Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14740 del 27/05/2021

Cassazione civile sez. trib., 27/05/2021, (ud. 11/02/2021, dep. 27/05/2021), n.14740

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. LEUZZI S. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 27057 del ruolo generale dell’anno

2014, proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del suo Direttore p.t.,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato ed

elettivamente domiciliata nei suoi uffici, in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12;

– ricorrente –

contro

AUTOPRONTI S.P.A, rappresentata e difesa dall’Avv. Antonio Vincenzi,

elettivamente domiciliata in Roma via Borgognona, n. 47 presso lo

studio dell’Avv. Prof. G. Brancadoro;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale dell’Emilia-Romagna n. 1394 depositata l’8 luglio 2014;

sentita la relazione svolta dal consigliere Salvatore Leuzzi nella

camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Autopronti s.p.a. è stata raggiunta da avvisi di accertamento IVA per gli anni 2000, 2001, 2002 e 2003, scaturiti da indagini della guardia di finanza, le quali avevano evidenziato che la società aveva acquistato autovetture importate da imprese cartiere, le quali le avevano vendute sottofatturandole, ed omettendo di versare l’Iva, ad altre imprese-filtro, sempre fittizie, che a loro volta le cedevano ad Autopronti; sulla base di tali acquisti, la società contribuente aveva detratto l’IVA addebitata in rivalsa sulle fatture emesse dalle imprese-filtro. L’amministrazione ha contestato per tutti gli anni la detraibilità dell’Iva assolta nonchè, per l’anno 2003, la deducibilità dei costi, perchè riconducibili a fatti qualificabili come reato a norma della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4 bis. La Commissione tributaria provinciale ha annullato gli avvisi.

La Commissione tributaria regionale ha confermato la sentenza di primo grado. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello per vizio di motivazione. Il giudice di rinvio ha rigettato il ricorso in riassunzione dell’Ufficio, compensando le spese del giudizio.

Il ricorso per cassazione dell’Agenzia è affidato a due motivi.

Resiste con controricorso la contribuente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si contesta la violazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 384 c.p.c., comma 2, per non essersi la CTR in sede di giudizio di rinvio uniformata al principio di diritto o comunque a quanto statuito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 21992 del 2013.

Il primo motivo è infondato.

L’Agenzia mira a valorizzare la vincolatività della sentenza di legittimità or ora messa in rilievo, la quale, tuttavia, incentrata com’è su un vizio di motivazione non vincola affatto al complesso delle proprie valutazioni, consentendo al giudice di rinvio di svilupparne liberamente di proprie in ordine ai fatti di causa. La censura erariale va, pertanto, disattesa alla luce dell’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui “I limiti dei poteri attribuiti al giudice di rinvio sono diversi a seconda che la pronuncia di annullamento abbia accolto il ricorso per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ovvero per vizi di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia, ovvero per entrambe le ragioni: nella prima ipotesi, il giudice deve soltanto uniformarsi, ex art. 384 c.p.c., comma 1, al principio di diritto enunciato dalla sentenza di cassazione, senza possibilità di modificare l’accertamento e la valutazione dei fatti acquisiti al processo, mentre, nella seconda, non solo può valutare liberamente i fatti già accertati, ma anche indagare su altri fatti, ai fini di un apprezzamento complessivo in funzione della statuizione da rendere in sostituzione di quella cassata, ferme le preclusioni e decadenze già verificatesi; nella terza, infine, la sua “potestas iudicandi”, oltre ad estrinsecarsi nell’applicazione del principio di diritto, può comportare la valutazione “ex novo” dei fatti già acquisiti, nonchè la valutazione di altri fatti, la cui acquisizione, nel rispetto delle preclusioni e decadenze pregresse, sia consentita in base alle direttive impartite dalla decisione di legittimità (ex multis v. Cass. n. 448 del 2020).

Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2, art. 654 c.p.p., D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 54 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la CTR, imperniato la propria decisione sull’assunto della vincolatività della valutazione compiuta in altra sede dal giudice penale, reputando inammissibile discostarsene.

Il motivo è fondato.

Il collegio di rinvio evidenzia che “il giudice penale… giunge ad una conclusione in punto di fatto che non può essere disattesa da questa Commissione” e “una eventuale conclusione diversa basata su indizi offerti dall’ufficio inevitabilmente si scontrerebbe con il dato di fatto accertato in sentenza penale”.

In tal guisa, il giudice regionale si pone in palesa contrasto con l’avviso plurime volte espresso da questa Corte secondo il quale “In materia di contenzioso tributario, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorchè i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli Uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sè inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna; ne consegue che il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza penale definitiva in materia di reati fiscali, recependone acriticamente le conclusioni assolutorie, ma, nell’esercizio dei propri poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.), deve procedere ad un suo apprezzamento del contenuto della decisione, ponendolo a confronto con gli elementi di prova acquisiti al giudizio” (Cass. n. 28174 del 2017; Cass. n. 16649 del 2020).

L’autonomia tra l’accertamento tributario e l’accertamento penale è stato incongruamente obliterato dal giudice di merito, che ha ritenuto assorbente il secondo al punto da stimarlo preclusivo del primo.

La sentenza va, dunque, cassata avuto riguardo al secondo motivo, respinto il primo. La causa va rimessa per un nuovo esame alla CTR territorialmente competente anche in relazione alle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte rigettato il primo dei motivi del ricorso, ne accoglie il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa per un nuovo esame e per la regolazione delle spese del giudizio alla CTR dell’Emilia Romagna in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2021

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