Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14893 del 15/06/2017


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Cassazione civile, sez. I, 15/06/2017, (ud. 05/04/2017, dep.15/06/2017),  n. 14893

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6830/2012 proposto da:

Souvenir Cry di B.C., (p.i. (OMISSIS)), già Souvenir

Giudy & CRY di G.M.G. & B.C.

s.n.c., in persona titolare pro tempore, Gu.El., L’Angolo

di M.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, Oliviero Meraviglia Maria, Adami Eugenia, elettivamente

domiciliate in Roma, Via Rasella n. 155, presso lo Studio Legale

Corradi (Palazzo Titoni), rappresentate e difese dall’avvocato

Zanetta Alberto, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

Comune di Stresa, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Via Pierluigi da Palestrina n. 63, presso

l’avvocato Contaldi Mario, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato Barosio Vittorio, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1676/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 18/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/04/2017 dal cons. VALITUTTI ANTONIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale ZENO

Immacolata, che ha concluso per il rigetto dei motivi da uno a

sette; tranne che per la inammissibilità del quarto motivo;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato Stefania Contaldi, con

delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con autonomi ricorsi depositati il 29 gennaio 2007, B.C., quale titolare della ditta individuale Souvenir Cry di B.C., Gu.El., M.A., quale titolare della ditta individuale L’Angolo di M.A., Me.Ma.Ol. ed A.E., unitamente ad altre ricorrenti, convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Verbania, il Comune di Stresa, proponendo opposizione avverso le ordinanze ingiunzione emesse dall’ente pubblico a titolo di pagamento del canone di concessione per l’uso di aree demaniali e dei relativi chioschi di vendita, siti sulle (OMISSIS), per gli anni dal 2001 al 2003-2006 (variando il termine finale per ciascuna ricorrente). Il Tribunale adito, con sentenza n. 63/2010, rigettava le opposizioni, affermando – in via incidentale – la proprietà in capo alle ricorrenti dei chioschi mediante i quali veniva esercitata la loro attività commerciale di vendita di souvenir o di alimenti e bevande.

2. La Corte di Appello di Torino, con sentenza n. 1676/2011, depositata il 18 novembre 2011 e notificata il 10 gennaio 2012, rigettava sia l’appello principale proposto dalle opponenti, sia quello incidentale proposto dal Comune di Stresa. La Corte riteneva, invero, legittima la statuizione sulla proprietà dei chioschi, operata dal giudice di prime cure, ma confermava la debenza, anche in forza dell’art. 5 del disciplinare di concessione, sia della TOSAP che del canone concessorio per l’uso di spazi ed aree pubbliche.

3. Per la cassazione di tale sentenza hanno, quindi, proposto ricorso B.C., quale titolare della ditta individuale Souvenir Cry di B.C., Gu.El., M.A., quale titolare della ditta individuale L’Angolo di M.A., Me.Ma.Ol. ed A.E. nei confronti del Comune di Stresa affidato a cinque motivi. Il resistente ha replicato con controricorso.

4. Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo, secondo e terzo motivo di ricorso le ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 63 come modificato dalla L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 31, del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, artt. 20 e 27 nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 (nel testo applicabile ratione temporis).

1.1. Le istanti si dolgono del fatto che la Corte di Appello nel confermare, peraltro con motivazione del tutto inadeguata, il rigetto delle opposizioni dalle medesime proposte avverso le ordinanze ingiunzione, emesse dal Comune di Stresa a titolo di pagamento del canone di concessione per l’uso di area demaniale e del relativo chiosco di vendita site sulle (OMISSIS), per gli anni dal 2001 al 2003-2006 – avrebbe erroneamente ritenuto che, non essendosi il predetto Comune avvalso del disposto del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63, comma 1, che consente agli enti territoriali di adottare il COSAP (canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche) in via alternativa alla TOSAP (tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche), l’ente avesse diritto ad esigere, oltre alla predetta tassa, anche il canone concessorio non riconducibile al COSAP, ricognitivo della proprietà indisponibile dell’ente pubblico.

1.2. Sostengono, per contro, le istanti che, non avendo il Comune di Stresa optato per l’istituzione del COSAP, oltre all’importo della TOSAP null’altro sarebbe dovuto dalle stesse, non potendo neppure trovare applicazione, nella specie, il disposto del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, artt. 20 e 27 e dovendo comunque detrarsi – laddove ritenuto legittimamente istituito – dal canone di concessione in oggetto l’importo della TOSAP corrisposto.

1.2. Le censure sono infondate.

1.2.1. Deve invero osservarsi, al riguardo, che il canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (COSAP), istituito dal D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 63 del come modificato della L. n. 448 del 1998, art. 31 è stato concepito dal legislatore come un “quid” ontologicamente diverso, sotto il profilo strettamente giuridico, dalla tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche. Esso è, infatti, configurato – in alternativa alla TOSAP – come corrispettivo di una concessione, reale o presunta (nel caso di occupazione abusiva), dell’uso esclusivo o speciale di beni pubblici ed è dovuto, non in base alla limitazione o sottrazione all’uso normale o collettivo di parte del suolo, ma in relazione all’utilizzazione particolare (o eccezionale) che ne trae il singolo (cfr. Cass. S.U. 19/08/2003, n. 12167; Cass. 06/08/2009, n. 18037).

