Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14661 del 05/07/2011

Cassazione civile sez. un., 05/07/2011, (ud. 15/02/2011, dep. 05/07/2011), n.14661

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Primo Presidente f.f. –

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente di sezione –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. TIRELLI Francesco – Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

COMUNE DI SETTIMO MILANESE (P.I. (OMISSIS)), in persona del

Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso, per procura speciale in

calce al ricorso, dagli Avvocati Nasini Maria Stefania e Maura Carta,

elettivamente domiciliato presso lo studio della seconda in Roma, via

della Vite n. 7;

– ricorrente –

contro

POLIART Soc. Coop. a r.l. – COOPERATIVA SOCIALE DI SOLIDARIETA’ –

ONLUS (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del

controricorso, dagli Avvocati Adornato Marcello e Domenico Cavaliere,

elettivamente domiciliata presso lo studio del secondo in Roma, via

Corvisieri n. 46;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano n. 2001/08,

depositata il 30 giugno 2008.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15

febbraio 2011 dal Consigliere relatore Dott. Stefano Petitti;

sentito, per la ricorrente, l’Avvocato Mattioli, per delega;

sentiti, per la resistente, S’Avvocato Cavaliere;

sentito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha chiesto l’inammissibilità o il rigetto

del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Cooperativa Sociale di Solidarietà Poliart conveniva in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Milano, il Comune di Settimo Milanese chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti per la perdita di chance di conseguire un finanziamento a valere sul Fondo Nazionale di intervento per la lotta alla droga per l’anno 1995.

A sostegno della domanda, l’attrice deduceva di avere inoltrato – tramite il Comune stesso – un progetto per il reinserimento di n. 2 persone tossicodipendenti, detenute in regime di pene alternative, corredato dalla documentazione giustificativa, chiedendo di essere ammessa al finanziamento. Precisava che, però, il Dipartimento degli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei ministri non aveva dato alcuna comunicazione al riguardo e anzi, rispondendo ad una richiesta di informazioni, aveva dichiarato di non avere mai preso in considerazione il progetto perchè non era mai giunto a destinazione.

Esponeva quindi che, pur avendo il Comune ammesso lo smarrimento della pratica, il Comune si era rifiutato di addivenire a una definizione stragiudiziale della vertenza.

Il Comune si costituiva eccependo preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice ordinario e, nel merito, chiedendo il rigetto della domanda.

L’adito Tribunale accoglieva parzialmente la domanda della Poliart liquidando in suo favore, a titolo risarcitorio, una somma pari al 20% dell’importo del contributo richiesto.

Proponevano appello principale il Comune e appello incidentale la Poliart; la Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 30 giugno 2008, ha rigettato entrambi i gravami.

Con riferimento alla questione della giurisdizione del giudice ordinario, negata dal Comune sul rilievo della natura discrezionale del provvedimento ministeriale di concessione del contributo richiesto, la Corte d’appello, oltre a condividere quanto affermato sul punto dal Tribunale, ha osservato che la pretesa risarcitoria vantata dalla Poliart ex art. 2043 cod. civ. traeva origine da un comportamento illecito dell’Ente, tradottosi in una colpevole omissione, ben anteriore all’inizio della cd. fase procedimentale, mai avviata proprio a causa del mancato inoltro da parte del Comune alla Presidenza del Consiglio della pratica relativa alla concessione del contributo.

In fatto, la Corte d’appello ha poi ritenuto provati sia la presentazione della domanda corredata dalla necessaria documentazione, sia lo smarrimento della stessa da parte del Comune, il quale quindi si era comportato in modo negligente, tanto più che la condotta dell’ente pubblico deve ispirarsi all’osservanza dei principi di imparzialità e corretta amministrazione. Nè poteva ritenersi che la domanda presentata dalla Poliart fosse incompleta, non risultando in alcun modo che la domanda fosse stata scartata dal Comune per tale ragione.

Quanto alla potenzialità dannosa della condotta del Comune, la Corte d’appello ha rilevato che la concessione del finanziamento era indubbiamente aleatoria e, tuttavia, ciò non attenuava nè eliminava la responsabilità del Comune, avendo la Poliart documentato che due sue richieste precedenti e altre successive erano state accolte.

Secondo la Corte d’appello, poi, non poteva condividersi l’assunto del Comune in ordine alla non compatibilità del danno da risarcire con la natura non lucrativa della Poliart, atteso che il ristoro del nocumento cagionato dall’accertato comportamento negligente del Comune, mirando al ripristino della situazione precedente all’atto lesivo, non determinava un lucro dell’avente diritto.

