Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14755 del 19/07/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. II, 19/07/2016, (ud. 06/06/2016, dep. 19/07/2016), n.14755

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3729/2015 proposto da:

N.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA

CONCILIAZIONE 44, presso lo studio dell’avvocato MICHEL MARTONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARCO BALDASSARRI, in virtù di

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

N.P., F.P., elettivamente domiciliati in ROMA,

VIA S. TOMMASO D’AQUINO 116, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

IANNELLA, che li rappresenta e difende giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 166/2014 del TRIBUNALE di VARESE, depositata

il 12/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/06/2016 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

udito l’Avvocato Marco Baldassarri per il ricorrente e l’Avv.

Iannella Antonio per i controricorrenti;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 3 maggio 2008, F.P. e L.M.S. convenivano in giudizio N.A. affinchè fosse dichiarata la nullità del testamento olografo di B.G., recante la data del 7 ottobre 2007, con il quale era stato istituito il convenuto quale erede universale.

Deducevano che la de cuius, deceduta in data (OMISSIS), vedova e senza figli, aveva redatto un testamento olografo datato 4 maggio 2006, con il quale aveva istituito eredi gli attori, attribuendo un appartamento di sua proprietà in (OMISSIS) a tal N.P. e prevedendo una serie di legati mobiliari, e che il convenuto, sulla base di un altro testamento olografo recante la data del 7 ottobre 2007, vantava la qualità di erede universale.

A tal fine proponevano querela di falso contro il testamento avente data più recente, e chiedevano, una volta accertata la sua invalidità, dichiarare che gli attori sono eredi della de cuius.

Si costituiva il N. il quale, oltre a insistere per il rigetto della domanda, chiedeva dichiarare la nullità del testamento olografo in favore degli attori, anche per vizio della volontà, dichiarando altresì gli attori indegni a succedere.

Interveniva nel giudizio N.P. che aderiva alle domande degli attori.

Nel corso del giudizio anche il N. proponeva querela di falso nei confronti del testamento del 4 maggio 2006, ed il Tribunale, ritenute entrambe le querele ammissibili, disponeva CTU grafologica.

Intervenuto il Pubblico Ministero, ed intercorsa una transazione tra il N. e la L., il Tribunale di Varese, con la sentenza n. 166 del 12 febbraio 2014, dichiarava la nullità del testamento del 7 ottobre 2007 e l’autenticità del testamento del 4 maggio 2006, mostrando in tal modo di condividere le conclusioni cui era pervenuto il CTU le quali, quanto al testamento del 4 maggio 2006, avevano trovato conforto anche nelle indagini espletate dal consulente del Pubblico Ministero nel procedimento penale relativo alla falsificazione del testamento in esame.

Avverso tale sentenza proponeva appello il N. il quale deduceva la nullità della sentenza per omesso esame di documenti già prodotti in primo grado, l’erroneità della decisione per avere fatto proprie le conclusioni del CTU, l’erronea e non corretta ricostruzione dei fatti con la conseguente violazione dell’art. 112 c.p.c., l’erronea premessa in motivazione della necessità di dover accertare quale dei due testamenti fosse effettivamente attribuibile alla de cuius. Inoltre, nel riprendere le critiche alla CTU, evidenziava che il perito non aveva in alcun modo tenuto conto delle condizioni di salute della testatrice, effettuando la propria valutazione su di una copia fotostatica, e non sulle scritture in originale. Infine, quanto alla perizia espletata in sede penale, deduceva che in realtà il relativo procedimento non si era concluso con archiviazione, come sostenuto dal Tribunale, ma vi era stata una richiesta di rinvio a giudizio degli indagati per i reati di circonvenzione di incapaci e di appropriazione indebita.

Si costituivano F.P. e L.M.S., i quali insistevano per il rigetto dell’appello.

La Corte di Appello di (OMISSIS) con ordinanza ex art. 348 ter c.p.c., depositata in data 20 novembre 2014 dichiarava l’appello inammissibile in quanto privo di una ragionevole probabilità di accoglimento.

Rilevava che dal giudizio esulava ogni questione concernente la capacità naturale della de cuius, in quanto la sentenza impugnata si era occupata unicamente dell’autenticità dei due testamenti impugnati, disponendo con ordinanza del 23/3/2010 la sospensione del giudizio relativamente all’impugnativa per incapacità naturale e sino al passaggio in giudicato della sentenza relativa al giudizio di falso.

Analogamente la questione concernente la capacità della de cuius non poteva essere fatta rientrare mediante le critiche alla CTU, posto che, solo una volta accertata l’autenticità dei testamenti, sarebbe stato possibile verificare se il testamento era annullabile per le condizioni psico-fisiche della testatrice.

