Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14736 del 14/06/2017

Cassazione civile, sez. VI, 13/06/2017, (ud. 19/01/2017, dep.13/06/2017),  n. 14736

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28811-2015 proposto da:

D.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

LABICANA 92, presso lo studio dell’avvocato GIANFRANCO TESTA, che lo

rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore e AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliate in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che le rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2603/39/2015, emessa il 9/04/2015 della

COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE di ROMA, SEZIONE DISTACCATA di

LATINA, depositata l’08/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. LUCA

SOLAINI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

L’Agenzia delle Entrate ha disposto la ripresa a tassazione sia per le imposte dirette che per l’IVA per l’anno di imposta 2004, che il contribuente aveva invece detratto sostenendo di aver versato l’IVA ai suoi fornitori, per l’acquisto di autovetture da rivendere sul mercato.

L’Agenzia ha ritenuto inesistente l’operazione relativamente all’IVA, essendo inesistenti i fornitori delle vetture (c.d. frode carosello). Conseguentemente ha ritenuto che il contribuente non avesse sopportato il costo della cessione del bene.

Il contribuente ha proposto ricorso, che è stato respinto dai giudici di merito.

Ricorre ora in cassazione con quattro motivi, cui resiste l’Agenzia con controricorso.

Il ricorso è fondato, nei termini che seguono.

Preliminarmente, si rileva la carenza di legittimazione processuale del controricorrente Ministero dell’economia e delle finanze, che non è stato parte nel giudizio di secondo grado (v. sentenza) ed è oramai estraneo al contenzioso tributario dopo la creazione delle agenzie fiscali. L’intervento spontaneo della compagine ministeriale in cassazione è, dunque, inammissibile e il ricorso della parte contribuente va esaminato unicamente riguardo all’Agenzia delle entrate, che è la sola ad essere legittimata ad causam (Cass. n. 23754 del 20 novembre 2015 e n. 16955 del 19 agosto 2015).

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione della L. n. 16 del 2012, art. 8 sostenendo che, a norma di tale disposizione, l’IVA non è deducibile solo se le spese sono direttamente utilizzate per commettere un reato, caso diverso invece da quello in esame, nel quale si verterebbe in ipotesi di fatture solo soggettivamente inesistenti.

In proposito, è insegnamento di questa Corte, quello secondo cui “In tema di imposte sui redditi, la disposizione di cui alla L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 14, comma 4 bis, nella formulazione introdotta con il D.L. 2 marzo 2012, n. 16, art. 8, comma 1, opera quale “ius superveniens” con efficacia retroattiva “in bonam partem”, ai sensi del medesimo art. 8, comma 3. Ne consegue che ai soggetti già coinvolti nelle “frodi carosello” non è più contestabile la deducibilità dei costi poichè i beni acquistati non sono stati utilizzati direttamente al fine di commettere il reato ma, salvo prova contraria, per essere commercializzati e venduti” (Cass. n. 13800/14, 26461/14, 10167/13)). Nel caso di specie, il motivo è fondato, per quanto riguarda la deducibilità dei costi relativamente alle imposte dirette – come anche riconosciuto alla p. 5 del controricorso – mentre è infondato per l’IVA, perchè la norma invocata si applica solo alle prime.

Con il secondo motivo il contribuente denuncia omessa o insufficiente motivazione, tale da determinare la nullità della sentenza.

Ritiene che la sentenza di appello non ha sufficientemente illustrato i presupposti di fatto ed i motivi di diritto su cui la decisione è basata.

Invero una sentenza non è sufficientemente motivata quando non sono illustrate le ragioni che la sorreggono, e dunque non si comprende su quali argomenti è basata; nel caso di specie, il vizio di motivazione dedotto non rispetta i requisiti richiesti (Cass. sez. un. 8503/14).

Del resto è affermato dalle Sezione Unite che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 8 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. sez. u. n. 8503 del 2014).

Invece, nel caso presente, la CTR dice che: a) non rileva ai fini probatori la sentenza penale conclusasi con prescrizione; b) gli operanti hanno accertato che il contribuente non aveva alcuna struttura aziendale, essendovi nella sede dell’impresa semplicemente un’abitazione.

Con il terzo motivo si denuncia violazione delle regole sulla ripartizione dell’onere probatorio, nel senso che la sentenza impugnata avrebbe ritenuto onere del contribuente provare la non fittizietà delle operazioni, ma una ratio simile non è desumibile dalla motivazione che invero non riguarda affatto la ripartizione dell’onere probatorio nel senso inteso dal ricorrente; inoltre, il motivo di censura, non aggredisce alcuna ratio decidendi della sentenza impugnata, perchè come detto, manca in sentenza qualsiasi affermazione esplicita o implicita sull’onere della prova.

Con il quarto motivo, invece, il contribuente denuncia omessa pronuncia sulla richiesta di CTU, ed è infondato, per via del fatto che l’omissione denunciata è rilevante rispetto a domande e non a richieste istruttorie, relativamente alle quali l’omissione è solo una questione, per l’appunto, di valutazioni istruttorie e non di corrispondenza tra chiesto e pronunciato; infatti, la ctu non è un mezzo di prova ed il rigetto della richiesta di ctu è implicito nella concreta argomentazione della decisione impugnata (Cass. n. 4660/06).

Accoglie, pertanto, il primo motivo per quanto di ragione, rigetta i restanti motivi, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, con compensazione delle spese nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, alla Commissione tributaria regionale del Lazio, sezione di Latina, in diversa composizione, perchè riesamini il merito della controversia, alla luce dei principi sopra esposti.

PQM

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Dichiara inammissibile il controricorso del Ministero dell’economia e delle finanze; compensa le relative spese.

Accoglie il primo motivo di ricorso contro l’Agenzia delle Entrate, nei termini di cui in motivazione; rigetta gli altri motivi di ricorso; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2017

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