Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1480 del 21/01/2011

Cassazione civile sez. I, 21/01/2011, (ud. 23/11/2010, dep. 21/01/2011), n.1480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – rel. Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 22451/2008 proposto da:

T.C. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA VALADIER 43, presso l’avvocato ROMANO

GIOVANNI, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

22/06/2007;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

23/11/2010 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAMBARDELLA Vincenzo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nel 2006, T.C. adiva la Corte di appello di Roma chiedendo che la Presidenza del Consiglio dei Ministri fosse condannata a corrisponderle l’equa riparazione prevista dalla L. n. 89 del 2001 per la violazione dell’art. 6, sul “Diritto ad un processo equo”, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con la L. 4 agosto 1955, n. 848.

Con decreto dell’11.12.2006 – 22.06.2007, l’adita Corte di appello condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare all’istante, quale indennizzo del danno non patrimoniale, la somma di Euro 3.600,00 oltre agli interessi legali decorrenti dalla data del provvedimento, nonchè al pagamento delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 750,00 e distratte in favore dell’Avv.to G. Romano antistatario.

La Corte osservava e riteneva:

che la T. aveva chiesto l’equa riparazione del danno subito per effetto dell’irragionevole durata del processo in tema di differenze retributive nel pubblico impiego, da lui iniziato, dinanzi al TAR Toscana, con ricorso del 2.11.1991, deciso in primo grado con sentenza del 20.02.2001 (depositata il 20.03.2001), ed in appello, introdotto il 29.04.2002, con sentenza del C.d.S del 31.01.2006;

che la complessiva durata ragionevole dei due gradi del processo presupposto, alquanto semplice, avrebbe dovuto essere di sei anni (4 + 2), mentre invece aveva ecceduto di anni 6 il limite di congrua durata, dei quali 1 anno maturato in appello;

che in riferimento al solo danno non patrimoniale l’istante aveva diritto al chiesto indennizzo, da liquidarsi equitativamente nella misura di Euro 600,00 ad anno di ritardo, attesa la modestia della pretesa da lei fatta valere, non inerente a beni fondamentali della persona e della vita.

Avverso questo decreto la T. ha proposto ricorso per Cassazione affidato a 5 motivi, involgenti anche una questione di costituzionalità (sul riferimento dell’indennizzo solo al periodo di ritardo), e notificato il 18.09.2008 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Riassuntivamente, con il ricorso la T. denuncia violazioni di legge, con relativi quesiti di diritto, e vizi motivazionali e chiede l’annullamento del decreto impugnato, in applicazione delle rubricate disposizioni normative e dei relativi principi giurisprudenziali anche sovranazionali, riferiti ai criteri sia di determinazione del periodo di ragionevole durata e di ritardo incongruo (motivi 1 e 2) e sia di liquidazione del danno morale (motivi 3, 4, 5), che assume esserle dovuto per ciascun anno di durata del processo presupposto ed in ragione di Euro 1.000,00- 1.500,00 ad anno.

Il ricorso merita favorevole apprezzamento nei sensi e limiti in prosieguo precisati.

Quanto alla determinazione del periodo di durata ragionevole del processo amministrativo presupposto, se da un canto, alla luce dei parametri temporali applicati in casi consimili anche in ambito CEDU, si rivela corretta la individuazione del biennio per il grado d’appello, la durata congrua del giudizio di primo grado, date le indicate peculiarità del caso, avrebbe dovuto essere contenuta in tre anni invece che determinata nel quadriennio; conseguentemente il periodo d’irragionevole ritardo da indennizzare avrebbe dovuto essere stimato in anni 8 in luogo di anni 6.

Fondate sono anche le censure concernenti l’inadeguatezza del parametro indennitario applicato per la liquidazione della riparazione per il sofferto danno non patrimoniale, anche se correttamente rapportata al solo periodo di ritardo irragionevole. A tale ultimo riguardo va ricordato pure che (cfr. Cass. 200910415).

“In tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, è manifestamente infondata la questione di costituzionalità della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 3, lett. a), nella parte in cui stabilisce che, al fine dell’equa riparazione, rileva soltanto il danno riferibile al periodo eccedente il termine di ragionevole durata, non essendo ravvisabile alcuna violazione dell’art. 117 Cost., comma 1, in riferimento alla compatibilità con gli impegni internazionali assunti dall’Italia mediante la ratifica della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali. Infatti, qualora sia sostanzialmente osservato il parametro fissato dalla Corte EDU ai fini della liquidazione dell’indennizzo, la modalità di calcolo imposta dalla norma nazionale non incide sulla complessiva attitudine della legislazione interna ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto in argomento, non comportando una riduzione dell’indennizzo in misura superiore a quella ritenuta ammissibile dal giudice europeo; diversamente opinando, poichè le norme CEDU integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello subcostituzionale, dovrebbe valutarsi la conformità del criterio di computo desunto dalle norme convenzionali, che attribuisce rilievo all’intera durata del processo, rispetto al novellato art. 111 Cost., comma 2, in base al quale il processo ha un tempo di svolgimento o di durata ragionevole, potendo profilarsi, quindi, un contrasto dell’interpretazione delle norme CEDU con altri diritti costituzionalmente tutelati”.

Quanto alla misura dell’attribuita riparazione, anche secondo la giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo gli importi concessi dal giudice nazionale a titolo di risarcimento danni possono essere anche inferiori a quelli da essa liquidati, “a condizione che le decisioni pertinenti” siano “coerenti con la tradizione giuridica e con il tenore di vita del paese interessato”, e purchè detti importi non risultino irragionevoli. Nella specie la determinazione del ristoro del danno non patrimoniale nella ridotta somma di Euro 600,00 ad anno di ritardo irragionevole, per quanto argomentata, non si pone in relazione ragionevole con quella – tra i 1.000.00 e i 1.500,00 Euro – accordata in sede sovranazionale negli affari consimili.

Accolte, dunque, dette censure, ben può procedersi sulle esposte premesse, alla cassazione in parte qua dell’impugnato decreto ed alla decisione nel merito del ricorso, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., nessun accertamento di fatti essendo residuato alla cognizione di questa Corte. Quindi, considerato il periodo d’irragionevole durata de giudizio presupposto, pari ad anni 8, ed individuato nella somma di Euro 750,00 ad anno per il primo triennio ed in Euro 1.000,00 ad anno per il periodo successivo, il parametro indennitario per la riparazione del danno non patrimoniale, devesi riconoscere all’istante l’indennizzo complessivo di Euro 7.250,00, oltre agli interessi legali con decorrenza dalla domanda (Cass. 200608712).

Quanto alla regolamentazione delle spese, a carico della Presidenza del Consiglio dei Ministri soccombente va posto il pagamento delle spese del giudizio di merito, in base alla tariffa per processo svoltosi innanzi alla Corte di appello, nonchè delle spese del giudizio di legittimità, spese tutte liquidate come in dispositivo e distratte.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e decidendo nel merito condanna la Presidenza de Consiglio dei Ministri al pagamento in favore della ricorrente, della somma di Euro 7.250,00, oltre agli interessi legali dalla domanda nonchè al pagamento sia delle spese del giudizio di merito, liquidate in complessivi Euro 1.650,00 (di cui Euro 1.000,00. per onorari ed Euro 50,00 per esborsi), oltre alle spese generali ed agli accessori di legge, e sia delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 1.000,00, di cui Euro 900,00, per onorari, da maggiorare anch’esse delle spese generali e degli accessori di legge, spese tutte da distrarre in favore dell’Avvio G. Romano antistatario.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 21 gennaio 2011

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