Per converso, la tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) – avente natura tributaria – presuppone unicamente, ai sensi del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 38 il fatto oggettivo dell’occupazione, a qualsiasi titolo (ed anche senza titolo), di spazi ed aree del demanio o del patrimonio indisponibile dei comuni e delle province e trova la sua “ratio” nell’utilizzazione che il singolo faccia, nel proprio interesse, di un suolo altrimenti destinato all’uso della generalità dei cittadini, mentre resta del tutto irrilevante l’eventuale atto di concessione, atteso che l’imposizione colpisce anche le occupazioni senza titolo (Cass. S.U. 7 gennaio 2016, n. 61; Cass. Sez. U. 28/10/2015, n. 21950; Cass. sez. U. 26/11/2008, n. 28161).

1.2.2. Nell’ipotesi in cui il Comune o la Provincia non si avvalga, pertanto, della potestà di adottare, con apposito regolamento, il COSAP, è da ritenersi legittima l’imposizione della TOSAP, anche in aggiunta al canone per la concessione di uno spazio pubblico. La tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP) è, invero, compatibile (art. 17, comma sessantatreesimo, della L. 15 maggio 1997, n. 127) con il pagamento di un canone concessorio, provento di natura e fondamento del tutto diversi dal primo, dovuto, quindi, dal concessionario, a meno che il Comune non abbia esercitato il potere facoltativo di ridurlo o annullarlo (Cass. 27/10/2006, n. 23244, Cass. 21/12/2007, n. 27000).

Ne discende che, nel caso di specie, deve ritenersi corretta la statuizione del giudice di appello, laddove afferma che il pagamento della TOSAP non esonera le concessionarie dal pagamento anche del “canone concessorio ricognitivo della proprietà indisponibile (…) dell’ente pubblico, in assenza del quale si realizzerebbero i presupposti per l’usucapione”, canone avente una finalità (ricognitiva della proprietà pubblica) diversa, dunque, da quella di corrispettivo della concessione propria della COSAP. Tanto più che le concessionarie stesse si erano espressamente impegnate, con la concessione originaria del 1987 (art. 5), a corrispondere al Comune “per l’assentita concessione il canone annuo di L. (…) oltre al pagamento della tassa di occupazione di spazi ed aree pubbliche”.

1.3. Le censure suesposte vanno, pertanto, rigettate.

2. Con il quarto motivo di ricorso, le ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 210 c.p.c., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

2.1. Lamentano le esponenti che la Corte di Appello non abbia disposto l’ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. del parere pro veritate redatto, su incarico del Comune di Stresa, dal prof. B..

2.2. Il motivo è inammissibile.

2.2.1. Ed invero, qualora, con il ricorso per cassazione, venga censurata la mancata ammissione, da parte del giudice di merito, di un’istanza probatoria senza adeguata motivazione (nella specie, istanza di esibizione), la parte non può limitarsi ad indicare di aver fatto una tempestiva richiesta poi respinta, ma deve dimostrare – in virtù del principio di autosufficienza del ricorso – che detta istanza avrebbe potuto avere rilievo decisivo ai fini della soluzione di un punto parimenti decisivo della controversia (Cass. 17/11/2009, n. 24221).

2.2.2. Nel caso di specie, le ricorrenti non hanno neppure indicato in quale atto del processo di merito, di primo o di secondo grado, tale istanza sarebbe stata effettuata, e che valore avrebbe potuto rivestire il documento suindicato ai fini della risoluzione della controversia, essendosi limitate, al riguardo, a generiche allegazioni circa la necessità e l’utilità dello stesso “per l’esatta comprensione dell’orientamento in esso rassegnato dell’azione amministrativa”.

2.3. La doglianza, in quanto inammissibile, non può, pertanto, trovare accoglimento.

3. Con il quinto motivo di ricorso, le ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 92, nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

3.1. Lamentano le istanti che la Corte d’appello abbia ritenuto corretta la solo parziale compensazione delle spese di primo grado, operata dal Tribunale di Verbania.

3.2. Il motivo è infondato.

3.2.1. Nel regolare le spese di lite in caso di reciproca soccombenza, il giudice di merito deve, invero, effettuare una valutazione discrezionale, non arbitraria ma fondata sul principio di causalità, che si specifica nell’imputare idealmente a ciascuna parte gli oneri processuali causati all’altra per aver resistito a pretese fondate, ovvero per aver avanzato pretese infondate, e nell’operare un’ideale compensazione tra essi, sempre che non sussistano particolari motivi, da esplicitare in motivazione, per una integrale compensazione o comunque una modifica del carico delle spese in base alle circostanze di cui è possibile tenere conto ai sensi degli artt. 91 e 92 c.p.c. (Cass. 22/02/2016, n. 3438).

3.2.2. Nel caso concreto, la Corte territoriale ha correttamente affermato che la compensazione parziale si giustificava con “la prevalente soccombenza” delle odierne ricorrenti, “in relazione alle loro domande”.

3.3. La censura va, di conseguenza, disattesa.

4. Per tutte le ragioni suesposte, il ricorso va, pertanto, integralmente rigettato, con condanna delle ricorrenti soccombenti alle spese del presente giudizio, nella misura di cui in dispositivo.

PQM

 

Rigetta il ricorso. Condanna le ricorrenti, in favore del controricorrente, alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 5 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2017

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