Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1494 del 22/01/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 1494 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: TRICOMI IRENE

SENTENZA

sul ricorso 26515-2012 proposto da:
COMUNE DI BENEVENTO C.F. 000742740620, in persona del
Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA AMITERNO 2 (STUDIO CENTO), presso lo studio
dell’avvocato ANGIOLETTO CALANDRINI, rappresentato e
difeso dall’avvocato MICHELE MORONE, giusta delega in
2017

atti;
– ricorrente –

3964
contro

CAPUOZZO MARIA, elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA VALADIER 43, presso lo studio dell’avvocato

Data pubblicazione: 22/01/2018

GIOVANNI ROMANO, rappresentata e difesa dall’avvocato
DANIELA SARRACINO, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 6694/2011 della CORTE
D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 16/12/2011 R.G.N.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 11/10/2017 dal Consigliere Dott. IRENE
TRICOMI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIOVANNI GIACALONE che ha concluso per
il rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato GIOVANNI BEATRICE per delega verbale
Avvocato MORONE MICHELE;
udito l’Avvocato DANIELA SARRACINO.

5544/2008;

R.G. n. 26515 del 2012

FATTI DI CAUSA
1. La Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza n. 6694/11,
rigettava l’impugnazione proposte?, dal Comune di Benevento nei
confronti di Capuozzo Maria avverso la sentenza emessa tra le parti
dal Tribunale di Benevento.
Quest’ultimo aveva accolto in parte la domanda proposta dalla
lavoratrice e aveva condannato il Comune al pagamento delle

differenze retributive conseguenti alle mansioni superiori svolte dal 1°
luglio 1998 alla pronuncia, oltre accessori e spese di giudizio.
Rigettava la domanda di inquadramento superiore.
2. La lavoratrice aveva adito il Tribunale esponendo di essere
dipendente del Comune di Benevento presso gli asili nido del settore
servizi sociali e di essere stata sempre inquadrata con il profilo di

r

puericultrice Categoria B. Aveva rilevato, tuttavia, di avere sempre
svolto le mansioni di categoria C (educatrice di infanzia) del CCNL di
settore, nella quale aveva chiesto di essere inquadrata con la
condanna al pagamento delle differenze retributive, avendo nella sua
attività quotidiana sempre curato nei bambini l’armonico sviluppo
psico-fisico, di socializzazione e di integrazione dell’azione educativa
della famiglia come prevedeva la declaratoria contrattuale richiesta.
3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello
ricorre il Comune di Benevento prospettando un motivo di ricorso
argomentato in più punti.
4. Resiste con controricorso la lavoratrice.
5. Il Comune di Benevento ha depositato memoria in prossimità
dell’udienza pubblica.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con l’unico motivo di ricorso è dedotta la violazione dell’art.
360, n. 3, cod. proc. civ.
Si prospetta la violazione e falsa applicazione di contratti
collettivi di lavoro, nonché dell’art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2001.

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R.G. n. 26515 del 2012

Ed infatti la Corte d’Appello, assume il ricorrente, ha richiamato
il CCNL enti locali 1998-01 per affermare che la figura della
puericultrice è venuta meno.
In senso diverso, tuttavia doveva ricordarsi sia il parere del
dipartimento affari interni e territoriali del Ministero dell’Interno del
15 novembre 2002, che affermava la persistente separazione tra le
mansioni attribuite alle puericultrici da quelle educative delle

educatrici degli asili nidi, sia un diverso orientamento
giurisprudenziale di merito.
Pertanto, era erronea l’interpretazione del CCNL effettuata dalla
Corte d’Appello.
Non potevano dunque essere riconosciute alla lavoratrice le
mansioni superiori che presupponevano che nel CCNL fosse venuto
meno la figura di puericultore. Né sussisteva un inquadramento ab
origine della stessa come educatrice.
Peraltro,

mancava nella specie un provvedimento formale

dell’Amministrazione

che adibisse la lavoratrice alle mansioni

superiori.
2. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.
Questa Corte, a Sezioni Unite (Cass. S.U., sentenza n. 17350
del 2009, sentenza n. 10823 del 2008, Cass., sentenza n. 21819 del
2011), ha affermato che l’art. 7 del CCNL 31.3.1999, comparto
Regioni ed enti locali, per la revisione del sistema di classificazione
del personale delle regioni e delle autonomie locali prevede che il
personale in servizio sarebbe stato inserito nel nuovo sistema di
classificazione secondo le prescrizioni della allegata tabella C, in base
alla categoria e al trattamento economico fondamentale in
godimento.
Ha, altresì, statuito che l’art. 3 prevede la classificazione del
personale in quattro categorie, da A a D, individuate, mediante
descrizione dell’ “insieme dei requisiti professionali necessari per lo
svolgimento delle mansioni pertinenti a ciascuna di esse”, dalle
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R.G. n. 26515 del 2012