Chiarito, quindi, che il danno lamentato era da perdita di chance, la Corte d’appello ha ritenuto che la liquidazione del danno nella misura del 20% dell’importo di cui si era richiesto il finanziamento rispondeva a equità, dovendosi comunque disattendere l’assunto del Comune secondo cui alla Cooperativa appellata non spettava alcuna somma, in forza del D.M. 5 maggio 1995, atteso che il vantaggio economico cui aveva fatto riferimento il Tribunale doveva intendersi non come arricchimento patrimoniale della Cooperativa, ma quale conseguimento di un mezzo per realizzare il proprio fine statutario.

Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso il Comune di Settimo Milanese sulla base di sei motivi; ha resistito, con controricorso, l’intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il Comune deduce il difetto di giurisdizione dei giudice ordinario.

Ad avviso del ricorrente, posto che il finanziamento cui si riferiva la domanda della Poliart rientrava tra i finanziamenti pubblici assegnati all’esito di un procedimento amministrativo nel quale il primo parere obbligatorio e vincolante circa la congruità e la fattibilità del progetto e sulla sua tempestività spettava a Comune, l’atto concessivo del finanziamento, adottato dal Ministero dopo lo svolgimento dello specifico procedimento, costituiva un provvedimento discrezionale e costitutivo, rispetto al quale il richiedente non poteva vantare altro che una posizione di interesse legittimo. E che questa fosse la posizione sostanziale della Poliart emergeva, ad avviso del ricorrente, dal rilievo che la stessa, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, aveva contestato non solo una perdita di chance, quanto piuttosto la perdita dell’intero contributo, sicchè risultava evidente la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo in relazione alla domanda proposta. Così come detta giurisdizione si doveva affermare con riferimento alla valutazione prognostica circa la possibilità che l’attrice ottenesse il finanziamento. In sostanza, la Corte d’appello avrebbe errato perchè non ha considerato che la fondatezza della pretesa sull’an e sul quantum del risarcimento per l’omesso finanziamento era materia rientrante nella giurisdizione esclusiva; non ha considerato che l’ammissione al finanziamento non costituiva un atto dovuto, ma si basava sul favorevole superamento di un iter procedimentale; ha preso atto solo della colpevole omissione dell’ente nella fase anteriore alla cd.

fase procedimentale, senza considerare se Poliart avesse diffidato il Comune o il Ministero ad esprimere le rispettive determinazioni endopro-cedimentali sul progetto.

In conclusione, il Comune formula il seguente quesito di diritto: “le controversie sui danni che scaturiscono da provvedimenti e condotte non conformi al diritto (ossia illecite nella prospettiva dell’art. 2043 c.c.), nella materia dei finanziamenti pubblici rientrano nella competenza del giudice amministrativo, nell’ambito della giurisdizione esclusiva?”.

2. Con il secondo motivo, il Comune denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 cod. civ., del D.Lgs. 9 ottobre 1990, n. 309 e successive modificazioni e integrazioni, del D.L. 17 marzo 1995, n. 82, art. 1, comma 2, del D.M. 5 maggio 1995, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5.

La sentenza impugnata, sostiene il ricorrente, finisce con l’attribuire alla Cooperativa un vantaggio patrimoniale di gran lunga superiore a quello che avrebbe ottenuto se la domanda di ammissione al finanziamento fosse stata accolta. Ai fini della valutazione della perdita di chance il Giudice del merito avrebbe dovuto tenere conto della probabilità effettiva di conseguire un certo bene patrimoniale, economicamente valutabile, e sempre che ne fosse provata la sussistenza secondo un calcolo di probabilità o per presunzioni. In tale operazione, avrebbe quindi dovuto considerare che l’art. 3 dello statuto della Cooperativa prevede che la stessa sia retta e disciplinata dai principi di mutualità senza fini di speculazione privata, e cioè senza scopo di lucro, ed avrebbe conseguentemente dovuto escludere la stessa configurabilità di un danno patrimoniale, laddove invece, l’accoglimento della domanda si è tradotto in un utile di impresa non giustificabile e non ammissibile ai sensi del D.P.R. n. 309 del 1990, in conflitto con lo statuto e le finalità della Cooperativa. Inoltre, prosegue il ricorrente, i giudici di merito avrebbero determinato il danno in misura largamente superiore a quella che normalmente viene praticata in analoghe fattispecie riguardo ad imprese commerciali, alle quali, secondo quanto stabilito dalla L. 20 marzo 1865, n. 2248, All. F, art. 345, viene riconosciuto un importo pari al 10% dell’offerta economica oggetto di aggiudicazione. Alla Cooperativa, che non ha scopo di lucro e rispetto alla quale non è quindi configurabile un vantaggio economico dall’ammissione al finanziamento, è invece stato riconosciuto un importo pari al 20% dell’importo dei finanziamento richiesto. Ed ancora, sostiene il ricorrente, la Corte d’appello avrebbe dovuto tenere conto della limitatissima probabilità che il progetto venisse ammesso al finanziamento e liquidare quindi un danno in misura sensibilmente inferiore al 10%.

