Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14845 del 27/05/2021

Cassazione civile sez. I, 27/05/2021, (ud. 08/07/2020, dep. 27/05/2021), n.14845

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SANGIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24014/2018 proposto da:

D.M.A., nato in (OMISSIS) ((OMISSIS)) il (OMISSIS),

cod. fisc. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma, Piazza

Cavour presso la cancelleria della Corte di cassazione,

rappresentato e difeso dell’Avv. Luca Castagnoli, giusta procura

speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, cod. fisc. (OMISSIS), in persona del Ministro

pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. R.G. n. 14952 del 2017 del TRIBUNALE di

BOLOGNA, depositato in data 3 luglio 2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’8 luglio 2020 dal Consigliere Dott. Marco Vannucci.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con decreto emesso il 3 luglio 2018 a definizione di procedimento camerale (artt. 737 c.p.c. e segg.) il Tribunale di Bologna rigettò le domande di D.M.A. (di nazionalità (OMISSIS)) volte al riconoscimento dello status di rifugiato, in subordine al riconoscimento della protezione sussidiaria o, in ulteriore subordine, riconoscimento della protezione umanitaria.

2. Per la cassazione di tale decreto, nella parte dispositiva del rigetto delle due domane subordinate, D. ha proposto ricorso contenente tre motivi di impugnazione.

3. L’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

4. Con ordinanza emessa l’11 ottobre 2019 la trattazione della causa è stata rinviata a nuovo ruolo essendo pendente avanti le sezioni unite della Corte questione (di massima particolare importanza) relativa all’applicabilità della normativa introdotta con D.L. n. 113 del 2018, convertito con L. n. 132 del 2018 (nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6) nei giudizi in corso relativi alle domande di riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte, come quella di specie, prima dell’entrata in vigore della citata Legge del 2018.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce, per le ragioni nell’atto specificate, che il decreto è caratterizzato da violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 avendo il tribunale ritenuto insussistente una minaccia grave alla vita o incolumità di esso ricorrente nel paese di origine, e avendo omesso di esaminare i documenti depositati, relativi al rischio di trattamenti inumani in caso di rimpatrio.

2. Il motivo, nelle relative articolazioni, è in parte inammissibile e in parte infondato.

Contrariamente a quanto dal ricorrente dedotto, il giudice di merito (pag. 7 del decreto): ha specificamente valutato sia la condizione delle carceri in (OMISSIS) (alla luce dei contenuti sul punto delle fonti internazionali da esso citate), sia l’assenza di quella riferibilità, soggettiva e individuale, del rischio per il ricorrente di subire torture o altre forme di trattamenti inumani o degradanti, che rappresenta un elemento costitutivo della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, ex lett. b); ha affermato, in riferimento alla fattispecie delineata dalla lett. c) cit. articolo (sempre alla luce del contenuto delle fonti di informazione prese in considerazione), che il paese di origine del ricorrente non era caratterizzato da instabilità tale da integrare il presupposto della “violenza indiscriminata da conflitto armato idonea a esporre la popolazione civile ad un grave pericolo per la vita o l’incolumità fisica per il solo fatto di soggiornarvi”.

La domanda è stata, pertanto, con motivazione in questa sede non sindacabile, respinta in sintonia con l’onere di approfondimento istruttorio richiesto dalla costante giurisprudenza di legittimità.

Inoltre, parte della critica del ricorrente (pag. 14 del ricorso) si sostanzia in una richiesta di diversa valutazione di fatti rilevanti, in questa sede non consentita.

3. Con il secondo motivo si lamenta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 (di seguito indicato come “t.u. immigrazione”) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 per non avere il giudice di merito valutato l’esistenza di motivi di salute, personale vulnerabilità, carestia e insufficiente rispetto dei diritti umani nel paese di origine.

Nel terzo motivo il ricorrente censura il decreto impugnato deducendo che il tribunale ha omesso l’esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), con riferimento al documentato suo inserimento sociale in Italia.

4. Tali motivi, da esaminare congiuntamente in ragione della loro stretta connessione, sono fondati.

In via preliminare, si osserva che, se è vero che con l’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito con la L. n. 132 del 2018, è stata soppressa la disciplina della protezione umanitaria di cui all’art. 5, comma 6 t.u. immigrazione, è altrettanto vero che le domande relative al diritto in questione, proposte, come quella oggetto della pronuncia recata dal decreto impugnato, prima dell’entrata in vigore (il 5 ottobre 2018) del citato D.L., sono regolate dalla disciplina legale in vigore al momento della loro presentazione: è in tale momento, infatti, che, in tesi, sorge il diritto fatto valere con l’azione giudiziale (in questo senso, cfr. Cass. S.U., 13 novembre 2019, n. 29459).

La giurisprudenza di legittimità formatasi in tema di interpretazione della disciplina della protezione umanitaria recata dall’art. 5, comma 6 t.u. immigrazione è costante nell’assegnare rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva in Italia e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio verso tale Paese possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani (cfr. Cass. S.U., 13 novembre 2019, n. 29459, cit.; nello stesso senso cfr. altresì: Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455; Cass. 19 aprile 2019, n. 11110; Cass. 8 maggio 2019, n. 12182).

In particolare, la sopra citata sentenza resa a sezioni unite, ha enunciato il seguente principio di diritto: “In tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza” (così, in motivazione); senza dunque che abbiano rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente e astrattamente considerato e, specularmente, l’esame di una peculiare situazione di fatto caratterizzante la generalità delle persone che vivono in una determinata area geografica dello stato di origine (dunque non specificamente riferibile alla persona del richiedente la protezione).

Tenuto presente tale ordine di concetti, il decreto impugnato è affatto carente quanto all’esame del profilo individuale del richiedente, essendosi limitato, da un lato, al mero riscontro dell’inesistenza di un rischio di pandemia da virus denominato “Ebola” in (OMISSIS), in tal guisa non evidenziando eventuali profili di rischio, connessi allo stato di vulnerabilità caratterizzante solo tale persona, potenzialmente incisa, in caso di suo rimpatrio, dalla specifica situazione di fatto esistente nel paese di origine; senza considerare, sotto altro profilo, tutti gli elementi di fatto dal ricorrente indicati a prova del suo percorso di integrazione sociale (pag. 16 del ricorso).

Il giudizio di vulnerabilità non ha” inoltre, preso in esame l’assenza di legami familiari e sociali nel paese di origine (pag. 19 del ricorso) nè è stato motivato in forza della circostanza che in (OMISSIS) non si riscontrano compromissioni all’esercizio dei diritti umani.

5. In conclusione, il decreto impugnato deve essere cassato nella parte in cui ha rigettato la domanda del ricorrente di riconoscimento dei presupposti della protezione umanitaria, con rinvio al Tribunale di Bologna, che, in diversa composizione, dovrà uniformarsi al principio di diritto sopra ribadito e provvedere alla regolamentazione tra le parti delle spese processuali relative al giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il primo motivo, accoglie il secondo e il terzo e cassa il decreto impugnato in relazione ai motivi accolti, con rinvio al Tribunale di Bologna, in diversa composizione, cui demanda altresì la regolamentazione tra le parti delle spese relative al presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2021

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