Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14888 del 15/06/2017


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Cassazione civile, sez. I, 15/06/2017, (ud. 16/03/2017, dep.15/06/2017),  n. 14888

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16125/2014 proposto da:

P.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Pasubio n.

4, presso l’avvocato Forte Lucilla, rappresentato e difeso

dall’avvocato Mauro Raffaele, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento della (OMISSIS) S.r.l., in persona del curatore avv.

S.G., elettivamente domiciliato in Roma, Via G. Ferrari n.11,

presso l’avvocato Tirone Massimo, rappresentato e difeso

dall’avvocato Marconi Carla, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 157/2013 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,

depositata il 23/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/03/2017 dal cons. FALABELLA MASSIMO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale CAPASSO

Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito, per il contro ricorrente, l’Avvocato M.C. che ha

chiesto l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – La curatela del Fallimento (OMISSIS) s.r.l. proponeva azione di responsabilità nei confronti di P.F., M.A. e Q.A. ai sensi degli artt. 2476 e 2043 c.c. e L. Fall., art. 146, in relazione al comportamento posto in essere dagli ultimi due quali amministratori unici della società fallita e dal primo quale amministratore di fatto della società stessa.

2. – Il Tribunale di Isernia, avanti al quale veniva proposta l’azione, ricostruisce nei termini che seguono lo svolgimento della vicenda e i profili di responsabilità dei convenuti.

3. – Nel corso dell’assemblea sociale del 18 febbraio 2004 era stato revocato lo stato di liquidazione della società, di cui erano soci due figli di P. e una nipote di M., secondo un assetto che, secondo il Fallimento attore, sarebbe stato preordinato da M.A. e da P.F.. La revoca della liquidazione aveva avuto luogo nonostante la rilevante entità della perdita economica effettiva della società, la quale era però stata occultata in sede assembleare. Il Tribunale osservava, tuttavia, che la revoca dello stato di liquidazione non poteva essere attribuita ai convenuti M. e P., in quanto essi avevano agito, nella circostanza, nella qualità di rappresentanti dei soci; nè, ad avviso del giudice di prime cure, assumeva rilievo, sul piano della responsabilità, il fatto che la società avesse continuato a svolgere la propria attività, atteso che per effetto della disciplina introdotta col D.Lgs. n. 6 del 2003, gli amministratori conservavano il potere di gestione della società, potendo porre in essere anche “nuove operazioni”, essendo vietato il solo compimento di atti che fossero lesivi dell’integrità e del valore del patrimonio sociale.

In data 6 luglio 2004 Q.A., divenuto amministratore di (OMISSIS), concludeva un contratto di affitto di azienda con la società Diafarm, creata da M.A., che ne era amministratore, per un canone fissato nella misura del 2% del fatturato annuo, e comunque non inferiore, nell’importo mensile, a Euro 1.800,00 oltre IVA. Senza aver mai svolto alcuna attività, poi, Diafarm, con contratto del 15 settembre 2004, cedeva col consenso di (OMISSIS) il predetto contratto di affitto a ICI International s.p.a. alle medesime condizioni; tuttavia, con riferimento alla predetta operazione, la cessionaria si impegnava a versare alla cedente, quale “indennizzo per il mancato utile”, la somma di Euro 600.000,00: importo, questo, che costituiva il vero e proprio canone dovuto da ICI International per l’affitto (canone che era, quindi, di fatto sottratto alla concedente (OMISSIS) per essere incamerato dalla società, fittiziamente creata da M.).

4. – Il Tribunale riconosceva che il contratto di affitto tra (OMISSIS) e Diafarm e il successivo negozio avente ad oggetto il trasferimento del contratto a ICI International erano parti di un’unica operazione che, tramite la dissimulazione di un canone di affitto e la fittizia interposizione di persona, aveva avuto lo scopo di sottrarre al patrimonio sociale di una impresa in crisi il corrispettivo del godimento dell’azienda. A quest’operazione illecita – rilevava il giudice di prima istanza -se ne era poi aggiunta un’altra, in quanto Diafarm, con contratto del 14 luglio 2004, aveva sublocato a ICI International alcune porzioni immobiliari al corrispettivo mensile di Euro 24.000,00.

Il giudice di prima istanza, pertanto, accoglieva, anche se non integralmente, la domanda proposta dal Fallimento e condannava i convenuti a pagare in solido a quest’ultimo la somma di Euro 648.000,00, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali.

5. – Contro tale pronuncia venivano proposti tre distinti appelli: il primo da P., il secondo da M. e Q., il terzo dal Fallimento (OMISSIS).

La Corte di appello di Campobasso li rigettava tutti con sentenza pubblicata il 23 luglio 2013.

Con riferimento al gravame di P. la Corte distrettuale osservava: che, come osservato dal Tribunale, l’odierno ricorrente aveva posto in atto, all’interno della società poi fallita, e in modo non episodico, nè occasionale, un apprezzabile attività gestoria, sicchè doveva individuarsi in lui l’amministratore di fatto della società stessa; che, secondo quanto pure rilevato dal giudice di prime cure sulla scorta delle dichiarazioni testimoniali e dei documenti prodotti, P. era stato al corrente dell’operazione di affitto, alla quale aveva, anzi, pure partecipato; che le risultanze istruttorie avevano chiarito che l’odierno ricorrente autorizzava gli ordini della società, si interessava dell’andamento della produzione e, in buona sostanza, svolgeva i compiti dell’amministratore M.; che i documenti prodotti dimostravano che lo stesso P. era stato delegato a disporre della cassa sociale e del conto della società, oltre che “a disporre autonomamente della contrattazione e dell’incasso dei crediti di essa”; che – come era stato accertato nel corso la procedura fallimentare – Diafarm non aveva mai avuto un ruolo concretamente operativo, onde l’affitto di azienda non poteva escludere l’odierno istante dall’amministrazione della società poi fallita; che lo stesso P. doveva rispondere dalle operazioni contrattuali volte a distrarre il canone di affitto da (OMISSIS) in favore di Diafarm; che un teste aveva puntualmente riferito circa l’andamento costante delle trattative tra ICI International e la società fallita, intrattenute fin dal tempo in cui questa era in liquidazione e proseguite con P. e con M. sino alla dichiarazione di fallimento; che la cessione dell’affitto era stata operata col consenso di (OMISSIS) nel periodo in cui questa era amministrata di fatto dall’odierno ricorrente; che, con riferimento al danno, consistente nel mancato utile (utile che la fallita avrebbe potuto percepire ove avesse beneficiato di quanto convenuto nel contratto intercorso tra ICI International e Diafarm), era ragionevole ipotizzare che pochi mesi prima (OMISSIS) potesse assicurarsi le medesime condizioni economiche pattuite nel contratto di cessione, soprattutto in considerazione dei rapporti da tempo intercorrenti tra essa e la cessionaria del contratto di affitto di azienda; che, in tal senso, P. avrebbe dovuto dimostrare il motivo per cui non era stata avviata alcuna trattativa per conseguire un risultato più remunerativo con ICI International o con altri soggetti.

6. – La sentenza di appello è stata impugnata per cassazione da Fortunato P., il quale fa valere tre motivi di ricorso. Resiste con controricorso il Fallimento (OMISSIS), il quale ha pure depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo viene lamentato l’esame apparente di un fatto decisivo della controversia e la nullità della sentenza per motivazione pure apparente, in violazione dell’art. 132, n. 4 c.p.c. e dell’art. 111 Cost., comma 6. La censura investe il complesso delle argomentazioni svolte in fatto dalla Corte di appello per affermare la responsabilità della ricorrente e si snoda in un articolato raffronto tra le risultanze probatorie e i vari passaggi motivazionali della sentenza impugnata.

1.1. – Il motivo è infondato.

Come è noto, nella nuova formulazione del cit. n. 5, risultante dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012, è mancante ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata, con la conseguenza che è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Al contempo, la fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 per come riformulata, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054).

Ora, la motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perchè affetta da error in procedendo, quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture (Cass. Sez. U. 3 novembre 2016, n. 22232). E’ escluso, tuttavia, che l’ampia motivazione resa dalla Corte di appello sul tema che qui interessa abbia il connotato dell’apparenza, così come dedotto dal ricorrente; vero è, piuttosto, che lo stesso istante, nel prospettare lacune o illogicità argomentative della pronuncia, finisce per formulare una censura che si indirizza verso l’insufficienza o la contraddittorietà della motivazione, avendo riguardo al profilo della idoneità probatoria delle risultanze processuali: ipotesi, queste, che oggi sfuggono al sindacato di legittimità (per l’insufficienza della motivazione cfr. espressamente le citt. Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053 e Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054; per la contraddittorietà della motivazione, cfr. in particolare Cass. 16 luglio 2014, n. 16300).

2. – Col secondo motivo è lamentata violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c.. Asserisce il ricorrente che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto debba essere accertato alla stregua di canoni di probabilità: nel caso concreto il connettivo logico attraverso cui la Corte di merito aveva formato le sue proposizioni finali risultava assolutamente inesistente, tanto più che le stesse premesse logiche erano del tutto fallaci e i richiami alla sentenza di primo grado affatto impropri.

2. 1 – Anche tale motivo deve essere disatteso.

