Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14842 del 20/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 20/07/2016, (ud. 17/05/2016, dep. 20/07/2016), n.14842

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25340/2013 proposto da:

OTTO MARZO SRL, (OMISSIS), in persona dell’amministratore unico e

legale rappresentante Sig.ra F.K., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA LUDOVISI 35, presso lo studio dell’avvocato

MARIO GIUSEPPE RIDOLA, che la rappresenta e difende unitamente agli

avvocati JOHN GATTAI, SERGIO MENCHINI giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

FR. & C SNC, in persona del suo legale rappresentante pro

tempore sig.ra FR.GI., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA FEDERICO CESI 72, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO

BONACCORSI DI PATTI, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato MASSIMO SORBO giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

T.V., T.G.;

– intimati –

Nonche’ da:

T.G., T.V., considerati domiciliati ex lege in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati

e difesi dall’avvocato ANDREA BRINI giusta procura in calce al

controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

FR. & C SNC, in persona del suo legale rappresentante pro

tempore sig.ra FR.GI., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA FEDERICO CESI 72, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO

BONACCORSI DI PATTI, che la rappresenta e difende unitamente

all’avvocato MASSIMO SORBO giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente all’incidentale –

e contro

OTTO MARZO SRL (OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 316/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 18/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito l’Avvocato MARIO GIUSEPPE RIDOLA;

udito l’Avvocato DOMENICO BONACCORSI DI PATTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per l’accoglimento p.q.r. del

ricorso principale e per il rigetto di quello incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. T.C. e T.R., quali proprietari di un immobile destinato a uso alberghiero sito in (OMISSIS), lo concessero in locazione il 31 agosto 1982 a N.O., il quale poi cedette la sua azienda alberghiera a Fr.Mi. e C. s.n.c. – ora Fr. e C. s.n.c. e C. -, che pertanto subentro’ nel contratto locatizio. Il 17 gennaio 1997 T.R. e gli eredi di T.C., ovvero T.V. e T.G., stipularono con essa un negozio integrativo del contratto locatizio, in cui, in cambio una proroga di nove anni (per cui la scadenza del contratto slittava al 31 dicembre 2008) e di un aumento del canone, la conduttrice assumeva l’obbligo di manutenzione straordinaria sull’immobile e sugli impianti, in riferimento alle leggi vigenti e alle successive modifiche legislative, esclusi soltanto gli interventi riguardanti la stabilita’ delle strutture in cemento armato (articolo 4 dell’accordo). In data 21 giugno 2004, poi, Otto Marzo Srl acquistava da T.R. il 50% della proprieta’ dell’immobile – del quale acquistera’ l’ulteriore 50% il 29 giugno 2010 da T.V. e T.G..

Nel 2007 T.V., T.G. e Otto Marzo Srl adivano il Tribunale di Lucca, sezione distaccata di Viareggio, chiedendo dichiararsi la risoluzione del contratto locatizio per inadempimento della conduttrice, e chiedendo la sua condanna al rilascio dell’immobile nonche’ al risarcimento dei danni; la societa’ conduttrice resisteva, riconvenzionalmente chiedendo dichiararsi nulla la clausola n. 4 del patto del 1997 e, in subordine, qualora fosse stata ritenuta valida, chiedendo il ristoro delle spese sostenute per la stabilita’ delle strutture di cemento armato, cioe’ Euro 364.563 oltre accessori (causa 10546/2007 R.G.). Veniva disposta nel corso del giudizio una c.t.u., della quale successivamente erano espletate due integrazioni.

Nel 2010 intanto Fr. e C. s.n.c. instaurava, sempre davanti al Tribunale di Lucca, sezione distaccata di Viareggio, un altro giudizio (causa 11163/2010 R.G.) perche’ i locatori fossero condannati a pagarle l’indennita’ d’avviamento L. n. 392 del 1978, ex art. 34, comma 2; e i locatori si costituivano, chiedendo in via riconvenzionale la restituzione dell’indennita’ pagata L. n. 392 del 1978, ex art. 34, comma 1.

