Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14797 del 18/06/2010

Cassazione civile sez. trib., 18/06/2010, (ud. 20/04/2010, dep. 18/06/2010), n.14797

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – rel. Presidente –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. MARIGLIANO Eugenia – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI SAN GIOVANNI IN PERSICETO, in persona del Sindaco pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA F. DENZA 20, presso

lo studio dell’avvocato DEL FEDERICO LORENZO, che lo rappresenta e

difende giusta delega a margine;

– ricorrente –

contro

T.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 48/2004 della COMM. TRIB. REG. di BOLOGNA,

depositata il 16/12/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/04/2010 dal Presidente e Relatore Dott. DONATO PLENTEDA;

udito per il ricorrente l’Avvocato CALIFANO CHRISTIAN per delega Avv.

DEL FEDERICO, che ha chiesto l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per l’inammissibilità

in subordine il rigetto.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Commissione Tributaria Provinciale di Bologna con sentenza 5 maggio 2003 accolse i ricorsi di T.M., avverso gli avvisi di rettifica Ici per gli anni di imposta 1998 – 2000, con riferimento a terreni che a lui erano stati concessi in affitto novennale da T.S., “partecipante del Consorzio dei partecipanti di San Giovanni in Persiceto”, risalente al 1600 e proprietario di centinaia di ettari bonificati da parte di famiglie riportate nello statuto dell’ente e titolari, a turno, del diritto di godimento dei terreni, giusta assegnazioni novennali. Tali assegnazioni consentivano, in alternativa alla possibilità di coltivazione diretta, la assegnazione ad altri “partecipanti”, ovvero l’affitto a coltivatori diretti in possesso di determinati requisiti.

Il Comune aveva ritenuto che i contratti intervenuti tra l’assegnatario e il conduttore dovessero qualificarsi cessioni di usufrutto e non affitto di azienda agricola, con l’effetto che la soggettività passiva dell’ici fosse a carico del cessionario e non del partecipante; tesi contestata e disattesa dal giudice tributario. La sentenza è stata poi confermata dalla commissione tributaria regionale di Bologna, con decisione 16 dicembre 2004, che ha respinto l’appello.

Ha escluso il giudice della impugnazione anzitutto che il primo giudice avesse deciso in extrapetizione, avendo corrisposto la decisione al petitum e alla causa petendi della domanda, riferita ad un contratto di affitto di terreni agricoli, con il pagamento di un canone di locazione, e diretta a conseguire la declaratoria di illegittimità degli atti impugnati. Ha poi ritenuto che le espressioni dei negozi conclusi propendessero per un contratto di affittanza agraria, rivelando la volontà delle parti di procedere allo scambio della disponibilità dei terreni contro il versamento di un canone, con l’onere per l’affittuario di provvedere a proprie spese a piccole opere di miglioria necessarie secondo le regole agrarie vigenti nel Comune e a pagare i contributi sociali, tipici della affittanza agraria L. n. 203 del 1982, ex art. 19, nonchè con la assunzione del rischio di eventi naturali straordinari, in deroga all’art. 1637 c.c..

Ha rilevato che la circostanza che fosse mancata nella sottoscrizione dei contratti la assistenza delle rappresentanze di categoria – necessaria a norma della citata legge nei casi di durata inferiore a 15 anni – non assumesse rilievo nella specie, essa non giovando a provare che senza quella clausola, nulla ai sensi dell’art. 1419 c.c. – il contratto non sarebbe stato stipulato; e che rilievo non assumesse, al fine di configurare nella specie una cessione di usufrutto, la circostanza che l’art. 95 dello statuto del consorzio preveda che i cessionari e i conduttori subentrino in tutti gli obblighi, dei cedenti e dei locatori, verso il consorzio.

Propone ricorso il Comune con due motivi; non svolge difese l’intimato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3; artt. 1008, 1362, 1363 c.c.; L. n. 1766 del 1927, artt. 1 ss.; L. n. 397 del 1894, artt. 1 ss..

Addebita il ricorrente alla commissione tributaria regionale di non avere tenuto conto della particolare natura giuridica delle “partecipazioni agrarie”, figura di origine medioevale, qualificata associazione dotata di personalità giuridica dalla L. 4 agosto 1994, n. 397, che riguarda i “domini collettivi nelle province dell’ex Stato Pontificio”, e disciplinata dalla L. 6 giugno 1927 n. 1766, dal regolamento di cui al R.D. 26 febbraio 1928, n. 332 (art. 39), cui le norme del codice civile possono trovare applicazione solo in via analogica ed interpretativa; nonchè della loro funzione primaria di mantenere e migliorare la proprietà collettiva e di ripartire le terre in una pluralità di appezzamenti, consentendo a turno il godimento da parte di una determinata categoria di soggetti.

Osserva che, mentre i singoli partecipanti sono titolari di un diritto di godimento sul fondo assegnato, i beni restano formalmente di proprietà dell’ente, secondo il modello civilistico della nuda proprietà, mentre il diritto reale di godimento passerebbe agli assegnatari, con l’effetto che dei redditi dominicali ed agrari non risponde la partecipazione agraria, ma i partecipanti ed utenti “come in caso di usufrutto”, in cui i redditi sono imputati all’usufruttuario ai fini Irpef.

Analogo effetto, aggiunge il ricorrente, va ravvisato nella sub assegnazione, ai sensi dell’art. 94 dello statuto, in aderenza alla L. n. 1766 del 1927, in forza de quale il “cessionario” è onerato degli stessi obblighi del partecipante “cedente”, tant’è che la posizione giuridica dell'”affittuario” è riconosciuta dal Consorzio a seguito di semplice notifica del contratto, in corrispondenza a quanto dispone l’art. 980 c.c., comma 2, per la cessione dell’usufrutto.

Addebita, inoltre, il ricorrente al giudice di appello di avere disatteso i criteri ermeneutici degli artt. 1363 e 1362 c.c., mancando di interpretare le clausole contrattuali in correlazione tra loro e di tenere conto del comportamento delle parti. Con il secondo mezzo il ricorrente denunzia vizio di motivazione, per essere mancato Tesarne della circostanza che all’atto del contratto il conduttore -cessionario riceve la pianta (detta cedola) del fondo, annotata nei registri del consorzio, equivalente ad una forma di pubblicità legale propria del trasferimento immobiliare e che è titolo rappresentativo e di legittimazione de possesso del bene e l’unico mezzo di tradizione del terreno, che attribuisce al suo possessore il diritto di godere dei frutti del bene ricevuto e di esercitare le eventuali azioni possessorie, alla stregua del partecipante, e allo stesso tempo lo onera al pagamento delle imposte, inclusa l’ici; omissione che aveva riguardato anche la risoluzione ministeriale n. 7/114 del 1976, secondo cui la previsione contenuta nella cedola del possesso manifesta una evidente equiparazione della posizione del conduttore a quella dell’usufruttuario.

Ancora addebita il ricorrente al giudice di appello di non avere dato contezza di tutte le argomentazioni da lui poste in essere e di non avere considerato che nel contratto si era dato atto “che la affittanza non sarebbe stata concessa altrimenti e senza l’impegno della parte conduttrice di fare comprendere il terreno in oggetto nella divisione dei beni per il novennio”, a riprova della erroneità dell’assunto che non fosse risultato che il contratto non sarebbe stato concluso senza la clausola relativa alla durata.

Il ricorso è infondato.

La natura giuridica delle partecipazioni agrarie si appalesa inconferente ai fini della decisione, giacchè oggetto di esame non è il rapporto instaurato tra Consorzio -proprietario dei terreni – e assegnatari – partecipanti, ma quello derivato tra questi ultimi e i loro aventi causa.

Peraltro, se alla stregua delle norme statutarie il contratto originario fosse suscettibile di qualificazione come costitutivo del diritto reale di usufrutto, la circostanza proverebbe troppo, in quanto la figura giuridica del negozio derivato, di subassegnazione, per le espressioni usate e la corrispondenza del modello negoziale adottato rispetto alle tipologie consentite dallo statuto – di cessione del diritto, posto che fosse aperta a favore di chiunque e non ai soggetti già partecipanti del Consorzio, ovvero di concessione in affitto – rappresenterebbe, a causa della specificità delle formule impiegate, un elemento ostativo alla sussunzione della fattispecie nello schema della cessione del diritto reale.

Nè rileva che l’affittuario abbia assunto ex contractu obblighi nei confronti del Consorzio, quelli stessi del partecipante – assegnatario, concedente, in quanto, in difetto di esplicita assunzione da parte dell’affittuario, espressamente riferita ai tributi e ancor più a quello in questione, cioè l’ici – che opererebbe peraltro inter partes, abilitando il concedente alla rivalsa – soggetto passivo di tale tributo resterebbe pur sempre chi come tale è contemplato dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3, che considera il proprietario di immobili, il titolare di diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi e, in caso di concessione su aree demaniali, il concessionario.

Dalle espressioni usate il giudice di appello ha desunto, con valutazione di merito congruamente motivata e pertanto insuscettibile del sindacato di legittimità, applicando correttamente i criteri ermeneutici degli artt. 1362 e 1363 c.c., la natura giuridica del contratto, appalesandosi gratuita la trasposizione al contratto di cui si tratta dei principi e delle regole, statutarie e non, riferibili al rapporto tra Consorzio e “partecipante”, avendo tale contratto derivato ricevuto dalle parti una precisa configurazione giuridica e mancando elementi di segno contrario utili a disattendere quella interpretazione, posto che il ricorrente ha lamentato la disapplicazione delle norme codicistiche predette, laddove prevedono come criterio ermeneutico sussidiario il comportamento complessivo delle parti e richiedono che la clausole del contratto siano interpretate le une per mezzo delle altre, senza tuttavia esplicitare quale sia stato il comportamento ignorato dal giudice del merito e la sua rilevanza e senza indicare la clausole negoziali utili ad evidenziare il senso del contratto diverso da quello individuato dal giudice.

Per tale verso appare improprio il richiamo alle leggi speciali indicate in rubrica, del 1927 e del 1894.

Il secondo motivo non ha sorte migliore, ove si consideri che il titolo documentale attribuito all’affittuario (preteso cessionario dell’usufrutto) costituisce la misura dei diritti e degli obblighi trasferiti ma, non avendo espressamente previsto tra questi ultimi quello tributario in questione (il ricorrente non ha riportato la formulazione negoziale, nè ha specificato l’atto e il modo in cui quella formulazione è stata prospettata nei gradi di merito) non consente di ritenere l’intimato, neanche inter partes, tenuto al pagamento dell’imposta, che comunque al rapporto con il Comune vede tale soggetto sicuramente estraneo, perchè fuori dell’area dei soggetti passivi.

Il rilievo che precede toglie qualunque rilevanza alla argomentazione riferita alla durata del contratto.

Nulla va disposto per le spese, non avendo l’intimato svolto difese.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 20 aprile 2010.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2010

 

 

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