Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14756 del 19/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 19/07/2016, (ud. 07/06/2016, dep. 19/07/2016), n.14756

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12304/2012 proposto da:

IMCOS DUE SRL, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

GIUNONE REGINA 1, presso lo studio dell’avvocato MARCO DI TORO, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIOVANNI PERIN in

virtù di procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE 14 A-4, presso lo studio dell’avvocato GABRIELE PAFUNDI, che

lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati MASSIMO

OTTOLENGHI, ALESSANDRO RE giusta procura a margine del

controricorso;

C.B.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIEMONTE

39, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA GIOVANNETTI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO WEIGMANN in

virtù di procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

B.E., C.E.M.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1706/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 23/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/06/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

udito l’Avvocato Anselmo Carlevaro per delega dell’Avv. Di Toro per

la ricorrente, l’Avv. Alessandra Giovannetti per C.B.M.

e l’Avv. Alessandro Re per C.C.A.;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per l’inammissibilità o, in

subordine, per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 21 e 23 ottobre 2006 B.E. ed C.E.M. convenivano davanti al Tribunale di Alba, sezione distaccata di Bra, C.E. e B.M., al fine di ottenere la divisione del Castello di (OMISSIS), con assegnazione in loro favore in comunione di una quota di 2/6 della res o, in via subordinata, con vendita di quest’ultima all’incanto.

Si costituiva il solo C.E., il quale domandava che la domanda di divisione fosse respinta e, in via riconvenzionale, che gli attori ed i convenuti fossero dichiarati tenuti a concorrere alle spese ed agli oneri derivanti dall’esigenza di manutenzione degli immobili vincolati, con rimborso dei relativi costi.

All’udienza del 23 settembre 2008 la Imcos Due s.r.l., acquirente dei diritti degli attori, interveniva in giudizio e domandava l’attribuzione delle quote di pertinenza dei convenuti.

Il Tribunale di Alba, sezione distaccata di Bra, con sentenza n. 45/2009, assegnava i 2/6 dell’immobile in questione ad C.E., fermi i diritti di partecipazione per la quota di 1/6 di B.M. Chicco, e condannava il predetto Ettore Chicco a versare alla Imcos Due s.r.l. Euro 1.066.666,66.

La Imcos Due srl proponeva appello, chiedendo l’integrale assegnazione del bene oggetto di divisione.

La Corte di Appello di Torino, nella resistenza di C.C.A., erede di C.E., e di C.B.M. e nella contumacia di C.E.M. ed B.E., con sentenza n. 1706/2011, respingeva l’impugnazione.

A sostegno della decisione adottata, la corte distrettuale evidenziava che:

– la sentenza impugnata aveva ampiamente chiarito le ragioni che avevano condotto ad accogliere la richiesta di C.E. e si era limitata a prendere atto della volontà dei condividenti con quota maggiore, anche in considerazione della volontà manifestata dalla altra condividente, contumace in primo grado, ma comparsa spontaneamente all’udienza del 12/10/2008, dichiarando di voler rimanere in comunione con l’altro comunista avente diritto alla maggior quota;

– la domanda di C.E. era proponibile, posto che la richiesta di attribuzione era stata avanzata immediatamente dopo il deposito della CTU, dalla quale era emersa la situazione di non comoda divisibilità del bene in comunione.

Avverso la indicata sentenza della Corte di Appello di Torino ha proposto ricorso per cassazione la Imcos Due srl, articolandolo su due motivi, mentre C.B.M. e C.C.A. hanno resistito con controricorso.

C.E.M. ed B.E. non hanno svolto difese.

Parte ricorrente e le parti controricorrenti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione degli artt. 111 e 112 c.p.c., art. 183 c.p.c., comma 4 e art. 189 c.p.c., nonchè artt. 3, 24 e 111 Cost., in quanto il convenuto C.E. si era opposto, all’atto della costituzione, alla domanda di divisione, e non aveva modificato le sue conclusioni nel termine di cui all’art. 183 c.p.c..

Ne conseguiva che la richiesta di assegnazione dal medesimo C.E. avanzata successivamente, nel corso del giudizio di primo grado, all’udienza del 21 ottobre 2008 immediatamente successiva al deposito della CTU, era tardiva.