Quanto alle doglianze rivolte alla CTU, osservava che l’ausiliare aveva personalmente visionato ed esaminato gli originali degli atti mortis causa, prima di procedere alla loro scansione, constatando CC l’assenza di cancellature, postille, abrasioni o altri vizi visibili “e valutando la pressione della grafia stessa e della sottoscrizione”.

Inoltre la metodologia seguita nell’indagine appariva corretta e frutto di un esame scrupoloso e motivato, di tal che appariva del tutto improbabile poter pervenire a conclusioni difformi da quelle alle quali era pervenuto il Tribunale. Nè poteva reputarsi che vi fosse stato un errore nella valutazione dei dati emergenti dal procedimento penale, posto che l’archiviazione aveva effettivamente riguardato il reato di falso contestato.

Avverso la sentenza del Tribunale di Varese, e per quanto possa occorrere dell’ordinanza della Corte di Appello di Milano, ha proposto ricorso N.A. sulla base di tre motivi.

F.P. e N.P.R. hanno resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente occorre evidenziare che ai precedenti gradi di giudizio aveva partecipato anche L.M.S., quale beneficiaria del primo testamento della de cuius.

In tal senso, e tenuto conto che il giudizio verte sull’impugnativa di entrambi i testamenti asseritamente riferibili alla de cuius, la predetta L., ancorchè abbia definito la controversia con il ricorrente in via transattiva, dovrebbe essere chiamata a partecipare anche al presente giudizio, rivestendo la qualità di litisconsorte necessaria.

Tuttavia sebbene il ricorso non sia stato alla stessa notificato, rileva la Corte che l’integrazione del contraddittorio ex art. 331 c.p.c., si riveli superflua.

Infatti, occorre ribadire che il rispetto del diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dall’art. 111 Cost., comma 2 e dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti del l’uomo e delle libertà fondamentali) impone al giudice (ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c.) di evitare e impedire comportamenti che siano di ostacolo ad una sollecita definizione dello stesso, tra i quali rientrano certamente quelli che si traducono in un inutile dispendio di attività processuali e formalità superflue perchè non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto effettivo del principio del contraddittorio, espresso dall’art. 101 c.p.c., da sostanziali garanzie di difesa (art. 24 Cost.) e dal diritto alla partecipazione al processo in condizioni di parità (art. 111 Cost., comma 2) dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato ad esplicare i suoi effetti (Cass. 17 giugno 2013 n. 15106; Cass. 8 febbraio 2010 n. 2723; Cass., Sez. Un., 3 novembre 2008, n. 26373; Cass., Sez. 3, 7 luglio 2009, n. 15895; Cass., Sez. 3, 19 agosto 2009, n. 18410; Cass., Sez. 3, 23 dicembre 2009, n. 27129).

In applicazione di detto principio, essendo il presente ricorso (per le ragioni che andranno ad esporsi nel prosieguo) prima, facie immeritevole di accoglimento, appare superflua la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio nei confronti della predetta parte, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti.

Va altresì evidenziato che, sebbene in ricorso si affermi altresì che l’impugnazione è rivolta anche nei confronti dell’ordinanza ex art. 348 ter c.p.c., adottata dalla Corte di Appello di Milano, “per quanto occorrer possa”, alla luce del tenore dei motivi di ricorso, come si avrà modo di illustrare nel prosieguo della motivazione, e considerato quanto di recente affermato da questa Corte con la sentenza resa dalle Sezioni Unite n. 1914 del 2 febbraio 2016, che ha precisato che l’ordinanza di inammissibilità dell’appello resa ex art. 348 ter c.p.c., è ricorribile per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, limitatamente ai vizi suoi propri costituenti violazioni della legge processuale (quali, per mero esempio, l’inosservanza delle specifiche previsioni di cui all’art. 348 bis c.p.c., comma 2 e art. 348 ter c.p.c., comma 1, primo periodo e comma 2, primo periodo), purchè compatibili con la logica e la struttura del giudizio ad essa sotteso, l’unico provvedimento effettivamente impugnato, conformemente alla logica sottesa alla previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., è la sentenza del Tribunale.

Quanto infine alla tempestività dell’impugnazione, occorre ricordare che (cfr. su tale questione Cass. 9 febbraio 2016 n. 2594) la parte che intenda esercitare il diritto di ricorrere in cassazione ex art. 348 ter c.p.c., comma 3, deve rispettare il termine di sessanta giorni, di cui all’art. 325 c.p.c., comma 2, che decorre dalla comunicazione dell’ordinanza, ovvero dalla sua notificazione, nel caso in cui la controparte vi abbia provveduto prima della detta comunicazione o se questa sia stata del tutto omessa dalla cancelleria, mentre il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., opera esclusivamente quando risulti non solo omessa la comunicazione, ma anche la notificazione.

