Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14838 del 27/05/2021

Cassazione civile sez. III, 27/05/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 27/05/2021), n.14838

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 37806/2019 proposto da:

O.S., (alias S.E.), domiciliato ex lege in ROMA,

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato CHIARA BELLINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

avverso la sentenza n. 4976/2019 della CORTE DI APPELLO DI VENEZIA,

depositata il 12/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/01/2021 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. – Con ricorso affidato a tre motivi, O.S. (alias S.E.), cittadino (OMISSIS), ha impugnato la sentenza della Corte di Appello di Venezia, resa pubblica il 12 novembre 2019, che ne rigettava il gravame avverso la decisione di primo grado del Tribunale della medesima Città, che, a sua volta, ne aveva respinto l’opposizione avverso il diniego della competente Commissione territoriale del riconoscimento, in via gradata, dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

2. – La Corte territoriale, per quanto in questa sede ancora rileva, osservava che: a) il racconto del richiedente (aver lasciato il Paese di origine in quanto omossessuale, per tale ragione essendo stato aggredito e avendo timore di essere arrestato) non era credibile in quanto contraddittorio, generico e lacunoso, non avendo il richiedente descritto i particolari della sua relazione, dell’aggressione e della fuga, nè fornito informazioni (tramite i congiunti in (OMISSIS)) su eventuali denunce per la sua omosessualità; b) non sussistevano, quindi, i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b),; c) non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al citato art. 14, lett. C non potendosi ritenere, in base alle COI utilizzate (tra cui, CG luglio 2019, EASO novembre 2018, USDS settembre 2018, AI febbraio 2018), che nello Stato di (OMISSIS), di provenienza del richiedente, sito nel sud-ovest della (OMISSIS), vi fosse una situazione di violenza indiscriminata contro la popolazione civile; d) non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, in quanto non poteva farsi riferimento alla storia personale del richiedente essendo risultato inattendibile il suo racconto, nè era rilevante la valutata situazione geo-politica della (OMISSIS) e nemmeno sufficiente il “compiuto sforzo per inserirsi nel tessuto sociale italiano”.

3. – L’intimato Ministero dell’interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. – Con il primo mezzo è denunciata la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e), artt. 5, 7 e 14 (per lo status di rifugiato e per la protezione sussidiaria), del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e art. 19, comma 1, art. 11, comma 1, lett. c-ter), del D.P.R. n. 394 del 1999 (per la protezione umanitaria, per aver la Corte territoriale erroneamente: a) ritenuto inattendibile il racconto di esso richiedente; b) escluso la protezione sussidiaria mal valutando le COI utilizzate; c) mancato di considerare il “periodo libico” vissuto da esso richiedente; d) negata, “apoditticamente”, la protezione umanitaria.

2. – Con il secondo mezzo è dedotta “violazione, anche quale vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. a) – e) in punto di onus probandi, cooperazione istruttoria in capo al Giudice e criteri normativi di valutazione degli elementi di prova e delle dichiarazioni rese dai richiedenti nei procedimenti di protezione internazionale”, avendo la Corte territoriale solo genericamente ritenuto non credibile il racconto di esso richiedente e omesso la necessaria cooperazione istruttoria ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria e umanitaria.

3. – Con il terzo mezzo è prospettata violazione del principio del “non refoulement” di cui agli artt. 3 CEDU e 33 della Convenzione di Ginevra, avendo errato la Corte territoriale a non riconoscere, in ragione della condizioni socio-politico della (OMISSIS), la protezione sussidiaria o quella umanitaria per il pericolo che correrebbe esso richiedente in caso di rimpatrio.

4. – I motivi – che possono essere congiuntamente scrutinati sono fondati unicamente in relazione alla domanda di protezione umanitaria, essendo inammissibili le restanti doglianze.

4.1. – Sono anzitutto inammissibili le censure che criticano la valutazione di inattendibilità del racconto del richiedente.

In tema di protezione internazionale, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, impone al giudice l’obbligo, prima di pronunciare il proprio giudizio sulla sussistenza dei presupposti per la concessione della richiesta protezione, di compiere le valutazioni ivi elencate e, in particolare, di stabilire se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, in forza di un prudente apprezzamento che, in quanto tale, non è sindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti del vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 6897/2020, cfr. anche Cass. n. 27503/2018 e Cass. n. 21142/2019), ossia di omesso esame di fatto decisivo e discusso tra le parti (Cass., S.U., n. 8053/2014).

