Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14820 del 18/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 18/06/2010, (ud. 13/05/2010, dep. 18/06/2010), n.14820

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. MAGNO Giuseppe Vito Antonio – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. PARMEGGIANI Carlo – rel. Consigliere –

Dott. POLICHETTI Renato – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 33154-2006 proposto da:

MOBILIARE & IMMOBILIARE FIORENTINA SRL, in

persona

dell’Amministrazione Unico e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA CIPRO 4/V, presso lo studio

dell’avvocato CIPOLLA GIUSEPPE MARIA, che lo rappresenta e difende

giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA MARIA CRISTINA 8, presso lo

studio dell’avvocato GOBBI GOFFREDO, rappresentato e difeso

dall’avvocato STAFFICCI ALBERTO, giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 74/2005 della COMM. TRIB. REG. di PERUGIA,

depositata il 18/10/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/05/2010 dal Consigliere Dott. CARLO PARMEGGIANI;

udito per il ricorrente l’Avvocato CIPOLLA GIUSEPPE MARIA, che ha

chiesto l’accoglimento;

udito per il resistente l’Avvocato STAFFICI ALBERTO, che si riporta;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Comune di (OMISSIS) notificava alla società Mobiliare ed Immobiliare Fiorentina s.r.l. avviso di accertamento con irrogazione di sanzioni per omessa denuncia di immobili costruiti dalla società su area fabbricabile ubicata nel territorio di quel Comune relativamente all’anno 1999.

La società impugnava l’avviso innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Perugia, sostenendo la nullità dello stesso sotto vari profili, in particolare per avere ritenuto la ipotesi di omessa denuncia in luogo di quella di dichiarazione infedele e nel merito la carenza del presupposto impositivo, in quanto i fabbricati privi della certificazione di abitabilità non potevano ad avviso dei ricorrenti ritenersi ultimati ai sensi del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a); in subordine, instava per la riduzione della imposta ai sensi dell’art. 8, comma 1 dello stesso D.Lgs. per essere gli edifici inagibili o inabitabili.

La Commissione respingeva il ricorso.

Proponeva appello la società e la Commissione Tributaria Regionale dell’Umbria, con sentenza n. 74/06/05 in data 20-9-2005, depositata il 18-10-2005, respingeva il gravame, confermando la decisione impugnata.

Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione la società, con tre motivi.

Resiste il Comune con controricorso. La società deposita memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, la società deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 11, comma 2 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 ed omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Premette in fatto che essa ricorrente aveva provveduto a presentare la dichiarazione ICI per l’anno 1999, limitandola alla area fabbricabile su cui erano stati costruiti gli edifici, sul presupposto che questi non fossero imponibili perchè non ancora ultimati, mancando a tal fine la certificazione di abitabilità, Ne consegue, ad avviso della contribuente, che non sussiste ipotesi di omessa dichiarazione, potendo al massimo ipotizzarsi, in caso di mancata condivisione dell’assunto della dichiarante, il caso di dichiarazione infedele, che impone al Comune di usare lo strumento dell’accertamento in rettifica in luogo di quello usato dell’accertamento d’ufficio. Sostiene che da un lato la Commissione ha errato ritenendo con motivazione insufficiente che ricorresse la ipotesi di omessa denuncia, e dall’altro che contrariamente a quanto pure affermato nella sentenza impugnata, i due strumenti non sono fungibili, in quanto le conseguenze degli stessi sono diverse, sia in ordine alle sanzioni applicabili (più elevate in caso di omessa denuncia) sia in ordine alla ampiezza dei termini di decadenza a disposizione del Comune in ordine all’accertamento (entro il terzo anno successivo in caso di dichiarazione infedele, entro il quinto danno da quello in cui avrebbe dovuto essere presentata la dichiarazione nel secondo caso).

Ne deriva quindi, secondo la ricorrente, la nullità dell’avviso impugnato.

Con il secondo motivo, deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, comma 1, lett. a) e art. 5, comma 6, della L. n. 10 del 1997, art. 10 del D.P.R. n. 425 del 1994, art. 3, comma 1, e art. 4, comma 1 e del D.Lgs. n. 122 del 2005, art. 1, comma 1, lett. d)ex art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). Espone la ricorrente che il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 6 deve essere interpretato nel senso che il fabbricato, sebbene “costruito” non debba considerarsi “ultimato” e quindi soggetto ad imposta alla data della dichiarazione di ultimazione lavori,come ritenuto in sentenza, con motivazione peraltro insufficiente, bensì a quella in cui sia stato concesso il certificato di abitabilità.

Sostiene infatti che solo con il rilascio di detto certificato la costruzione può ritenersi ultimata ed idonea all’assolvimento della funzione economica che le è propria; cita a sostegno la normativa urbanistica, secondo cui la mancanza del certificato di abitabilità presuppone la non rispondenza degli immobili alle prescrizioni dettate dalle norme edilizie; la L. n. 10 del 1977 che all’art. 4 prevede la coincidenza della ultimazione dei lavori con la agibilità: e soprattutto il D.Lgs. n. 122 del 2005, (“disposizioni per la tutela patrimoniale degli acquirenti degli immobili da costruire”) che all’art. 1, comma 1, lett. d) stabilisce che per “immobili da costruire” devono intendersi “gli immobili, la cui costruzione non risulti essere stata ultimata, versando in stadio tale da non consentire ancora il rilascio del certificato di agibilità”.

Deduce da tale ultima norma una interpretazione fornita da legislatore valida anche ai fini ICI, per cui gli immobili in oggetto, per i quali fu inviata comunicazione di ultimazione lavori, ma che non hanno ottenuto la certificazione di abitabilità per averla negata il Comune, non possono essere ritenuti ultimati e pertanto soggetti alla imposta.

Con il terzo motivo, deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 8, comma 1, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene che detta disposizione di legge dispone la riduzione alla metà della imposta ” per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati. Ad avviso della ricorrente, la CTR ha errato nel ritenere che la ipotesi ricorra soltanto in caso di inagibilità sopravvenuta, dovendo a maggior ragione sussistere anche in caso di inabitabilità originaria;

inabitabilità verificata dallo stesso Comune con il rifiuto della relativa certificazione.

Il primo motivo è infondato.

Risulta per tabulas e secondo lo stesso assunto di parte che la denuncia presentata dalla contribuente per l’anno 1999 concerneva solo l’area fabbricabile, e non gli edifici che nel frattempo erano stati costruiti, e che ad avviso del Comune, erano soggetti ad imposizione. Tale situazione di fatto constatata dal Comune (mancata denuncia di immobili esistenti) è sufficiente a giustificare la adozione dell’accertamento d’ufficio, in quanto il bene denunciato (area fabbricabile) aveva natura diversa e, nell’ottica dell’ente impostore, appariva inesistente, essendo stata nel frattempo edificata.

Ne consegue che il Comune correttamente riteneva la ipotesi di omessa denuncia, in quanto la infedeltà della dichiarazione ne presuppone pur sempre la esistenza, e la rilevanza, requisiti che hanno come essenziale presupposto quantomeno la esatta indicazione del bene da sottoporre a tassazione.

L’assunto della contribuente, secondo cui gli immobili non erano stati ultimati e pertanto non erano imponibili, è questione diversa da cui certamente dipende la fondatezza dell’accertamento, ma non tocca la corretta identificazione dello strumento impositivo cui è ricorso il Comune.

La motivazione della Commissione ha fatto buon governo di questi principi e pertanto non appare censurabile, rimanendo assorbita la questione della equipollenza o meno degli strumenti impositivi.

Anche il secondo mezzo non è fondato.

