Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14698 del 18/06/2010

Cassazione civile sez. un., 18/06/2010, (ud. 18/05/2010, dep. 18/06/2010), n.14698

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ELEFANTE Antonino – Primo Presidente f.f –

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente di sezione –

Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –

Dott. PICONE Pasquale – Consigliere –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – rel. Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 36476/2010 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOCCA DI

LEONE 78, presso lo studio dell’avvocato DONOFRIO DONATELLO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ROSSETTI Mariano, per delega in

atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURA GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– intintati –

avverso la sentenza n. 168/2009 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA

MAGISTRATURA, depositata il 17/12/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

18/05/2010 dal Consigliere Dott. ALDO CECCHERINI;

udito l’Avvocato Mariano ROSSETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Dr. S.A., già addetto all’ufficio del GIP del Tribunale di Udine, è stato incolpato dell’illecito disciplinare di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, lett. d), per avere il (OMISSIS) introdotto la mano nei pantaloni agitandola energicamente all’altezza del pube in presenza del personale amministrativo, e specificamente delle signore L.P. e N.R. le quali, sconvolte, avendo percepito il comportamento dell’incolpato come atto di autoerotismo, avevano cercato di sottrarsi alla sua presenza, ma erano state seguite, prima nell’ufficio della signora M.N., dirigente della cancelleria, che si rendeva a sua volta conto di quanto stava accadendo, e successivamente nella loro stanza, dal Dr. S., che al termine aveva estratto la mano dai pantaloni imbrattata da una sostanza sierosa, che aveva asportato con un fazzoletto, sfregandosi la mano sui pantaloni. Nel procedimento penale, avviato per gli stessi fatti, era emerso da una consulenza tecnica d’ufficio, che il magistrato era da tempo affetto da tinea cruris, dermatosi intensamente pruriginosa, e che il fatto doveva essere qualificato come reazione automatica e compulsiva al disturbo, con esclusione di altre interpretazioni e in particolare dell’autoerotismo. Il P.M. aveva chiesto l’archiviazione per il delitto di atti osceni (art. 527 c.p.), dovendosi escludere l’autoerotismo, e per la contravvenzione di atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.) perchè l’azione di grattarsi era riconducibile ad un meccanismo automatico di reazione all’insopportabile prurito, cagionato da accertata patologia, con conseguenza mancanza della volontarietà e consapevolezza di cui all’art. 42 c.p.. Il GIP del Tribunale di Bologna aveva accolto la richiesta di archiviazione. Il Procuratore generale aveva successivamente promosso l’azione disciplinare, e la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha ritenuto fondata l’accusa, e ha irrogato la sanzione della censura. Il consiglio ha considerato che la condotta iniziale dell’incolpato, per il fatto di costituire una risposta immediata al fastidio avvertito, poteva anche ritenersi fuori dai poteri di arresto della volontà, purchè di brevissima durata o seguita da qualche cautela di riservatezza; ma il successivo comportamento, tenuto mentre l’incolpato dimostrava la presenza a se stesso continuando a dare disposizioni inerenti al servizio, si era prolungato per un apprezzabile periodo di tempo, durante il quale una delle dipendenti aveva avuto modo di recarsi in bagno e di riuscirne, e ciò senza che egli usasse alcun accorgimento per sottrarsi alla vista delle dipendenti. Al contrario, essendo uscite dalla stanza entrambe le dipendenti, egli aveva seguito una di esse nella stanza della dirigente, e terminata la fase compulsiva aveva provveduto alla pulizia della mano senza sottrarsi agli sguardi del personale.

L’incolpato aveva assunto un atteggiamento di evidente, profonda sottovalutazione della giusta sensibilità delle signore presenti, ponendo in essere nei loro confronti una scorrettezza di sicura gravita.

Per la cassazione di questa sentenza ricorre il Dr. S. con atto affidato a quattro mezzi d’impugnazione.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i singoli motivi di ricorso si deduce quanto segue.

1) L’unico comportamento specificamente contestato all’incolpato, costituito dall’episodio del (OMISSIS) e da identificare in base all’unitarietà dell’azione, comporta che il fatto, anche se ritenuto grave, non sarebbe riconducibile alla pluralità dei comportamenti, richiesta in ogni caso dalla norma incolpatrice, senza che tale interpretazione comporti il venir meno dell’alternatività delle fattispecie, altro essendo la pluralità ed altro la serialità.

