Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14706 del 13/06/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 13/06/2017, (ud. 24/02/2017, dep.13/06/2017),  n. 14706

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – rel. Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4206/2016 proposto da:

CURATELA FALLIMENTO (OMISSIS) S.N.C. – P.I. (OMISSIS), in persona del

suo Curatore, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

NICOLA FEDERICI;

– ricorrente –

contro

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A. – C.F. e P.I. (OMISSIS), in

persona del Sostituto Titolare dell’Area Territoriale Toscana Nord e

legale rappresentante, elettivamente domiciliata in ROMA, LUNG.RE

ARNALDO DA BRESCIA 9, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

MANNOCCHI che lo rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente

all’avvocato DANIELE TACCETTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1273/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 06/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 24/02/2017 dal Consigliere Dott. CARLO DE CHIARA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

la Corte d’appello di Firenze ha respinto il gravame proposto dal curatore del fallimento (OMISSIS) s.n.c. avverso la sentenza con cui il Tribunale aveva respinto l’azione revocatoria esercitata dalla curatela ai sensi della L. Fall., art. 67, comma 2 (nel testo anteriore alla riforma del 2005), avente ad oggetto rimesse eseguite dalla società fallita in favore della Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a.;

la Corte ha infatti ritenuto – a differenza del Tribunale – la oggettiva revocabilità delle rimesse, ad eccezione di quella relativa alla realizzazione di un pegno, da parte della banca, sul riscatto di una polizza assicurativa, ma ha escluso la sussistenza del presupposto soggettivo della scientia decoctionis, sul rilievo che l’appellante non aveva trattato specificamente tale argomento, assorbito nella sentenza di primo grado, con l’atto di appello, essendosi limitato a un mero rinvio a quanto dedotto in proposito davanti al Tribunale;

il curatore ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, cui la banca intimata ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 342 e 346 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, si deduce che solo formalmente i motivi di appello non rispondevano al requisito della specificità quanto alla questione della scientia decoctionis, dato che gli elementi da cui essa poteva ricavarsi erano indicati nella parte narrativa dell’atto;

con il secondo motivo, denunciando violazione della L. Fall., art. 67 e del Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia approvato con D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385 (t.u.b.), nonchè “omessa o contraddittoria e/o insufficiente motivazione”, si sostiene che alcuni elementi presuntivi della scientia decoctionis possono ricavarsi dalla stessa legislazione bancaria, e in particolare dalla disciplina della centrale dei rischi presso la Banca d’Italia e dall’obbligo delle banche di avere contezza dei bilanci e delle sofferenze delle imprese loro clienti;

con il terzo motivo, denunciando vizio di motivazione, si censura la statuizione relativa alla revocabilità della realizzazione del pegno sul riscatto della polizza assicurativa;

i primi due motivi, tra loro connessi avendo entrambi ad oggetto il giudizio circa la sussistenza della scientia decotionis, non possono essere accolti;

è vero, infatti, che l’appellante ben poteva limitarsi al semplice richiamo delle deduzioni svolte sul punto nel giudizio di primo grado, trattandosi non già di individuare la domanda (che chiaramente consisteva nella richiesta di revoca delle rimesse in questione), bensì di illustrare le prove a fondamento di uno dei suoi presupposti – quello soggettivo – onde era fuor di luogo, peraltro, il richiamo dell’art. 346 c.p.c., contenuto nella sentenza impugnata); tuttavia resta fermo che la questione aveva – ed ha – ad oggetto, in definitiva, l’accertamento appunto della scientia decoctionis;

tale accertamento ben può essere fondato su presunzioni, come esattamente rileva il ricorrente, ma gli elementi presuntivi che egli ritiene di ricavare dalla legislazione bancaria (gli unici elementi indicati nel ricorso, mentre non rilevano gli ulteriori elementi tardivamente indicati nella memoria) sono, a tacer d’altro, assolutamente generici, in quanto privi di qualsiasi riferimento alla fattispecie concreta (risultanze della centrale rischi circa le sofferenze della società poi fallita, contenuti dei bilanci di quest’ultima, o quant’altro);

il terzo motivo è assorbito;

il ricorso va pertanto respinto;

le spese processuali, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della parte controricorrente, liquidate in Euro 4.100,00, di cui Euro 4.000,00 per compensi, oltre spese forfetarie nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2017

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