Riunite le due cause, il Tribunale, con sentenza 26 marzo 2012 n. 142, rigettava le domande dei locatori, condannandoli a pagare a controparte la somma di Euro 132.705, oltre accessori, per la domanda riconvenzionale proposta dalla conduttrice nella causa del 2007, nonche’ la somma di Euro 149.656 oltre accessori L. n. 392 del 1978, ex art. 34, comma 2, condannandoli altresi’ solidalmente a rifondere a controparte le spese processuali.

Avendo i locatori proposto appello principale e la societa’ conduttrice proposto appello incidentale sulle spese, la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 21 febbraio – 18 marzo 2013, ha respinto l’appello principale, ha accolto l’appello incidentale aumentando la condanna delle spese processuali del primo grado e ha condannato gli appellanti principali a rifondere all’appellante incidentale le spese del grado d’appello.

2. Ha presentato ricorso Otto Marzo Srl, sulla base di cinque motivi; T.V. e T.G. hanno presentato controricorso con ricorso incidentale, aderendo al ricorso principale e riproponendo appunto nel ricorso incidentale tutti i suoi cinque motivi.

Fr. e C. s.n.c. si difende con controricorso avverso il ricorso principale e con altro controricorso avverso il ricorso incidentale.

Otto Marzo Srl ha presentato memoria ex art. 278 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. I due ricorsi – principale e incidentale – possono essere esaminati congiuntamente in quanto il ricorso incidentale aderisce completamente al ricorso principale, riproponendone i motivi.

3.1.1 Il motivo primo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c..

Premesso che il criterio letterale e’ esaustivo se il testo del contratto e’ univoco, si adduce che il giudice d’appello l’avrebbe violato, aggiungendo, nell’articolo 4 del patto del 1997, all’obbligo di manutenzione straordinaria assunto dalla conduttrice due presupposti, che il suo dettato letterale appunto non prevede: la richiesta del locatore dell’esecuzione gli interventi di straordinaria manutenzione sull’immobile e sugli impianti – cosi’ da individuarli – e l’urgenza/improrogabilita’ degli interventi stessi.

Sarebbe d’altronde illogico, anche rispetto a quel che e’ evincibile dall’art. 1577 c.c., richiedere che le opere necessarie di manutenzione straordinaria siano identificabili dal locatore, essendo il conduttore la parte che ha la materiale disponibilita’ dell’immobile e degli impianti. Inoltre la manutenzione straordinaria non coincide con la riparazione urgente (viene richiamata al riguardo Cass. sez. 3, 9 ottobre 1996 n. 8814). Pertanto la sentenza dovrebbe essere cassata in parte qua, con le evidenti conseguenze sull’accertamento dell’inadempimento della conduttrice.

3.1.2 Il motivo, in sostanza, si fonda sull’asserto che l’articolo 4 del patto aggiuntivo sarebbe stato assolutamente autosufficiente nel suo tenore letterale, per cui, operando una interpretazione che alla lettera ha aggiunto ulteriori elementi, il giudice d’appello avrebbe violato l’art. 1362 c.c., entrando in conflitto con il reale significato della clausola.