Inoltre poichè il convenuto nel costituirsi in giudizio, si era opposto alla domanda di divisione, non poteva successivamente proporre la detta istanza, che si risolve in realtà nella proposizione di una domanda nuova, e come tale inammissibile.

Il motivo è infondato e pertanto deve essere rigettato.

La questione di diritto sottoposta all’attenzione del Collegio investe il tema relativo alla tempestività dell’istanza di attribuzione di cui all’art. 720 c.c., in relazione alla possibilità che venga avanzata nel corso del giudizio, ove già non proposta dai condividenti al momento dell’iniziale costituzione in giudizio, tema che si riconnette all’ancor più generale problematica della compatibilità con il processo di divisione del regime delle preclusioni che attualmente connota il processo ordinario di cognizione.

In effetti se deve ritenersi pacifica l’impossibilità di qualificare tale istanza come domanda autonoma, inserendosi chiaramente l’istanza finalizzata ad ottenere l’assegnazione del bene non comodamente divisibile, nell’ambito del già proposto giudizio di divisone, costituendo l’attribuzione dell’intero solo uno dei possibili esiti del giudizio, legato appunto alla condizione fattuale della infrazionabilità del bene in natura, la giurisprudenza risulta, divisa appare tra la tesi (in realtà più risalente nel tempo) per la quale si tratterebbe di un’eccezione, in quanto mezzo di opposizione alla domanda di vendita dell’immobile (cfr. Cassazione civile sez. II, 14 gennaio 1999, n. 319; Cassazione civile 2 giugno 1999 n. 5392; Cassazione civile 7 aprile 1960 n. 799; Cassazione civile 17 maggio 1973 n. 1407; e da ultimo Cassazione civile sez. 2, 14 maggio 2008 n. 12119), e quella che invece opta per la qualificazione in termini di specificazione della domanda (Cassazione civile sez. 2, 28 novembre 1998, n. 12111; Cassazione civile 19 aprile 1988 n. 3066).

Con specifico riferimento alla questione concernente la possibilità di individuare un limite preclusivo alla proposizione dell’istanza de qua, l’adesione all’una o all’altra delle due opzioni non spiegava concreta rilevanza, essendosi tradizionalmente affermato che la stessa poteva essere liberamente proposta anche in grado di appello, trattandosi di orientamento giurisprudenziale chiaramente maturato nel regime processuale anteriore alle modifiche di cui alla L. n. 353 del 1990, laddove l’art. 345 c.p.c., nella sua previgente formulazione, consentiva in appello la libera proponibilità delle eccezioni, anche in senso stretto, così come era legittima la emendatio libelli, con l’unico limite rappresentato dal divieto di proposizione di domande nuove.

L’affermazione in merito alla ampia possibilità di proporre l’istanza di cui all’art. 720 c.c., anche in grado di appello si rinviene anche nella più recente giurisprudenza della Corte, costituendo un principio che risulta ribadito in numerose occasioni (Cass. n. 14008/2008; Cass. n. 13654/2007; Cass. n. 14521/2012) trattandosi di una richiesta che attiene semplicemente alle modalità di attuazione della divisione, senza che peraltro ci si sia anche interrogati in merito alla possibilità di mantenere fermo tale orientamento in seguito all’introduzione di un generalizzato regime di preclusioni.

Ai fini della risoluzione della vicenda in esame, non appare poi pertinente il richiamo, compiuto dalla difesa della ricorrente a Cass. n. 10624/2010, in quanto come si ricava dalla lettura della massima (“in tema di giudizio di divisione, la richiesta di attribuzione dell’intero compendio immobiliare ai sensi dell’art. 720 c.c., attiene alle modalità di attuazione della divisione e, pertanto, essendo diretta al già richiesto scioglimento della comunione, non costituisce domanda nuova e può essere proposta per la prima volta anche in appello; ove, peraltro, nel giudizio di primo grado una delle parti abbia formulato domanda di attribuzione dell’intero compendio, mentre l’altra si è limitata ad opporsi alla divisione, quest’ultima non può più proporre la domanda di attribuzione per la prima volta in grado di appello”) trattasi di decisione che risulta chiaramente riferibile a fattispecie diversa da quella in esame, in quanto la richiesta di attribuzione proveniva da soggetto che in primo grado non l’aveva proposta, ed in presenza di una diversa richiesta che invece era stata accolta, essendosi implicitamente ribadita la regola della libera proponibilità dell’istanza anche in grado di appello, con l’unico limite (svincolato dalla disciplina delle preclusioni, ma legato piuttosto all’affermazione secondo cui sul diritto all’attribuzione vi era già stata una decisione ad opera del giudice di primo grado) che vi sia stata già altra istanza accolta in primo grado.