Esso tende, per la verità, alla rivisitazione delle risultanze probatorie, trascurando di considerare che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito oggi non è più deducibile col ricorso per cassazione, nemmeno attraverso il motivo di ricorso di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (nella nuova versione risultante dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012): sicchè a nulla varrebbe riqualificare in tal senso la censura di cui si dibatte.

D’altro canto, è vero che la Corte di cassazione può essere investita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 dell’errore in cui il giudice di merito sia incorso nel considerare grave una presunzione che non lo sia sotto un profilo logico generale o sotto il particolare profilo logico (interno ad una certa disciplina) entro il quale essa si collochi; ed è altrettanto vero che la medesima affermazione può essere formulata con riferimento al controllo della precisione e a quello della concordanza. Il principio risulta essere stato già affermato da questa Corte (Cass. 26 giugno 2008, n. 17535). Deve tuttavia ritenersi che nelle ipotesi indicate il motivo di ricorso vada articolato in modo specifico e circostanziato, avendo il ricorrente l’onere di indicare sia le singole presunzioni (e cioè le diverse inferenze logiche) che intenda censurare, sia – le ragioni di diritto che, a mente dell’art. 2729 c.c., precludevano al giudice del merito di farne USO.

Di contro, l’istante si è limitato a contrapporre ai diversi apprezzamenti espressi dalla Corte di appello le proprie argomentazioni intese a sindacare l’efficacia probatoria delle varie risultanze di causa, così assumendo una posizione critica verso l’attività di libera valutazione delle prove che è riservata al giudice del merito: attività che è incensurabile nella presente sede.

3. – Il terzo motivo (erroneamente rubricato come secondo) prospetta una violazione e falsa applicazione degli artt. 2476 e 2697 c.c.. Sostiene in sostanza il ricorrente che l’assemblea del 14 giugno 2004, con cui si diede mandato all’amministratore di concedere in affitto il ramo aziendale, e l’assemblea del 15 settembre 2014, con cui si autorizzò ICI International a subentrare nel godimento dell’azienda, non erano state ritenute dannose per la società; nè risultava altrimenti provato che P. conoscesse, o dovesse conoscere, le condizioni economiche trattate da Diafarm con ICI International. La Corte di merito avrebbe quindi ritenuto applicabile l’art. 2476 c.c. a fattispecie non inerente alla sua previsione, in quanto il ricorrente non poteva essere onerato della vigilanza sugli atti e sui comportamenti della Diafarm.

3.1. – La censura non merita accoglimento.

L’istante non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata.

Va premesso che la persona la quale, benchè priva della corrispondente investitura formale, si accerti essersi inserita nella gestione della società stessa, impartendo direttive e condizionandone le scelte operative, va considerata amministratore di fatto ove tale ingerenza, lungi dall’esaurirsi nel compimento di atti eterogenei ed occasionali, riveli avere caratteri di sistematicità e completezza (Cass. 1 marzo 2016, n. 4045). Ora, P., in base ad una ricostruzione delle vicende occorse che non è sindacabile nella presente sede, è stato riconosciuto come l’amministratore di fatto cui era riferibile, insieme ad altri soggetti, la nota operazione culminata con la cessione del contratto di affitto di azienda a ICI International dietro pagamento a Diafarm di un corrispettivo di Euro 600.000,00: operazione che cagionò alla società fallita il danno consistente nella mancata percezione di un canone di affitto commisurato al reale valore dell’azienda ceduta in godimento. Di fronte a tale evidenza fattuale la Corte di merito ha ritenuto integrata una ipotesi di responsabilità riconducibile alla lata previsione dell’art. 2476 c.c.e il giudizio in tal senso desumibile dalla sentenza impugnata non risulta efficacemente censurato. E’ da osservare, in proposito, che nel ricorso per cassazione il vizio della violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilità, dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 12 gennaio 2016, n. 287; Cass. 1 dicembre 2014, n. 25419; Cass. 26 giugno 2013, n. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010). Tanto meno si comprende la doglianza che investe l’applicazione dell’art. 2697 c.c., dal momento che detta norma regola la distribuzione dell’onere probatorio – non anche la materia della valutazione dei risultati ottenuti mediante l’esperimento dei mezzi di prova (Cass. 12 febbraio 2004, n. 2707) — e nella fattispecie non è spiegato come la stessa sia stata violata.

4. – Il ricorso è in conclusione respinto.

5. – Segue la condanna del soccombente al pagamento delle spese processuali.

PQM

 

LA CORTE

rigetta il ricorso; condanna la ricorrente, in favore della controricorrente, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000,00 per compensi, alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione prima Civile, il 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 15 giugno 2017

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