858 del 2018).

2.2. – Il riconoscimento della forma di protezione in questione presuppone, dunque, che il richiedente rappresenti una condizione, che, pur derivante dalla situazione generale del paese, sia, comunque, a lui riferibile e sia caratterizzata da una personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ed il relativo accertamento costituisce un apprezzamento di fatto, demandato, in quanto tale, al giudice del merito, il quale nel compiere tale valutazione deve far ricorso ai suoi poteri istruttori ed acquisire comunque le informazioni sul paese di origine del richiedente, previste al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8. A tale dovere non si sono sottratti i giudici a quibus, i quali hanno concluso per il non accoglimento dell’istanza basandosi sul carattere privato e di giustizia comune della vicenda, trattandosi di minacce, e quindi prive di rilevanza ai fini delle forme di protezione internazionale, stante la possibilità di chiedere tutela contro il persecutore; che pacificamente nella specie non è stata neanche richiesta. Inoltre è stato sottolineato che si tratta di episodio ormai risalente nel tempo, essendo occorso nel lontano 2012, con tutto ciò che ne consegue in termini di attualità del pericolo minacciato; con il secondo motivo è lamentata la violazione, la falsa ed erronea interpretazione e/o applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, in combinato disposto con l’art. 2 Cost. e artt. 3 e 25 CEDU, nonchè vizio di motivazione, quanto alla ritenuta non sussistenza dei requisiti per la concessione della protezione umanitaria. In altri termini, ad avviso del ricorrente, la corte territoriale non avrebbe condotto alcuna valutazione in base ai parametri della situazione generale del paese di provenienza, la situazione particolare del ricorrente in caso di rimpatrio, il tempo trascorso dalla sua uscita dal Paese, il livello di integrazione raggiunto in Italia.

3. – Parimenti inammissibili sono le allegazioni operate con il secondo motivo che ostendono, pur sotto l’apparente veste di un preteso errore di diritto, una critica puramente motivazionale, non più rappresentabile alla stregua del novellato disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quale idoneo vizio cassatorio, e sollecitano perciò una rivisitazione delle risultanze di fatto della vicenda e del giudizio riguardo ad esse enunciato dal giudice di merito, che ha inteso escludere, con ciò sottraendosi pure al denunciato vizio di motivazione apparente, le ragioni di concessione della misura richiesta, oltre a non palesare critiche pertinenti con la istanza presentata. Infatti quanto alla protezione umanitaria, è qui sufficiente rimarcare che è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (cfr. Cass. n. 27072 del 2019; Cass. n. 28990 del 2018; Cass. n. 17075 del 2018); al fine di ritenere adempiuto tale onere, inoltre, il giudice è tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (cfr. Cass. n. 11312 del 2019).

3.1. – Nel caso di specie, il Tribunale ha negato, mediante l’apporto di fonti internazionali, che nella zona vi sia una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato o infine di anarchia senza il controllo delle autorità, come richiesto dal recente indirizzo di questa Corte (cfr. Cass. n. 11312 del 2019). Posto, allora che, in nessun modo si può ritenere che la motivazione della pronuncia oggi impugnata si collochi al di sotto del minimo costituzionale, per l’articolato e costante collegamento del filo motivazionale agli elementi di prova raccolti nel processo, in particolare alle condizioni politico-sociali dell’ambito di provenienza ed alle dichiarazioni del richiedente, ritenute inattendibili per le ragioni sopra evidenziate, le odierne censure si risolvono nella esposizione astratta di principi giuridici ed orientamenti giurisprudenziali in materia, nonchè in una sostanziale richiesta di rivisitazione del merito, entrambe inammissibili in questa sede (Cass. n. 27072 del 2019; Cass. n. 29404 del 2017; Cass. n. 19547 del 2017; Cass. n. 16056 del 2016).

Del pari è del tutto fuori quadro la doglianza di mancato bilanciamento tra integrazione sociale acquisita in Italia e la situazione oggettiva del Paese di origine del richiedente, giacchè il ricorrente non si confronta criticamente e in modo specifico con la ratio decidendi del provvedimento impugnato, facendo difetto alcuna specifica censura. Al proposito il ricorrente si limita a generiche considerazioni circa la sua buona integrazione in Italia, del tutto prive di determinazione e concretezza. In ogni caso, secondo la giurisprudenza di questa Corte, non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia (Cass. n. 17072 del 2018; Cass. n. 4455 del 2018).

3.2. – D’altra parte, a prescindere dal livello di integrazione e della presenza di significativi legami familiari e relazioni personali nel nostro Paese, è necessaria e ineludibile una significativa esposizione alla violazione dei diritti umani del richiedente asilo, ove fosse costretto a tornare al proprio Paese, sotto la soglia della tollerabilità: infatti pur sempre si discute di una misura integrativa, di diritto nazionale, di protezione di uno straniero che richiede asilo sulla base dei pericoli corsi nel Paese di origine e non già dei benefici auspicati dal suo inserimento in Italia. Al proposito le deduzioni critiche del ricorso non superano la soglia della assoluta genericità.

4. – Il ricorso va dichiarato inammissibile. Nulla per le spese nei riguardi del Ministero dell’Interno, intimato e che non ha svolto attività difensiva. Va emessa la dichiarazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2021

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