Deve rilevarsi che l’art. 1362 c.c., non impone affatto di non discostarsi dal tenore letterale, ma al contrario legittima tale eventuale discostamento indicando come necessario oggetto della ricerca dell’interprete non il “senso letterale delle parole”, bensi’ “la comune intenzione delle parti”, la cui individuazione e’ ordinariamente frutto di una indagine, e non di una mera lettura (“si deve indagare”, attesta il legislatore). Il risultato di tale indagine, cioe’ della effettiva volonta’ delle parti come manifestata nel negozio, e’ un accertamento fattuale, riservato quindi istituzionalmente al giudice di merito. Di per se’, pertanto, non puo’ essere “corretto” adottando esiti alternativi nell’esercizio del sindacato di legittimita’, che puo’ vagliare esclusivamente il metodo dell’accertamento sotto il profilo della sua correttezza normativa e non, invece, il risultato dell’indagine (da ultimo conferma in tal senso una giurisprudenza consolidata Cass. sez. 3, 10 febbraio 2015 n. 2465: “In tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimita’ non puo’ investire il risultato interpretativo in se’, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicita’ della motivazione addotta, con conseguente inammissibilita’ di ogni critica alla ricostruzione della volonta’ negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati”; sulla stessa linea v. Cass. sez. 1, 22 febbraio 2007 n. 4178 – che puntualizza come la configurabilita’ di valutazioni alternative rispetto a quella eletta dal giudice di merito non possa automaticamente implicare violazione di legge, ovvero aprire la strada al sindacato di legittimita’, perche’ “per sottrarsi al sindacato di legittimita’, non e’ necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicche’, quando di una clausola siano possibili due o piu’ interpretazioni, non e’ consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimita’ del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra” -; e v. pure Cass. sez.3, 13 febbraio 2002 n. 2074, Cass. sez. 1, 7 marzo 2007 n. 5273, Cass. sez. 3, 12 luglio 2007 n. 15604 e Cass. sez. 2, 3 settembre 2010 n. 19044).

3.1.3 Nel motivo in esame si identifica quale canone ermeneutico violato l’articolo 1362 c.c., che peraltro viene inteso, a ben guardare, come una pura manifestazione del principio in claris non fit interpretatio, nel senso – chiaramente non conforme con il dettato normativo per quanto sopra si e’ gia’ evidenziato – che l’interprete non potrebbe trarre alcun elemento di significato al di fuori della lettera della clausola, nel caso in cui la lettera di per se’ sia comprensibile. Cio’ non corrisponde, si ripete, al contenuto della norma. Norma che, insegna consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte, nell’interpretazione del contratto impone di verificare compiutamente se sussista nel caso in esame un’assoluta autosufficienza del tenore letterale (verifica il cui esito puo’ essere positivo: cfr. Cass. sez. 3, 29 luglio 2004 n. 14495) e allo scopo quindi “di compiere l’esegesi del testo, ricostruire in base ad essa l’intenzione degli stipulanti e verificare se l’ipotesi di comune intenzione ricostruita sia coerente con le restanti parti del contratto e con la condotta, anche esecutiva, dei contraenti” (cosi’ da ultimo Cass. sez. lav., 1 dicembre 2015 n. 24421). In particolare, l’assoluta autosufficienza letterale che e’ sintetizzata tradizionalmente nel brocardo in claris non fit interpretatio deve comunque parametrarsi alla individuazione dell’intenzione delle parti, frutto della razionale e reciproca contestualizzazione degli elementi significativi compresenti (v., ex multis, Cass. sez. 3, 9 dicembre 2014 n. 25840 – che sottolinea come “il principio in claris non fit interpretatio rende superfluo qualsiasi approfondimento interpretativo del testo contrattuale quando la comune intenzione dei contraenti sia chiara, non essendo a tal fine pero’ sufficiente la chiarezza lessicale in se’ e per se’ considerata, sicche’ detto principio non trova applicazione nel caso in cui il testo negoziale sia chiaro, ma non coerente con ulteriori ed esterni indici rivelatori della volonta’ dei contraenti” -, Cass. sez. lav. 3 giugno 2014 n. 12360 – per cui nella interpretazione del contratto “il principio in claris non fit interpretatio presuppone che la formulazione testuale sia talmente chiara ed univoca da precludere la ricerca di una volonta’ diversa”, occorrendo peraltro appurare se la lettera esterni realmente la comune intenzione delle parti “attraverso una valutazione di merito che consideri il grado di chiarezza della clausola contrattuale mediante l’impiego articolato dei vari canoni ermeneutici, ivi compreso il comportamento complessivo delle parti, in quanto la lettera (il senso letterale), la connessione (il senso coordinato) e l’integrazione (il senso complessivo) costituiscono strumenti interpretativi legati da un rapporto di implicazione necessario al relativo procedimento ermeneutico” – e Cass. sez. 3, 28 marzo 2006 n. 7083 – per cui nell’interpretazione del contratto “l’elemento letterale assume funzione fondamentale”, ma le clausole devono essere interpretate “le une a mezzo delle altre, senza potersi arrestare ad una considerazione atomistica delle stesse, neppure quando il loro senso possa ritenersi compiuto”, e comunque l’intenzione delle parti svolge il ruolo di “fondamentale parametro di interpretazione” -; cfr. pure sull’interpretazione del testo letterale del negozio Cass. sez. 28 agosto 2007 n. 18180, Cass. sez. 3, 11 gennaio 2006 n. 261, Cass. sez. 1, 10 ottobre 2003 n. 15150, Cass. sez. lav. 13 agosto 2001 n. 11089 e Cass. sez. 3, 11 giugno 1999 n. 5747).