Il motivo si fonda su una particolare interpretazione della norma contenuta nel D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, comma 1, lett. d), per cui non sarebbe illecito, sotto il profilo disciplinare, il comportamento del magistrato, ancorchè gravemente scorretto nei confronti delle parti, dei loro difensori, dei testimoni o di chiunque abbia rapporti con lui nell’ambito dell’ufficio giudiziario, ovvero nei confronti di altri magistrati o di collaboratori, se il comportamento medesimo sia considerato isolatamente. La tesi difensiva non è condivisibile .

Occorre muovere dall’affermazione, contenuta nel citato D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, che fra i doveri del magistrato è compreso quello della correttezza, e che egli rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni (comma 1). La formulazione categorica del precetto appare di per sè incompatibile con l’assunto che singole violazioni possano essere consentite, nonostante la loro gravita, e ad una simile conclusione difficilmente potrebbe pervenirsi sulla base di argomenti letterali che sembrino consentirla. Ma l’argomento letterale in questione, che dovrebbe essere costituito dall’uso del plurale “comportamenti” nell’art. 2, comma 1, lett. d), non ha fondamento. Nella norma in questione, che descrive la fattispecie tipica dell’illecito, sono contemplate infatti, in dipendenza della reggente “Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni”, due ipotesi di comportamento illecito, delle quali una è caratterizzata dall’abitualità, e l’altra dalla gravità. Il plurale “comportamenti”, dunque, è giustificato dalla scelta del plurale nella reggente, che impone di leggere la norma così: “Costituiscono illeciti disciplinari nell’esercizio delle funzioni i comportamenti gravemente scorretti”, con significato non diverso da quello della stessa frase formulato al singolare (“costituisce illecito disciplinare il comportamento gravemente scorretto”). La citata disposizione sancisce pertanto l’illiceità del singolo comportamento gravemente scorretto dal magistrato, e nel caso di una pluralità di comportamenti gravemente scorretti troverebbero applicazione i noti principi in tema di pluralità di illeciti contestati, con conseguente rigetto del motivo.

2) Era stato accertato anche in provvedimenti giudiziari (archiviazione da parte del Consiglio superiore della magistratura in data 13 dicembre 2008 del procedimento di dispensa dal servizio;

archiviazione da parte del GIP di Bologna in data 23 dicembre 2008 per i reati ipotizzati a carico del Dr. S.), che nel gesto di grattarsi violentemente dentro i pantaloni dovesse escludersi la coscienza e volontà dell’azione, che sono essenziali anche sotto il profilo disciplinare, e il ragionamento con il quale il consiglio è giunto ad un’affermazione di colpevolezza con riguardo al comportamento successivo a quel gesto sarebbe in contrasto con i ricordati provvedimenti. L’eventuale esclusione dalla sfera dei gesti involontari dell’azione conclusiva, con la quale l’incolpato si era pulito la mano, non valeva ad integrare un comportamento, nel senso dell’azione tipica punita dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2. La motivazione sarebbe affetta poi da travisamento dei fatti, per aver attribuito ad una frase dell’incolpato (che circa l’automaticità del suo gesto aveva usato il termine “quasi”) un significato che era smentito dalla lettura delle dichiarazioni a verbale nella loro interezza.

3) La coscienza e volontà dell’azione, che come dominio anche solo potenziale dell’azione rappresentano il livello iniziale di considerazione della condotta umana rilevante per il diritto penale, erano stati esclusi in sede penale, non già con mero decreto di archiviazione ma con ordinanza all’esito di un contraddittorio in udienza camerale, e non potevano essere rimessi in discussione in sede disciplinare. In tal senso dovrebbe interpretarsi il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 20 – norma che così intesa sarebbe stata violata dal consiglio – al fine di evitare un contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost.. Altrimenti, si deduce, il sistema obbligherebbe l’indagato, passibile di conseguenze disciplinari, a sottoporsi al giudizio dibattimentale – per il che non vi sarebbero i mezzi, non essendo rinunciabile una motivata richiesta di archiviazione all’esito del contraddittorio – pur di ottenere una sentenza di assoluzione.