Si ritiene pertanto che il ricorrente, per dimostrare la tempestività del ricorso ex art. 348 ter c.p.c., proposto oltre i sessanta giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza, abbia l’onere di allegare sia l’assenza di comunicazione (potendo quest’ultima avvenire sin dallo stesso giorno della pubblicazione), sia la mancata notificazione, affermando, pertanto, di fruire del cd. termine lungo.

A tal fine risulta altresì che sia stata rimessa alle Sezioni Unite (ordd. nn. 4737, 4738 e 5006 del 2016) la questione di massima importanza relativa alla possibilità di estendere la sanzione dell’improcedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., anche al caso in cui non si alleghi ad opera del ricorrente la data di avvenuta comunicazione e la copia della comunicazione stessa, ma osserva il Collegio come la questione non rilevi nel caso in esame.

Ed, infatti, come si ricava dalla lettura della copia dell’ordinanza della Corte di Appello, la stessa risulta depositata in data 26 novembre 2014, laddove il ricorso risulta essere stato presentato per la notifica (data che rileva ai fini della valutazione circa la tempestività del gravame) in data 26 gennaio 2015, e cioè il sessantesimo giorno decorrente dalla detta data (tenuto conto della proroga al primo giorno feriale, atteso che il 25 gennaio 2015 era una domenica).

In tal caso, così come affermato dalle stesse Sezioni Unite nella sentenza n. 9005/2009, con la quale si è ribadita l’interpretazione più rigorosa in tema di improcedibilità del ricorso in cassazione per omessa notifica della copia notificata della sentenza impugnata, si è escluso che l’improcedibilità possa scaturire, anche nel caso di omissione ella produzione della copia, laddove il ricorso sia proposto nel termine di sessanta giorni dalla pubblicazione del provvedimento impugnato, come appunto accaduto nella fattispecie.

Alla vicenda in esame risulta pertanto applicabile la previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., che al comma 4, prevede che laddove l’ordinanza di inammissibilità sia fondata sulle medesime ragioni inerenti alle questioni di fatto poste a base della decisione impugnata (cd. doppia conforme in facto) il ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado può essere proposto per tutti i motivi di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, con la sola esclusione di quello di cui al n. 5.

Sebbene il ricorrente nella premessa dell’illustrazione dei motivi del mezzo di impugnazione, si premuri di affermare che non ricorrano i presupposti che escludono la ricorribilità della sentenza ai sensi del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., deve invece ravvisarsi con i caratteri dell’evidenza, proprio il verificarsi di una situazione impeditiva della denunzia in sede di legittimità del vizio motivazionale, così come peraltro riformulato dalla novella del 2012, parimenti applicabile alla fattispecie, e che risulta oggi limitato alla sola ipotesi di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Ed, infatti, il giudice di primo grado è pervenuto alla declaratoria di nullità del testamento di cui risulta beneficiario il ricorrente, ritenendo di dover condividere le conclusioni alle quali era pervenuto l’ausiliare d’ufficio, e la Corte distrettuale, nel decidere su di un gravame essenzialmente teso a contestare la correttezza proprio delle indagini peritali, assumendosi che non si fosse tenuto conto di tutti i documenti versati in atti, avvalendosi di un metodo non condivisibile, che aveva pretermesso tutti i risvolti relativi alla capacità naturale della de cuius, ha ritenuto invece di condividere il giudizio del Tribunale, reputando che non fosse possibile pervenire ad uno scostamento nè rispetto a quanto riportato dai documenti e dalle risultanze peritali nè rispetto alle conclusioni logico-giuridiche assunte nella sentenza appellata.

Atteso quindi che ricorrono le condizioni per l’applicazione del menzionato dell’art. 348 ter c.p.c., comma 4, si palesa l’inammissibilità del secondo motivo di ricorso con il quale si denunzia l’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione alla mancata presa di posizione da parte del Tribunale circa le critiche espresse dal ricorrente alla CTU, essendo, come visto, preclusa la deduzione di vizi riconducibili alla previsione di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Quanto al primo motivo di ricorso, si sostiene la nullità della sentenza per la violazione dell’art. 122 c.p.c. (rectius art. 132), comma 2, n. 4, in relazione a quanto previsto dall’art. 360, nn. 3 e 4.

In particolare, la sentenza impugnata non conterrebbe una vera e propria motivazione, ma si sarebbe limitata a richiamare le conclusioni del CTU, sena riportare i passi salienti della consulenza, di cui ha richiamato le sole conclusioni, e senza prendere posizione sulle critiche mosse dalla parte alla CTU, delle quali viene richiamato il contenuto, così come a sua volta riportate nella comparsa conclusionale in primo grado.