declaratorie riportate nell’allegato A (commi 1 e 4) e che viene fatto
rinvio al citato allegato anche per la descrizione “a titolo
esemplificativo” di alcuni profili relativi a ciascuna categoria, aventi la
funzione di descrivere “il contenuto professionale delle attribuzioni
proprie della categoria” (comma 5).
È anche precisato che gli enti, in relazione al proprio modello
organizzativo, identificano i profili professionali non individuati

nell’allegato A o aventi contenuti professionali diversi da essi e “li
collocano nelle corrispondenti categorie nel rispetto delle relative
declaratorie, utilizzando in via analogica i contenuti delle mansioni dei
profili indicati a titolo esemplificativo nell’allegato A” (comma 6).
La collocazione e il tenore letterale della disciplina appena
esaminata rendono evidente che con la stessa le parti contrattuali
hanno solamente voluto indicare un criterio guida per la delineazione
di ulteriori profili professionali relativi alle varie categorie, ai fini di
un’integrazione, in relazione ai modelli organizzativi dei vari enti,
della griglia di classificazione delle mansioni fornita dal contratto
nazionale.
Risulta invece del tutto assente la volontà di derogare alle
regole dettate dall’art. 7 per la classificazione nell’ambito delle nuove
categorie del personale in servizio, regole peraltro coerenti con il
principio informatore del pubblico impiego, anche dopo la
privatizzazione dei relativi rapporti di lavoro, secondo cui di per sè lo
svolgimento di determinate mansioni non assicura il diritto al
corrispondente inquadramento, secondo i criteri dettati dall’art. 2103
c.c.
Tali principi

trovano corrispondenza nelle statuizioni della

sentenza della Corte d’Appello di Napoli, tenuto conto, altresì che una
diversa opzione si sarebbe posta anche in contrasto con le previsioni
del d.lgs. n. 165 del 2001, art. 52 che vieta al datore di lavoro
pubblico ogni possibilità di reinquadramento dei lavoratori sulla base
delle mansioni svolte, subordinando l’acquisizione della categoria
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R.G. n. 26515 del 2012

superiore solo a procedure concorsuali o selettive o a forme di
sviluppo professionale.
3. La Corte d’Appello, quindi ha escluso l’inquadramento come
educatrice della Capuozzo, ma

con accertamento di merito sulla

sussistenza delle condizioni per il riconoscimento dell’indennità per
l’espletamento

delle

mansioni

superiori,

che

costituisce

apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito e censurabile in

sede di legittimità soltanto per vizi di motivazione, ha riconosciuto
alla lavoratrice, così confermando la sentenza del Tribunale, le
differenze retributive – in tal modo quantificando l’indennità – per
lo svolgimento delle funzioni educative e non ausiliarie.
In ragione delle risultanze istruttorie, ripercorse nella sentenza
di appello, il giudice di secondo grado, con motivazione che si sottrae
a censure, ha rilevato che la Capuozzo assunta come puericultrice
svolgeva mansioni come educatrice e non ausiliario addetto ai
servizi, riferibile alla categoria C del CCNL.
La stessa, come risultante dalla prova per testi, nella sua
attività di istruzione, sia attraverso la realizzazione di giochi che
attraverso l’insegnamento di termini in inglese e di poesie si era
occupata anche di bambini affetti da sindrome di Down, con varie
problematiche di salute.
Come questa Corte ha già affermato (Cass., n. 24266 dl 2016)
in tema di impiego pubblico contrattualizzato, il diritto a percepire la
retribuzione commisurata allo svolgimento, di fatto, di mansioni
proprie di una qualifica superiore a quella di inquadramento formale,
ex art. 52, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, non è condizionato
alla legittimità, né all’esistenza di un provvedimento del superiore
gerarchico.
4. Il ricorso deve essere rigettato.
5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in
dispositivo.
PQM
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R.G. n. 26515 del 2012

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento
delle spese di giudizio che liquida in euro 200,00 per esborsi, euro
4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali in misura
del 15% e accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio dell’Il ottobre

2017.

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