La qualificazione della richiesta de qua, ancorchè sub specie di modalità di attuazione della divisione, implica tuttavia evidentemente che alla stessa si correli anche una modificazione del thema decidendum, suscettibile potenzialmente anche di dover portare alla modifica del pur legittimo contenuto della sentenza impugnata, laddove l’istanza sia proposta per la prima volta in grado di appello.

Ed, infatti, anche a voler trascurare il pur possibile pericolo che l’istanza in oggetto celi intenti dilatori o sia strumentale a tattiche finalizzate lato sensu a determinare lo spostamento in avanti del tempo della definizione del processo di divisione (si pensi al caso in cui disposta la vendita del bene non comodamente divisibile in primo grado, l’appellante, pur non contestando la conclusione circa la condizione di indivisibilità del bene, proponga appello adducendo unicamente il proprio interesse all’attribuzione, imponendo al giudice, ove si reputi tale istanza ammissibile, di dover sospendere le operazioni di vendita, non potendosi peraltro nemmeno escludere che la parte che ne abbia fatto richiesta, possa poi successivamente rinunziare all’attribuzione, non essendo prevista la sua irrevocabilità) l’affermazione tradizionale della giurisprudenza non si confronta, almeno in maniera consapevole, con quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte in merito alla compatibilità del giudizio di divisione con il regime delle preclusioni (Cass. S.U. n. 14109/2006).

I principi affermati in tale circostanza sono stati poi ribaditi anche dalla successiva giurisprudenza della Corte la quale da ultimo ha affermato (Cass. n. 22274/13) che nel giudizio di divisione ereditaria, qualora l’attore – nel replicare alla domanda riconvenzionale di collazione proposta dal convenuto – deduca la nullità di altra donazione, effettuata dal “de cuius” in favore di costui, formula non già una mera precisazione della domanda, bensì un’eccezione di merito in senso proprio, che, come tale, deve essere proposta non con la memoria assertiva di cui al quinto comma dell’art. 183 c.p.c.(nel testo applicabile “ratione temporis”, anteriore alla novella di cui del D.l. 14 marzo 2005, n. 35, art. 2, comma 3, lett. c-ter, convertito con modificazioni in L. 14 maggio 2005, n. 80), bensì entro l’udienza di trattazione, ai sensi del quarto comma del medesimo articolo. Nella motivazione il Collegio ha ricordato che, secondo quanto precisato alle Sezioni Unite, le caratteristiche del procedimento divisorio – rappresentate dalla finalità che esso persegue, di porre fine alla comunione con riferimento all’intero patrimonio del de cuius, e dalla possibilità che esso si concluda, in luogo che con sentenza, con ordinanza che, sull’accordo delle parti, dichiari esecutivo il progetto divisionale – non sono di per sè sufficienti a giustificare deroghe alle preclusioni tipiche stabilite dalla legge per il normale giudizio contenzioso.

In linea con tale precedente si pone anche Cass. n. 29372/2011, che appare evidentemente diretta ad arrestare la tendenza che pur si era manifestata, anche dopo l’intervento delle SS.UU., di individuare delle maglie attraverso le quali far penetrare i nova nel giudizio di divisione (cfr. Cass. n. 13385/2011).

Ritiene il Collegio che debba darsi sicuramente continuità all’orientamento delle Sezioni Unite, ma che la soluzione da adottare con specifico riferimento ai limiti alla proposizione dell’istanza di attribuzione, non può tuttavia prescindere dalla specificità del giudizio di divisione, e soprattutto dall’incidenza che sul risultato della divisione possono avere le vicende soggettive che colpiscono i condividenti, ovvero quelle oggettive concernenti i beni coinvolti nel giudizio.

In tal senso appare del tutto condivisibile quanto affermato da Cass. n. 9367/2013, a mente della quale il giudizio di scioglimento di comunioni non è del tutto compatibile con le scansioni e le preclusioni che disciplinano il processo in generale, intraprendendo i singoli condividenti le loro strategie difensive anche all’esito delle richieste e dei comportamenti assunti dalle altre parti con riferimento al progetto di divisione ed acquisendo rilievo gli eventuali sopravvenuti atti negoziali traslativi, che modifichino il numero e l’entità delle quote; ne deriva il diritto delle parti del giudizio divisorio di mutare, anche in sede di appello, le proprie conclusioni e richiedere per la prima volta l’attribuzione, per intero o congiunta, del compendio immobiliare, integrando tale istanza una mera modalità di attuazione della divisione.

In tale ottica, la valutazione circa la comoda divisibilità del bene potrebbe essere sicuramente influenzata da eventuali atti di cessioni di quote intervenuti tra i condividenti, essendo evidente che la concentrazione delle quote in capo ad un numero di soggetti minore di quello dei condividenti originari potrebbe far propendere per una divisione in natura che viceversa l’elevato numero originario degli aventi diritto non consentiva.

Ed, ancora, il sopravvenire di una disciplina urbanistica a carattere più restrittivo che vieti il frazionamento giuridico di determinati immobili, suscettibili invece di divisione in natura, ben potrebbe imporre ex post una valutazione di indivisibilità, sollecitando quindi le parti ad avvalersi della facoltà di cui all’art. 720 c.c., che l’iniziale prospettazione della divisione in natura aveva reso inattuale.

Si pensi ancora al caso in cui, anche a seguito della riforma della sentenza di primo grado ad opera del giudice di appello, si pervenga alla rideterminazione della consistenza dell’asse ereditario, escludendo dal novero dei beni comuni, alcuni cespiti in quanto ritenuti di proprietà esclusiva di terzi ovvero di uno dei condividenti. La diversa composizione della massa è evidentemente un fattore idoneo ad incidere sulla fattibilità della divisione in natura, e ben potrebbe, anche in questo caso sollecitare le parti a valutare se avvalersi della richiesta in esame, ala luce del manifestarsi delle condizioni previste dall’art. 720 c.c..

Infine, e tornando ad una fattispecie riconducibile al caso in esame, il condividente ben potrebbe all’esordio della controversia prospettarsi la divisibilità in natura, salvo poi ricredersi proprio in conseguenza delle valutazioni del consulente tecnico d’ufficio, che invece dia conto delle ragioni per le quali il bene o i beni non siano comodamente divisibili.

Pretendere che l’istanza di attribuzione debba essere necessariamente già contenuta negli scritti introduttivi del giudizio di divisione, oltre a trascurare la considerazione per la quale la richiesta appare necessariamente influenzata anche dalla valutazione economica del bene, occorrendo che la parte interessata possa valutare anche la convenienza economica dell’acquisto in via esclusiva della titolarità del cespite alla luce delle proprie condizioni economiche, esporrebbe il giudizio di divisione ad un’applicazione del tutto ingiustificata del cd. principio di eventualità Può pertanto affermarsi il principio secondo cui, pur essendo il giudizio di divisione assoggettato al regime delle preclusioni di cui alla disciplina introdotta dalla L. n. 353 del 1990 (e successive modifiche), l’istanza di attribuzione di cui all’art. 720 c.c., pur essendo a sua volta tendenzialmente sottoposta al regime delle preclusioni, può essere avanzata per la prima volta, ed anche in grado di appello, ogni volta che le vicende soggettive dei condividenti ovvero quelle che attengano alla consistenza oggettiva o qualitativa della massa, denotino l’insorgere di una situazione di non comoda divisibilità, al fine di prevenire l’esito della vendita, che resta in ogni caso l’extrema ratio voluta dal legislatore.

Posti tali principi, appare quindi evidente l’infondatezza del motivo di ricorso, atteso che l’istanza di attribuzione del bene (a fronte della richiesta di divisione di un bene astrattamente suscettibile anche di un frazionamento in natura, quale appunto un castello) è stata avanzata dai controricorrenti all’udienza del 21 ottobre 2008, e cioè alla prima occasione immediatamente successiva al deposito della CTU, dalla quale emergeva la condizione di non comoda divisibilità del compendio.