Il motivo deve essere disatteso.

In primo luogo preme rilevare che, proprio a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., ed al fine di chiarire la corretta esegesi della novella, sono intervenute le Sezioni Unite della Corte che con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, hanno ribadito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, ed è solo in tali ristretti limiti che può essere denunziata la violazione di legge, sotto il profilo della violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4.

Nella fattispecie, atteso il tenore della sentenza impugnata, deve escludersi che ricorra un’ipotesi di anomalia motivazionale riconducibile ad una delle fattispecie che, come sopra esposto, in base alla novella consentono alla Corte di sindacare la motivazione, riconoscendo lo stesso ricorrente che la sentenza che recepisca per relationem le conclusioni ed i passi salienti di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui dichiari di condividere il merito, non incorre nel vizio di carenza di motivazione (in tal senso si veda Cass. 13845/07; 7392/94; 16368/14; 19475/05). La deduzione circa la mancata disamina delle critiche mosse alla consulenza tecnica si risolve pertanto in una censura sotto il profilo dell’insufficienza argomentativa, occorrendo a tal fine che il ricorrente evidenzi la loro rilevanza ai fini della decisione e l’omesso esame in sede di decisione, ma pur sempre nell’ambito della previsione di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Le suesposte argomentazioni, escludono che quindi le censure nella loro concreta formulazione possano essere esaminate dalla Corte, atteso che tramite le medesime si mira surrettiziamente a veicolare sotto il vizio della violazione di legge quella che è in realtà una denunzia di insufficienza motivazionale, non senza doversi altresì evidenziare che la già citata Cass. n. 8054/2014 ha altresì sottolineato che “L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze istruttorie”, essendo quindi evidente che il motivo, ove anche ritenuta ammissibile la proposizione del ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non appare idoneo a denunziare l’omesso esame di un fatto decisivo.

Con il terzo motivo di ricorso si denunzia la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in quanto le indagini peritali avrebbero avuto ad oggetto le copie e non gli originali dei testamenti impugnati.

Infatti, alla pag. 6 della CTU viene espressamente affermato che la perizia è stata effettuata su di una copia da scansione anzichè sull’originale, e ciò contravvenendo alla consolidata opinione giurisprudenziale per la quale la verifica deve compiersi esclusivamente sull’originale del documento.

Non ignora la Corte che la propria giurisprudenza abbia in numerosi occasioni ribadito il principio per il quale (cfr. Cass. n. 1831/00) il giudizio di verificazione deve necessariamente svolgersi con un esame grafico espletato sull’originale del documento (conf. Cass. n. 6022/07), poichè, e proprio in relazione all’accertamento dell’autenticità del testamento (cfr. Cass. n. 1903/09) soltanto sull’originale possono rinvenirsi quegli elementi la cui peculiarità consente di risalire, con elevato grado di probabilità, al reale autore della sottoscrizione.

Tuttavia il suddetto principio deve ritenersi impropriamente richiamato nella fattispecie posto che, come emerge dalla lettura anche dell’ordinanza ex art. 348 ter c.p.c., della Corte distrettuale, il consulente d’ufficio ha avuto modo di esaminare gli originali dei testamenti impugnati, prima di procedere alla loro scansione, verificando in particolare l’assenza di cancellature, postille, abrasioni o altri vizi visibili, e valutando altresì “la pressione della grafia stessa e della sottoscrizione”.

In tal senso deve quindi ritenersi che, contrariamente all’assunto di parte ricorrente, che l’indagine si sia svolta sugli originali e che anche laddove il CTU si sia avvalso delle scansioni ciò non infici la correttezza delle operazioni peritali, in quanto l’ausiliare aveva a monte verificato sugli originali quei dati necessari ed apprezzabili solo da tali atti, servendosi poi delle scansioni per gli altri riscontri che prescindono dal documento in originale.

Non appare quindi possibile sostenere che tutte le operazioni peritali debbano essere sempre svolte, essendo infatti necessario che questi ultimi siano ben presenti all’ausiliario e che da questi abbia tratto quegli elementi di indagine che solo gli originali possono offrire, ben potendo le ulteriori verifiche essere svolte su eventuali copie o scansioni, che in alcuni casi, e proprio in ragione dei vantaggi offerti dalle tecnologie più moderne (si pensi solo alla possibilità di ingrandimento dei particolari), permettono riscontri che il documento in originale non consente.

Il motivo va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo che segue.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso in favore delle controparti delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15% sui compensi ed accessori come per legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 6 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA