Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14775 del 19/07/2016


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Cassazione civile sez. lav., 19/07/2016, (ud. 27/04/2016, dep. 19/07/2016), n.14775

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10106/2014 proposto da:

D.N.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIALE REGINA MARGHERITA 1, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO

DE STEFANO, rappresentata e difesa dall’avvocato CLAUDIO CALAFIORE,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

UNIVERSITA’ STUDI DI PALERMO, C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 25916/2013 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 19/11/2013 R.G.N. 30201/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/04/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito l’Avvocato DE STEFANO MAURIZIO per delega Avvocato CALAFIORE

CLAUDIO;

udito l’Avvocato DI MATTEO FEDERICO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.N.A. chiede la revocazione della sentenza n. 25916 del 2013 di questa Corte con la quale, in riforma della sentenza della Corte di Appello di Palermo, che aveva ex art. 2041 c.c., accolto la sua domanda proposta nei confronti dell’Università degli Studi di Palermo, è stata, con decisione nel merito, rigettata detta domanda per difetto del requisito residuale dell’azione di arricchimento senza causa.

Con detta revocazione la ricorrente,deducendo la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, sostanzialmente denuncia che questa Corte: 1. “ha per errore di fatto ritenuto le due sentenze pronunziate dal giudice civile sezione ordinaria come pronunciate dalla sezione lavoro e come tale si è pronunciata con la propria sezione specializzata in materia di lavoro”; 2. “ha per errore di fatto ritenuto che il giudizio fosse configurabile come ordinario giudizio del lavoro, mentre lo stesso si configurava come un azione di risarcimento danni a seguito dell’azione lesiva posta in essere dall’Università degli Studi di Palermo”; 3. ha per errore di fatto erroneamente presupposto che: a) “l’atto di citazione originario di primo grado avesse posto unicamente una domanda d’indennizzo ai sensi dell’art. 2041 c.c.”; b) “la sentenza di primo grado avesse condannato l’Università degli Studi di Palermo ai sensi dell’art. 2041 c.c., mentre, invece, la stessa nel suo dispositivo non condannava in alcun modo l’Università degli Studi di Palermo ai sensi dell’art. 2041 c.c., ma per risarcimento danni subiti per inadempimento con conseguente pagamento delle differenze retributive dovute”; c) la ricorrente poteva appellare la sentenza di primo grado; d) la sentenza di secondo grado in sede di dispositivo avrebbe in qualche modo configurato espressamente in sede di dispositivo la condanna dell’Università degli Studi di Palermo ai sensi dell’art. 2041 c.c.; c) essa D.N. avrebbe potuto agire in base alla L. n. 370 del 1999, nonostante questa fosse stata promulgata due anni dopo l’inizio dell’azione giudiziaria, d)avrebbe errato nell’agire secondo il detto art. 2014 c.c.; e) valutato esistente un azione di arricchimento senza causa che non era stata in alcun modo posta a fondamento della decisione del risarcimento del danno della sentenza di primo grado ed accogliendo il ricorso ha anche deciso nel merito.

Parte intimata resiste con controricorso.

La D.N. deposita memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è inammissibile.

Preliminarmente va rimarcata l’irrilevanza, ai fini di cui trattasi, delle questione afferente la trattazione da parte della sezione lavoro di questa Corte di una controversia non di lavoro atteso che, per costante giurisprudenza di legittimità, una volta investita la sezione lavoro della Corte di Cassazione dell’esame di un ricorso da devolvere, invece, ad una sezione civile ordinaria della stessa Corte, la necessità di dare applicazione al principio costituzionale sulla “durata ragionevole” del processo, unitamente alla constatazione dell’assoluta ininfluenza della circostanza sul piano delle regole processuali da osservare nel giudizio di legittimità, escludono la necessità di rimettere il ricorso al Primo Presidente della Suprema Corte per una eventuale riassegnazione (per tutte da ultimo Cass. 7 luglio 2014 n. 17761 e Cass. 16 aprile 2013 n. 9148). Comunque si tratterebbe, semmai, di violazione di norma processuale e non di travisamento di un fatto.

Tanto precisato va rilevato che costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale in tema di revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione, l’errore revocatorio è configurabile nelle ipotesi in cui la Corte sia incorsa in un errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale, e non anche nella pretesa errata valutazione di fatti esattamente rappresentati (per tutte Cass. 12 dicembre 2012 n. 22868 e Cass. S. U. 30 ottobre 2008 n. 26022):

Ciò precisato nel caso di specie emerge che la sentenza del Tribunale di Palermo, alla stregua di quanto trascritto nel presente ricorso per revocazione, dopo aver ricondotto espressamente l’azione intrapresa dalla D.N. “nell’alveo dell’azione generale di arricchimento” accoglie la domanda proprio sotto il profilo di cui trattasi.

Non può, quindi, fondatamente assumersi, a differenza di quanto prospetta la D.N. che nel caso de quo questa Corte ha erroneamente presupposto che la domanda fosse stata accolta non ex art. 2041 c.c..

Conseguentemente non è configurabile l’errore meramente percettivo di supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquistato (od escluso) nella realtà del processo.

Nè ricorre, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, un errore revocatorio, rilevante ai sensi ed agli effetti di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, nella pronuncia di legittimità che, decidendo nel merito, abbia ritenuto non necessari ulteriori accertamenti di fatto, trattandosi, quand’anche risulti errata, di una violazione di legge nell’applicazione dell’art. 384 c.p.c. e quindi di un errore di giudizio e non di un travisamento del fatto (Cass. 20 febbraio 2014 n. 4118).

In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti di cui del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 3000,00 per compensi oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2016

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