I due motivi devono essere esaminati congiuntamente, perchè sono accomunati dalla premessa del valore degli accertamenti compiuti nel procedimento penale che era stato aperto a carico del Dr. S., e che è stato poi archiviato.

Al riguardo occorre innanzi tutto ribadire il principio, enunciato con chiarezza nel D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 20, comma 3, che solo la sentenza penale irrevocabile di assoluzione ha autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, e tale autorità è limitata all’accertamento che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso, sicchè non si estende in ogni caso all’elemento soggettivo del reato. E’ pertanto escluso che una tale autorità possa essere riconosciuta ad un’ordinanza di archiviazione, qual è il provvedimento invocato dal ricorrente.

Deve, in secondo luogo escludersi che la mancanza dell’autorità di cosa giudicata, nel procedimento disciplinare, dell’ordinanza di archiviazione pronunciata dal GIP possa dare origine a dubbi di costituzionalità, che non siano manifestamente infondati. L’imputato assolto con sentenza penale irrevocabile, e la persona sottoposta ad indagini per le quali sia emesso provvedimento di archiviazione versano in situazioni differenti, in ragione della diversa stabilità, nei due casi, dei provvedimenti conclusivi, dal momento che, diversamente dalla sentenza penale irrevocabile, il provvedimento di archiviazione non preclude la riapertura delle indagini; l’esercizio del diritto di difesa dell’incolpato non è in alcun modo menomato dall’inefficacia del provvedimento penale nel procedimento disciplinare; infine, i procedimenti penale e disciplinare si svolgono in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro (D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 20, comma 1), avendo presupposti, natura e finalità del tutto diversi, sicchè non si sommano ai fini del controllo della ragionevole durata del processo.

Premesso dunque che le valutazioni espresse in sede penale in ordine alla coscienza e volontà della condotta non possono condizionare l’accertamento dell’illiceità disciplinare del comportamento contestato al magistrato, è da aggiungere, con riguardo al denunciato vizio di motivazione, che la sentenza impugnata non si è neppure posta in contrasto con gli accertamenti svolti nel procedimento penale. In essa non si accoglie la ricostruzione dell’episodio in termini di autoerotismo, e si riconosce anche l’automatismo e il carattere coatto del gesto iniziale, di reazione al prurito, ma si sostiene, in modo puntuale e esente da censura, che tale automatismo non poteva giustificare la lunga ed articolata sequenza successiva. In relazione a questa motivazione, la critica che si appunta sull’interpretazione delle dichiarazioni rese dallo stesso incolpato, oltre a non essere riconducibile ad una delle ipotesi di cui all’art. 606 c.p.c., comma 1, lett. e), perchè il vizio interpretativo denunciato non risulta dal testo del provvedimento impugnato, non è in ogni caso idonea a sovvertire l’esito del giudizio.

4) Nella sentenza impugnata, in cui si configura l’illecito disciplinare per effetto della semplice violazione della norma di legge, la motivazione sarebbe carente su un punto decisivo, mancando la verifica che la violazione abbia inciso negativamente sulla credibilità del singolo magistrato ovvero sul prestigio dell’ordine giudiziario. Si sostiene inoltre che il fatto sarebbe di scarsa rilevanza, e rientrerebbe nell’ipotesi della condotta disciplinare irrilevante prevista dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis.

Anche queste censure sono prive di fondamento. La motivazione, sul punto indicato dal ricorrente, non manca nella sentenza impugnata, nella quale si afferma che il comportamento del Dr. S., per il modo in cui si è progressivamente svolto, ha profondamente sottovalutato la giusta sensibilità delle signore presenti, e si è tradotto in una scorrettezza di sicura gravita, com’è avvalorato dalle reazioni provocate. Nel giudizio appena riportato si legge chiaramente che si trattò di comportamento tale da compromettere il decoro del magistrato e il prestigio dell’istituzione giudiziaria.

Conseguentemente è anche escluso che nella fattispecie potesse ravvisarsi un fatto di scarsa rilevanza.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione, il 18 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 18 giugno 2010

 

 

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