3.1.4 Pertanto, non e’ sostenibile che la corte territoriale abbia violato l’art. 1362 c.c., per avere oltrepassato l’ambito letterale della clausola, interpretando l’obbligo della parte conduttrice in essa stabilito come condizionato da due elementi non presenti, appunto, nella sua lettera, e cioe’ la richiesta del locatore e la necessita’ cronologica delle opere. La corte, al contrario, ha correttamente operato un’indagine ermeneutica contestuale e razionale, prendendo le mosse dalla natura dell’obbligo assunto dalla conduttrice nell’art. 4 del patto aggiuntivo – interventi di manutenzione straordinaria – e ricostruendo come tale obbligo avrebbe potuto concretizzare il suo oggetto – che indubbiamente, si nota per inciso, era rimasto alquanto generico, ovvero indefinito, nella clausola -, vale a dire i presupposti che lo avrebbero fatto insorgere nell’arco del termine di durata del contratto. La valutazione della corte sotto il profilo del suo esito, come gia’ si e’ osservato, non e’ qui sindacabile, ne’ puo’ rilevare in questa sede, come pure rilevato piu’ sopra, l’evidente configurabilita’ – frutto proprio di un’oggettiva genericita’ della clausola – di soluzioni diverse, ovvero alternative, in luogo di quella adottata dal giudice d’appello. Inconferenti sono pertanto le argomentazioni versate nel motivo allo scopo di supportare tali alternative, come il riferimento all’art. 1577 c.c., il fatto che il conduttore avesse la materiale disponibilita’ dell’immobile e la natura della manutenzione straordinaria in raffronto con la riparazione urgente. Quel che incide e’ esclusivamente l’applicazione dell’art. 1362 c.c., che e’ stata, come si e’ visto, correttamente effettuata dalla corte territoriale, per cui il motivo risulta infondato.

3.2 Il secondo motivo e’ presentato in subordine a quello precedente, e denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto decisivo e controverso, cioe’ la richiesta dei locatori alla conduttrice di adempiere l’obbligo degli interventi di manutenzione straordinaria con la lettera ad essa inviata del 2 novembre 2001.

Il motivo e’ palesemente infondato, poiche’ dal complessivo apparato motivazionale della sentenza impugnata emerge che il fatto suddetto in esso non gode di alcuna decisivita’, id est non e’ idoneo a ledere la ratio decidendi (cfr. p. es. Cass. sez. L, 14 novembre 2013 n. 25608, S.U. 25 ottobre 2013 n. 24148, Cass. sez. L, 14 febbraio 2013 n. 3688 e Cass. sez. L, 18 marzo 2011 n. 6288). Invero, la corte territoriale ha ricostruito la volonta’ delle parti quanto all’obbligo di effettuare manutenzione straordinaria assunto con l’articolo 4 del patto aggiuntivo dalla conduttrice nel senso che questo sarebbe stato efficace solo per le opere di manutenzione straordinaria qualificabili come urgenti/improrogabili. E’ evidente, allora, che se tale presupposto non sussiste, e’ svuotato di ogni rilevanza l’ulteriore presupposto della richiesta da parte del locatore di provvedere agli interventi. E la corte ha ritenuto che nessuna urgenza fosse venuta in essere durante il periodo di esecuzione del contratto (motivazione, pagina 8), cosi’ assorbendo il profilo della richiesta in questione, che – logicamente quindi – non menziona.