A conclusione del motivo, il Comune formula il seguente quesito di diritto: “il risarcimento ex art. 2043 c.c. per perdita di chance ad un soggetto senza fini di lucro, ove determinato in via equitativa può essere rapportato in misura doppia all’utile d’impresa presuntivamente riconosciuto alle imprese commerciali (10% del valore del contratto)?”.

3. Con il terzo motivo, il Comune ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 309 del 1990 e successive modificazioni e integrazioni, del D.L. 17 marzo 1995, n. 82, art. 1, comma 2, del D.M. 5 maggio 1995, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5.

La stessa Corte d’appello, rileva il ricorrente, ha dato atto che l’esito della domanda di finanziamento era aleatorio e, tuttavia, ha riconosciuto un danno nella misura del 20% della somma richiesta. In realtà, era tutt’altro che certa l’ammissione del progetto al finanziamento, stante la inidoneità dello stesso e la mancanza di prova circa la sua riconducibilità alla tipologia dei progetti già presentati e ammessi al finanziamento negli anni precedenti, I giudici di merito non avrebbero poi tenuto conto del rilievo di esso ricorrente secondo cui in nessun atto del giudizio si trovava traccia della mera asserzione di Poliart che il progetto sarebbe stato realizzato, non essendo stata fornita alcuna indicazione sulla data, sui soggetti che sarebbero stati reinseriti, sui soci che sarebbero stati impegnati, sui tempi di svolgimento e sui compensi previsti. In tal modo sarebbe stato violato anche l’art. 2697 cod. civ., giacchè l’ingiustizia e la sussistenza del danno sarebbero stati frutto di una presunzione, non avendo il danneggiato fornito la prova di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie dannosa.

A conclusione del motivo, i Comune formula il seguente quesito di diritto: “in mancanza di adeguato supporto probatorio sulla ragionevole prospettiva di utile inserimento in graduatoria, è da ritenere congruo un risarcimento del danno da perdita di chance pari al 20% dell’importo di cui si chiede il finanziamento, per la mancata partecipazione ad una procedura selettiva di finanziamento pubblico?”.

4. Con il quarto motivo, il Comune deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 cod. civ., del D.P.R. n. 309 del 1990 e successive modificazioni e integrazioni, del D.L. 17 marzo 1995, n. 82, art. 1, comma 2, del D.M. 5 maggio 1995, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5.

I giudici di merito, sostiene il ricorrente, hanno ritenuto provato lo smarrimento del fascicolo, pur non essendo provata la riferibilità dello smarrimento ad una condotta di esso Comune e non essendo stato provato il nesso di causalità tra il comportamento degli uffici comunali e il mancato finanziamento del progetto. Non solo, infatti, esso ricorrente non aveva mai ammesso lo smarrimento del fascicolo, ma risultava del tutto improbabile lo smarrimento di una pratica che avrebbe dovuto essere assai voluminosa. La Cooperativa, del resto, aveva provato unicamente che era stata protocollata la domanda di ammissione, ma non era stata fornita alcuna prova della esistenza e del deposito degli allegati: profilo, questo, sul quale il giudice di appello non ha compiuto alcun accertamento.

Il motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “è ammissibile il risarcimento del danno per perdita di chance, in mancanza della prova del nesso di causalità tra il comportamento asseritamente dannoso dell’ente locale e la mancata ammissione del finanziamento di un soggetto richiedente un finanziamento pubblico, in presenza di un’istruttoria che dimostri l'(in)adeguatezza del progetto elaborato?”.

5. Con il quinto motivo, il Comune deduce, sotto un ulteriore profilo, violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 cod. civ., del D.P.R. n. 309 del 1990 e successive modificazioni e integrazioni, del D.L. 17 marzo 1995, n. 82, art. 1, comma 2, del D.M. 5 maggio 1995, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5.