2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 720 c.c., art. 132 c.p.c. e artt. 3, 24 e 111 Cost., in quanto la corte territoriale aveva disposto l’assegnazione al comunista titolare della quota maggioritaria, su sua richiesta, solo di alcune delle quote degli altri comproprietari, mantenendo, così, in vita la comunione in questione con un altro comunista contumace che si era limitato a dichiarare in udienza di non opporsi a ciò.

In particolare, essa contesta che C.E. e la comunista contumace non siano divenuti, in tal modo, proprietari in egual misura del bene, poichè la quota di 2/6 de qua era stata assegnata al solo C.E..

Anche tale motivo è destituito di fondamento.

La Corte distrettuale con apprezzamento in fatto insindacabile in questa sede ha ritenuto che fosse stata avanzata appunto istanza di attribuzione dell’intero da parte degli altri condividenti, in quanto sebbene l’effetto sia stato quello di assegnare solo le quote acquistate dall’odierna ricorrente, occorreva tenere conto della richiesta congiunta dell’altra condividente di rimanere in comunione, di guisa che, ferma restando la permanenza della comunione sul bene tra i due controricorrenti, l’attribuzione delle quote delle originarie parti attrici consentiva di pervenire al medesimo risultato dell’attribuzione dell’intero.

Del pari insindacabile deve poi ritenersi l’interpretazione delle dichiarazioni rese da C.B.M., contumace in primo grado, nel corso dell’udienza del 21 ottobre 2008 dinanzi al Tribunale, siccome intese ad assecondare la richiesta di attribuzione dello zio E. (al quale è poi subentrato C.C.A.), facendo sì che l’intera proprietà del bene fosse concentrata nelle persone dei convenuti, che avevano interesse a rimanere in comunione, sebbene con un accrescimento della quota del solo Ettore.

In tale prospettiva risulta del tutto esente da censure la decisione del Tribunale prima, e della Corte distrettuale, poi, di assegnare l’intera proprietà del bene in favore dei controricorrenti, facendo applicazione proprio della previsione di cui all’art. 720 c.c., che individua tra i criteri preferenziali quello della richiesta congiunta, avvenuta peraltro, nella fattispecie, in favore di soggetti, uno dei quali (Ettore) era altresì titolare della maggiore quota individuale (3/6).

In effetti è proprio il meccanismo legale che consente l’attribuzione congiunta delle quote ai condividenti che ne facciano richiesta, manifestando il loro interesse a rimanere in comunione che produce un risultato assimilabile, ma sul solo piano effettuale ma non anche dal punto di vista giuridico, a quello dell’attribuzione delle quote di uno solo dei condividenti.

Nè appare ostativa alla soluzione praticata dai giudici di merito la contumacia di C.B.M. nel giudizio di primo grado, dovendosi affermare il principio di diritto per il quale, ferma restando che l’istanza di attribuzione provenga da una delle parti costituite, trattandosi di una richiesta di carattere processuale esercitabile da chi abbia ritualmente preso parte al giudizio, tuttavia, in caso di richiesta di attribuzione congiunta, non è necessario che tutte le parti richiedenti siano a loro volta costituite, purchè sia resa manifesta nel giudizio dalla parte contumace, (ad esempio mediante partecipazione personale all’udienza) la certezza e la serietà della volontà di avvalersi della previsione di cui all’art. 720 c.c..

Quanto poi agli effetti derivanti dall’attribuzione congiunta, sebbene l’effetto incrementativo delle quote degli attributari debba di norma prodursi in favore di tutti i richiedenti, nulla osta alla possibilità di accordi tra gli stessi, per effetto dei quali, fermo restando il permanere della comunione, l’incremento della quota, in conseguenza dell’assegnazione dell’intero, si produca, con immediata rilevanza anche all’esterno, in favore di uno solo degli istanti, trovando ad esempio tale soluzione una giustificazione nel fatto che una sola delle parti si faccia carico, e per l’intero ammontare, dell’obbligazione di versamento dell’eccedenza in favore del condividente escluso dalla comunione.

Non appare quindi possibile discorrere nel caso in esame di attribuzione parziale, in quanto si verte pur sempre in un’ipotesi di attribuzione integrale del bene in favore dei soggetti che hanno fatto istanza di attribuzione congiunta.

3. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite che liquida per ognuno dei controricorrenti in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge.

Si dà atto che la sentenza è stata redatta con la collaborazione dell’Assistente di Studio Dott. C.D..

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 7 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2016

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