Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14863 del 27/05/2021

Cassazione civile sez. I, 27/05/2021, (ud. 20/04/2021, dep. 27/05/2021), n.14863

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 9753/2020 proposto da:

D.I., rappresentato e difeso dall’Avv. Caterina Bozzoli, in

virtù di procura in calce al ricorso per cassazione.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 3422/2019,

pubblicata in data 30 agosto 2019, non notificata;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

29/04/2021 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza del 30 agosto 2019, la Corte di appello di Venezia ha rigettato l’appello proposto da D.I., nato in (OMISSIS), avverso l’ordinanza del Tribunale di Venezia del 2 marzo 2017, che aveva confermato il provvedimento di diniego della Commissione territoriale competente.

2. Il richiedente aveva dichiarato di avere lasciato il Paese di origine per sfuggire alle minacce e alle angherie dello zio paterno, che diventato capo religioso waabita ed imam del villaggio, pretendeva che lui studiasse il Corano e si dedicasse alla preghiera; a fronte del suo rifiuto lo zio lo avrebbe percosso e minacciato di morte, costringendolo a fuggire di casa.

3. La Corte di appello ha ritenuto che la vicenda del richiedente era generica e poco caratterizzata e che, anche se credibile e coerente, i motivi di persecuzione si riferivano comunque ad un vicenda privata e familiare, dalla quale il richiedente avrebbe potuto emanciparsi; nè il richiedente aveva fornito elementi di prova a sostegno della domanda e anche la motivazione del mancato coinvolgimento delle forze dell’ordine non era stata corredata da specifici riferimenti ad iniziative assunte dal ricorrente; dalle fonti internazionali richiamate e aggiornate al 2017, non risultava che la zona di provenienza del ricorrente (Yafola, nella regione del Sikasso) fosse caratterizzata da diffusi atti di criminalità e da tensioni etniche e religiose o da atti di terrorismo o sommesse assimilabili ad una situazione di conflitto armato interno; quanto alla protezione umanitaria, i giudici di secondo grado hanno rilevato che non sussistevano i gravi motivi di carattere umanitario e che la partecipazione a corsi di lingua, ad attività di formazione e anche lo svolgimento di attività lavorativa, pure apprezzabili ed utili nella prospettiva di un rientro, non potevano favorire il ricorrente che chiedeva protezione rispetto all’omologo migrante economico.

4. D.I. ricorre per la cassazione del decreto con atto affidato a due motivi.

5. L’Amministrazione intimata si è costituita al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dei parametri relativi alla credibilità del richiedente fissati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c) e la violazione degli obblighi di cooperazione istruttoria incombenti sull’autorità giurisdizionale; l’omesso esame di fatti decisivi; la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,3,14; D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 e artt. 2 e 3 CEDU, avendo la Corte di appello errato nel ritenere la vicenda del richiedente generica e poco circostanziata, essendo stato compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; che la regione di Sikasso era vicinissima alla capitale (OMISSIS), città ad elevato rischio terroristico, ragione per cui non si poteva escludere che anche la regione di Sikasso fosse estranea ad episodi di violenza, come confermato dalla Corte di appello di Napoli e che, in ogni caso, spettava al giudice verificare tale evenienza, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3.

1.1 Il motivo, nei suoi plurimi profili di censura, è inammissibile.

1.2 Il motivo è, in primo luogo, inammissibile perchè il ricorrente censura la valutazione di non credibilità della sua vicenda personale, sollecitando, inammissibilmente, la rivalutazione di un apprezzamento di merito, che, nel caso di specie, è stato idoneamente motivato e non è pertanto sindacabile in sede di legittimità.

1.3 In proposito, questa Corte ha affermato che la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicchè, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass., 19 giugno 2020, n. 11925; Cass., 5 febbraio 2019, n. 3340; Cass., 12 giugno 2019, n. 15794).

Il richiedente, inoltre, è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (Cass., 12 giugno 2019, n. 15794).