La Cooperativa aveva la possibilità di inoltrare la domanda di finanziamento o tramite il servizio postale o mediante deposito presso gli uffici comunali. Ove avesse optato per la prima modalità e ove il plico fosse andato smarrito, l’istante avrebbe avuto diritto ad una indennità pari a dieci volte l’importo del diritto fisso di raccomandazione (D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, art. 28). La Corte d’appello non ha considerato tale dato normativo ai fini della determinazione del risarcimento, pur essendo alternative le possibilità di presentazione della domanda.

Il Comune formula quindi il seguente quesito di diritto: “il D.P.R. n. 156 del 1978, art. 28 (recte: 1973) è applicabile analogicamente al caso di smarrimento di una domanda affidata agli uffici comunali?”.

6. Con l’ultimo motivo, il ricorrente Comune deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1224 e 2043 cod. civ., del D.P.R. n. 309 del 1990 e successive modificazioni e integrazioni, del D.L. 17 marzo 1995, n. 82, art. 1, comma 2, del D.M. 5 maggio 1995, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., nn. 3 e 5.

La Corte d’appello, rileva il ricorrente, ha confermato la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto alla Cooperativa la rivalutazione monetaria, gli interessi del 3,096 per cento annuo dal 1997 e gli interessi legali dalla liquidazione al saldo. Avendo riconosciuto la rivalutazione, questa avrebbe dovuto assorbire il danno presunto per la mancata disponibilità della somma dovuta, dovendo essere riconosciuti gli interessi legali solo dalla data di liquidazione al saldo, in quanto solo in tal modo si poteva evitare una duplice liquidazione del medesimo danno.

li quesito si conclude con il seguente quesito di diritto: “al danneggiato da fatto illecito extracontrattuale, spettano sia la rivalutazione sia gli interessi compensativi sia gli interessi legali?”.

7. Il ricorso è inammissibile per inidoneità di tutti i quesiti di diritto con i quali si conclude l’esposizione dei singoli motivi.

Tutti i motivi di ricorso sono inammissibili, non rispondendo i quesiti di diritto formulati dai ricorrenti alle prescrizioni di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ..

Nella giurisprudenza di questa Corte si è infatti chiarito che “i quesito di diritto imposto dall’art. 366 bis cod. proc. civ., rispondendo all’esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, ed al tempo stesso, con una più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della S.C. di cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie, costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, e non può consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte di legittimità in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regola juris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata” (Cass., n. 11535 del 2008).

In particolare, “il quesito di diritto non può essere desunto dal contenuto del motivo, poichè in un sistema processuale, che già prevedeva la redazione del motivo con l’indicazione della violazione denunciata, la peculiarità del disposto di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 6, consiste proprio nell’imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità” (Cass., ord. n. 20409 del 2008).

Il quesito di diritto, quindi, “deve compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito;

b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare a caso di specie. E’, pertanto, inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge” (Cass., ord. n. 19769 del 2008; Cass., S.U., n. 6530 del 2008; v. anche Cass., n. 28280 del 2008).

Ed ancora, il ricorso per cassazione nel quale si denunzino con un unico articolato motivo d’impugnazione vizi di violazione di legge e di motivazione in fatto, è bensì ammissibile, ma esso deve concludersi “con una pluralità di quesiti, ciascuno dei quali contenga un rinvio all’altro, al fine di individuare su quale fatto controverso vi sia stato, oltre che un difetto di motivazione, anche un errore di qualificazione giuridica del fatto”. (Cass., S.U., n. 7770 del 2009).

Nella norma dell’art. 366 bis cod. proc. civ., infatti, “nonostante la mancanza di riferimento alla conclusività (presente, invece, per il quesito di diritto), il requisito concernente il motivo di cui al n. 5 del precedente art. 360 – cioè la “chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione della sentenza impugnata la rende inidonea a giustificare la decisione” – deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, di modo che non è possibile ritenerlo rispettato allorquando solo la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo riveli, all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una indicazione da parte del ricorrente, deputata all’osservanza del requisito del citato art. 366 bis, che il motivo stesso concerne un determinato fatto controverso, riguardo al quale si assuma omessa, contraddittoria od insufficiente la motivazione e si indichino quali sono le ragioni per cui la motivazione è conseguentemente inidonea sorreggere la decisione.

(Cass., n. 16002 del 2007; Cass., S.U., n. 20603 del 2007; Cass., n. 8897 del 2008) Ne consegue che “è inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito la cui formulazione, ponendosi in violazione di quanto prescritto dal citato art. 366-bis, si risolve sostanzialmente in una omessa proposizione del quesito medesimo, per la sua inidoneità a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie” (Cass., n. 26020 del 2008).