La Corte territoriale, nell’apprezzamento della credibilità del racconto del richiedente, si è attenuta al principio di procedimentalizzazione legate della decisione avendo operato la propria valutazione (cfr. sintesi nel “Rilevato che”) alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, prendendo in considerazione – con delibazione non già atomistica, ma complessiva – tutte le circostanze dedotte in giudizio, mentre le censure mosse con il ricorso (che non mettono in rilievo ulteriori e decisivi elementi di fatto la cui valutazione sarebbe stata pretermessa dal giudice di secondo grado, la cui motivazione, peraltro, non è attinta là dove sono messe in risalto le contraddizioni essenziali rilevate nel racconto) sono orientate piuttosto a criticare l’apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, che, come detto, è quaestio facti, censurata (in modo inammissibile) alla luce del paradigma di cui al previgente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in guisa di vizio motivazionale e non di omesso esame di un fatto decisivo e discusso tra le parti.

4.2. – Sono, altresì, inammissibili le doglianze sulla decisione di rigetto dell’appello in punto di protezione sussidiaria.

Quelle che riguardano la protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) del cadono in ragione dell’inammissibilità delle censure sulla inattendibilità della storia personale narrata dal richiedente, ciò che preclude l’esame nel fondo di una denuncia concernente il mancato riconoscimento e delle anzidette forme protezione sussidiaria.

In riferimento, poi, alle censure che attengono al mancato riconoscimento della protezione di cui alla lett. c) del citato art. 14, la Corte territoriale ha dato atto – in base a COI, specificamente indicate, del 2016/2019 (cfr. sentenza di appello e sintesi nel “Rilevato che”) della non ricorrenza dei presupposti di detta forma di protezione sussidiaria in relazione al Paese di provenienza del richiedente, mentre quest’ultimo ha soltanto genericamente contestato la motivazione anzidetta, senza porre in rilievo l’esistenza di fonti ancora più aggiornate e attendibili, così veicolando una doglianza che investe direttamente (e inammissibilmente) l’apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito.

4.3. – Sono fondate le censure sul mancato riconoscimento della protezione umanitaria.

L’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Cass., S.U., n. 29459/2019). A tal riguardo, il giudice di merito, nel procedere alla tale comparazione, non potrà riconoscere al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base dell’isolata e astratta considerazione del suo livello di integrazione in Italia, ma dovrà coniugare, quella considerazione, con l’esame del modo in cui l’eventuale rimpatrio (e dunque il contesto di generale compromissione dei diritti umani accertato in relazione al paese di provenienza) verrebbe a incidere sulla vicenda personale dell’interessato, avuto riguardo alla sua storia di vita e al grado di sviluppo della sua personalità.

Là dove, poi, la ricostruzione della storia di vita del richiedente risulti ostacolata dalla ritenuta non credibilità delle relative dichiarazioni, o dall’irriducibile frammentarietà delle informazioni complessivamente acquisite, il giudice di merito dovrà in ogni caso procedere a verificare se le condizioni sociali, politiche o economiche, obiettivamente riscontrate nel paese di origine non appaiano tali da porsi in evidente contrasto con la misura del rimpatrio, avuto riguardo all’incidenza di dette condizioni con la conservazione, in capo al richiedente, del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità umana, al di là di ogni specifica caratterizzazione che valga a qualificarne l’identità.

A fronte del dovere del richiedente di allegare, produrre o dedurre tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicchè il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte, potendo incorrere in tale ipotesi, la pronuncia, ove impugnata, nel vizio di motivazione apparente (Cass. n. 13897/2019; Cass. n. 20335/2020).

Nella specie, la Corte territoriale ha del tutto trascurato di approfondire e circostanziare gli aspetti dell’indispensabile valutazione comparativa tra la situazione personale attuale del richiedente sul territorio italiano e la condizione cui lo stesso verrebbe lasciato in caso di rimpatrio, al fine di attestare – attraverso l’individuazione delle specifiche fonti informative suscettibili di asseverare le conclusioni assunte (che non possono fondarsi sulla verifica effettuata unicamente ai fini della delibazione delle condizioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) – che il ritorno del richiedente nel proprio paese non valga piuttosto a esporlo al rischio di un abbandono a condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo dei diritti della persona; e tanto, indipendentemente dalla circostanza che tale rischio possa farsi risalire (o meno) a fattori di natura economica, politica, sociale, culturale, etc. (Cass. n. 20335/2020, citata). La motivazione adottata dal giudice di appello si palesa, dunque, meramente apparente e tale, quindi, da non integrare il c.d. “minimo costituzionale” (Cass., S.U., n. 8053/2014).

5. – Il ricorso va, dunque, accolto per quanto di ragione – ossia in riferimento alle censure sul mancato riconoscimento della protezione umanitaria – e la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al limitato accoglimento di dette censure e la causa rinviata alla causa alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, che dovrà applicare, nella delibazione del gravame, il principio innanzi enunciato, nonchè provvedere alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte suprema di Cassazione, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2021

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