Con la duplice conseguenza che l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda e che il giudice deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate.

1.4 Il motivo, inoltre, trascura del tutto di censurare il secondo iter argomentativo della corte del merito, laddove essa ha affermato che la vicenda narrata, pur se ritenuta credibile, aveva natura privata ed era accaduta all’interna di una cerchia familiare, dalla quale il richiedente avrebbe potuto emanciparsi.

1.5 Il motivo è pure inammissibile nella parte in cui ha ad oggetto l’accertamento dell’insussistenza della situazione di conflitto armato rilevante ai fini del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), trattandosi di accertamento in fatto non adeguatamente censurato con il ricorso.

1.6 La Corte di merito, in particolare, ha provveduto ad escludere la sussistenza di situazioni di minaccia grave e individuale alla vita o alla persona da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)), affermando che nella regione di provenienza del ricorrente (SiKasso) non sussisteva una minaccia grave ed individuale per la vita dell’appellante, affermando altresì che la necessità di distinguere fra le diverse aree del Mali trovava conferma in fonti qualificate anche recenti, espressamente richiamate nella nota n. 1, a pagina 5 del provvedimento impugnato.

Ciò nel rispetto della disposizione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, che impone al giudice di verificare se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente e astrattamente sussumibile in una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, con accertamento aggiornato al momento della decisione (Cass., 11 dicembre 2020, n. 28349; Cass., 22 maggio 2019, n. 13897; Cass. 12 novembre 2018, n. 28990).

1.7 Anche la sentenza della Corte di appello di Napoli, richiamata dal ricorrente, senza prescindere dalla circostanza che il precedente

giudiziario favorevole a persone provenienti dal Mali non può assumere decisivo rilievo in quanto frutto della valutazione delle circostanze specificamente accertate in detto giudizio, tuttavia si esprime in termini di elevato rischio terroristico e di un quadro complessivo di sicurezza estremamente critico e fa specifico riferimento alla capitale (OMISSIS) e non anche alla regione di provenienza del ricorrente.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, art. 10 Cost., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per il mancato esame relativo all’integrazione sociale e della circostanza che il ricorrente lavorava in Italia a tempo indeterminato sin dal 2018 come facchino e percepiva un compenso mensile netto che superava i 1.300 Euro, come dimostrato dalle buste paga prodotte; inoltre doveva essere considerata la sua vicenda personale e la situazione di precarietà che lo stesso avrebbe vissuto in caso di rientro in patria.

2.1 Il motivo è inammissibile.

2.2 Senza prescindere della violazione del principio di autosufficienza del ricorso con specifico riguardo alle buste paghe attestanti lo svolgimento di attività lavorativa, stante che il ricorrente non specifica con quale atto abbia depositato la documentazione in esame ai giudici di secondo grado, non sussiste il vizio dedotto, avendo i giudici di secondo grado evidenziato che non sussisteva il profilo di integrazione sociale perchè, a tal fine, non assumevano rilievo la partecipazione a corsi di lingua, ad attività di formazione e anche lo svolgimento di attività lavorativa e che, quindi, gli elementi emersi non offrivano alcuna evidenza in ordine ad una situazione di effettiva e irreversibile integrazione nel tessuto sociale e culturale del paese ospitante.

2.3 Il motivo, peraltro, trascura del tutto di censurare il primo iter argomentativo della corte del merito, laddove essa ha evidenziato che gli elementi emersi non offrivano alcuna evidenza in ordine ad una peculiare situazione di vulnerabilità del ricorrente, nel rispetto dei principi affermati da questa Corte secondo cui il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari presuppone l’esistenza di situazioni non tipizzate di vulnerabilità dello straniero, risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, conseguenti al rischio del richiedente di essere immesso, in esito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico ed ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali (Cass., 22 febbraio 2019, n. 5358).

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Nulla sulle spese, poichè l’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2021

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