3.3 Il terzo motivo, anche questo proposto in subordine, denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 132 c.p.c., e art. 111 Cost., comma 6, per carenza di motivazione sulla necessita’ urgente delle manutenzioni straordinarie. Si adduce che la motivazione sussiste solo per una delle opere di manutenzione straordinaria richieste, cioe’ l’impianto antincendio, per le altre opere avendo il giudice d’appello rinviato agli elaborati del c.t.u., che pero’ nulla direbbero sulla loro urgenza.

Il motivo richiama solo una parte del contenuto dei tre elaborati del c.t.u., per cui non puo’ definirsi autosufficiente. Ma soprattutto – a parte che adduce altresi’ argomentazioni puramente fattuali – denuncia un vizio motivazionale che avrebbe potuto, semmai, essere ricondotto al previgente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Nel caso in esame, invece, e’ applicabile il testo vigente, come novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134. E la motivazione non puo’ dirsi omessa, proprio in forza del rinvio ai tre elaborati, che la corte territoriale dichiara, per la loro sufficiente illustrazione, di far propri (motivazione, pagina 8). Sotto ogni profilo, dunque, il motivo e’ privo di pregio.

3.4 Il quarto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 2697 c.c., e art. 116 c.p.c., per avere il giudice d’appello, a proposito della prova dei presupposti dell’indennita’ L. n. 392 del 1978, ex art. 34, comma 2, qualificato alcuni documenti (nn. 9 – 12) argomenti di prova rafforzanti un altrimenti raggiunto convincimento, senza pero’ indicare su che cosa, allora, si fondi il convincimento che questi soltanto rafforzerebbero.

Anche questo motivo non ha consistenza, nel senso che non corrisponde al reale contenuto della motivazione offerta dalla corte nella sentenza impugnata. La corte, invero, espressamente supporta i presupposti dell’indennita’ su alcuni documenti che specificamente indica – e che segnala essere gia’ stati richiamati anche dal primo giudice -. Si tratta dei documenti 3, 4,5 e 6 dell’appellata (motivazione, pagina 11), di cui la corte sottolinea la mancata contestazione da parte dell’appellante e che, si nota ad abundantiam, il motivo in esame omette completamente di richiamare, costituendo ictu oculi – vista l’assoluta chiarezza della motivazione sul punto – il fondamento del convincimento del giudice la cui esistenza il motivo stesso tenta di negare.

3.5 Il quinto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione dell’art. 132 c.p.c., e art. 111 Cost., in ordine agli elementi che fondano il convincimento del giudice d’appello sulla data di inizio della nuova attivita’ alberghiera nell’immobile ai fini dell’applicazione della L. n. 392 del 1978, art. 34, comma 2.

Si tratta di una evidente replica del motivo precedente, sotto il profilo del vizio motivazionale nella accezione radicale dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, imputando alla corte territoriale “la totale carenza di motivazione”. Totale carenza che assolutamente non si riscontra, come si e’ visto nel precedente motivo, al quale si rimanda.

In conclusione, entrambi i ricorsi devono essere rigettati, con conseguente condanna del ricorrente principale alla rifusione alla controricorrente delle spese processuali, liquidate come da dispositivo, e altresi’ conseguente condanna dei ricorrenti incidentali – solidalmente visto il comune interesse processuale – alla rifusione alla controricorrente delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

Sussistono D.P.R. n. 115 del 2012, ex art. 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo.

PQM

Rigetta il ricorso principale e il ricorso incidentale; condanna il ricorrente principale a rifondere alla controricorrente le spese processuali, liquidate in un totale di Euro 2.600,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi e agli accessori di legge; condanna solidalmente i ricorrenti incidentali a rifondere alla controricorrente le spese processuali, liquidate in un totale di Euro 2.600,00, oltre a Euro 200,00, per esborsi e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 luglio 2016

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