Così come sono inammissibili i motivi di ricorso fondati sulla violazione di leggi e quelli fondati su vizi di motivazione, ove non sorretti da quesiti separati, con la precisazione che non è consentito a ricorrente censurare con un unico motivo (e quindi con un unico quesito) sia la mancanza, sia l’insufficienza, sia la contraddittorietà della motivazione (Cass., n. 5471 de 2008).

Deve poi “escludersi che la formulazione dei quesiti di diritto e la chiara indicazione del fatto controverso con le caratteristiche indicate dall’art. 366 bis cod. proc. civ. possano reputarsi sussistenti per il fatto che la parte resistente abbia controdedotto, giacchè l’espressa previsione del requisito a pena di inammissibilità palesa non solo che l’interesse tutelato dalla norma (o meglio dalle norme, posto che l’indicazione di tale sanzione è prima contenuta nell’art. 366 n. 4 e poi ripetuta nell’art. 366-bis) non è disponibile ed è tutelato dalla rilevabilità d’ufficio (come sempre accade quando il legislatore ricorre alla categoria della inammissibilità, che non a caso è accompagnata dall’espressione preliminare evocativa della sanzione “a pena di”), ma esclude anche che possa assumere alcun rilievo in funzione di superamento del vizio l’atteggiamento della controparte, poichè, allorquando il legislatore ricorre alla categoria della inammissibilità, è escluso che l’atteggiamento della controparte possa assumere rilievo sotto il profilo del raggiungimento dello scopo, come invece è previsto per la nullità (art. 156 cod. proc. civ.): infatti, l’espresso ricorso da parte del legislatore alla sanzione della inammissibilità impedisce che il giudice possa ritenere soddisfatta l’esigenza a presidio della quale il legislatore ha previsto una certa forma a pena di inammissibilità in modo diverso che attraverso la forma indicata dal legislatore (Cass., ord. n. 16002 del 2007).

Nel quadro di tali principi, risulta evidente, ad avviso del Collegio, la non rispondenza dei quesiti di diritto formulati dal ricorrente allo schema che si è delineato.

Il quesito con il quaie si conclude il primo motivo di ricorso si risolve, infatti, in un mero interpello circa la soluzione di una questione di giurisdizione, senza alcun riferimento alle specifiche vicende del giudizio di merito e senza alcun riferimento alla ragione posta a fondamento della decisione impugnata. Il quesito, quindi, risulta generico e dalla risposta che ad esso venga data in un senso o nell’altro, certamente non può farsi discendere la decisione sulla proposta questione di giurisdizione.

Anche il quesito conclusivo del secondo motivo di ricorso risulta i- nammissibile, giacchè esso contiene ad un tempo la denuncia di violazione di legge (art. 2043 cod. civ.) e la censura della liquidazione equitativa del danno effettuata dal giudice di merito, e, quindi, una censura attinente alla motivazione della sentenza impugnata.

Per quanto attiene al terzo motivo, il quesito postula un accertamento di fatto – la mancanza di un adeguato supporto probatorio – con riferimento al quale il Comune ricorrente omette di indicare, sia pure sinteticamente, le ragioni addotte a sostegno della decisione impugnata sul punto. Il quesito, dunque, da un lato, risulta formulato come quesito di diritto pur se si riferisce ad un denunciato vizio motivazionale; dall’altro, non risponde alle caratteristiche che la denuncia di un siffatto vizio deve avere, secondo la richiamata giurisprudenza di questa Corte.

Considerazioni analoghe valgono per il quesito conclusivo del quarto motivo di ricorso, dovendosi solo aggiungere che tale quesito postula un accertamento di fatto – la presenza di un’istruttoria che dimostri l’inadeguatezza del progetto elaborato – escluso dalla sentenza impugnata, senza che, tuttavia, vengano indicate nella sintesi conclusiva del motivo, le ragioni per le quali la sentenza impugnata sarebbe sul punto affetta dal denunciato vizio di motivazione.

I quesiti conclusivi del quinto e del sesto motivo, infine, sono inammissibili dal momento che gli stessi si risolvono in un mero interpello e sono del tutto svincolati da qualsiasi riferimento sia alle ragioni della decisione, sia alla regola di diritto applicata dal giudice del merito.

8. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

In applicazione del criterio della soccombenza, i Comune ricorrente deve essere condannato alla refusione delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 2.200,00 di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili, della Corte Suprema di cassazione, il 15 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2011

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