Secondo la ormai costante giurisprudenza di questa Corte (Ord. n. 5372 del 2009; Cass. n. 24924 del 2008; in fattispecie analoga a questa, Cass. n. 7905 del 2005) il requisito della abitabilità del fabbricato non è richiesto al fine della soggezione alla imposta in esame.

Ai sensi del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 1, comma 2 il presupposto della imposta è il possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli “a qualsiasi uso destinati”. Ai sensi dell’art. 5, comma 1 del D.Lgs. base imponibile della imposta è il valore venale degli immobili di cui alla disposizione citata; detto valore si determina ai sensi dei successivi capoversi dello stesso articolo; in particolare, per i fabbricati iscritti in catasto, sulla base della rendita catastale.

Dalle disposizioni citate discende che l’ICI è una imposta di carattere patrimoniale, legata al valore dell’immobile, che ha come presupposto il possesso del bene a prescindere dalla capacità dello stesso di produrre reddito ed indipendentemente dalla modalità e dalla stessa esistenza di una fruizione economica.

Da ciò deriva che la definizione di cui al art. 2, comma 1, lett. a) del D.Lgs. citato (“il fabbricato di nuova costruzione è soggetto all’imposta a partire dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione, ovvero, se antecedente, dalla data in cui è comunque utilizzato”) chiara in se, richiede unicamente per la imponibilità la conclusione dei lavori di costruzione; la eccezione prevista che concerne la “utilizzazione” ove precedente alla ultimazione, non coincide con la abitazione, ma con qualunque uso (“fabbricato comunque utilizzato”); il che si spiega, in quanto la utilizzazione in qualunque forma è una manifestazione di possesso, presupposto della imponibilità ai sensi del citato art. 1. Da quanto sopra discende che il certificato di abitabilità, che attesta la rispondenza dell’immobile alla caratteristiche igienico-sanitarie richieste per l’uso abitativo dell’immobile, e la sua conformità alla vigenti disposizioni urbanistiche ai detti fini, è ulteriore ed irrilevante rispetto al momento impositivo, che coincide con la giuridica esistenza dell’immobile, qualificata (salvo per la eccezione citata) dalla idoneità del bene ad essere iscritto in catasto.

Le argomentazioni interpretative contrarie tratte dalla ricorrente da diversi testi di legge non colgono nel segno, in quanto le disposizioni citate hanno diversi ambiti applicativi e si fondano su presupposti di fatto diversi. In particolare, il D.Lgs. n. 122 del 2005 (infatti denominato “disposizioni per la tutela dei diritti patrimoniali degli acquirenti degli immobili da costruire…”) è diretto a fornire garanzie agli acquirenti di unità abitative per i quali non è tanto essenziale la mera ultimazione dei lavori, quanto la possibilità concreta di abitare negli immobili, fine che li ha determinati all’acquisto. E’ evidente che in tale ipotesi il legislatore ha ritenuto essenziale per la ultimazione della costruzione il rilascio del certificato di agibilità della stessa, ma è altrettanto evidente la diversa “ratio” che ispira tale testo legislativo, non assimilabile al caso in esame.

Nella fattispecie, non solo è incontestata la esistenza della dichiarazione di ultimazione dei lavori, ma anche la concreta iscrizione in catasto dei fabbricati, elementi sufficienti per la imposizione del tributo. Anche il terzo motivo deve essere disatteso.

Il D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 8, comma 1 è norma agevolativa di carattere speciale, come tale di stretta interpretazione ed insuscettibile di applicazione analogica ed estensiva. Secondo detta disposizione la inagibilità rilevante per la riduzione della imposta deve essere dichiarata dal contribuente ed accertata dal Comune mediante perizia. Da ciò si deduce che si tratta di un fatto modificativo e non originario della stato dell’immobile, e che è necessaria una ben precisa procedura di accertamento, che non può coincidere con il diniego di agibilità da parte del Comune di un immobile di nuova costruzione. Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Le spese di questa fase di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione a favore del Comune delle spese della presente fase di legittimità, che liquida in complessivi Euro 2.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2010

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