Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14657 del 18/07/2016


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Cassazione civile sez. III, 18/07/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 18/07/2016), n.14657

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24780/2013 proposto da:

A.G., (OMISSIS), M.S. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CELIMONTANA 38, presso lo

studio dell’avvocato PAOLO PANARITI, che li rappresenta e difende

giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

MI.DI., C.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

A. GRAMSCI 34, presso lo studio dell’avvocato LUCIO FRANCARIO, che

li rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALBERTO BORGHETTI

giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2395/2012 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 09/11/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/05/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Avendo Mi.Di. e C.R. citato davanti al Tribunale di Verona A.L. e M.S., loro vicini di casa, per il risarcimento dei danni che ne avrebbero subito per ingiurie e comportamenti di disturbo, ed essendosi i convenuti costituiti resistendo e proponendo domanda riconvenzionale per gli stessi episodi, l’adito Tribunale, con sentenza n. 2908/2004, ritenuto che entrambe le coppie avessero commesso gli illeciti, condannava ciascuna di esse a risarcire l’altra per Euro 20.000 per i conseguenti danni, compensando i risarcimenti e le spese.

Avendo proposto appello principale A.L. e M.S. e appello incidentale Mi.Di. e C.R., la Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 30 ottobre – 9 novembre 2012, accoglieva l’appello principale e respingeva l’appello incidentale, condannando quindi A.L. e M.S. a risarcire controparte per Euro 20.000.

2. Hanno presentato ricorso A.L. e M.S., sulla base di tre motivi: il primo denuncia vizio motivazionale, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quanto alla valutazione da parte della corte territoriale di un decreto penale di condanna e di una sentenza penale di condanna e alla costituzione come parte civile nel processo penale di Mi.Di.; il secondo lamenta vizio motivazionale in ordine alla liquidazione del danno non patrimoniale; il terzo denuncia nullità della sentenza o del procedimento quanto all’ammissione dei mezzi istruttori.

Si difendono con controricorso Mi.Di. e C.R., chiedendo il rigetto del ricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3. Il ricorso è infondato.

3.1 Il primo motivo lamenta omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, su fatti decisivi, individuati in una sentenza penale di condanna n. 1151/2004 della Corte d’appello di Venezia, passata in giudicato, in un decreto penale di condanna del gip del Tribunale di Verona del 28 novembre 2000 e nella costituzione del Mi. come parte civile nel giudizio da cui è sortito il giudicato della Corte d’appello di Venezia.

In particolare, si osserva che nella sentenza impugnata sono stati richiamati a carico dei ricorrenti i suddetti provvedimenti penali, senza motivare però su alcuni dati: il fatto che la sentenza penale del 2004 abbia assolto M.S., il fatto che Mi.Di. si sia costituito parte civile in quel giudizio, in cui A.L. fu condannato al risarcimento ed effettivamente poi risarcì, il fatto che il decreto penale, pur se definitivo, non costituisce giudicato vincolante ex art. 651 c.p.p., non essendo provvedimento emesso a seguito di dibattimento. Non sarebbe stata spiegata la modalità di determinazione del quantum dei danni da risarcire, per il quale tra l’altro si sarebbe dovuto tener conto che gli stessi danni erano già stati risarciti da A.L. alla parte civile e non sarebbero stati rispettati i limiti dettati dall’art. 654 c.p.p.” avendo il giudice d’appello soltanto richiamato il decreto penale, senza fondarsi su prove relative all’an e al quantum dei danni.

Il motivo, come si è visto, denuncia un vizio motivazionale in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (qui applicabile nel testo vigente essendo stata pubblicata l’impugnata sentenza in data 9 novembre 2012). Non può pertanto trovar spazio una censura di violazione di legge, come sarebbero quelle che potrebbero evincersi dal riferimento agli artt. 651 e 654 c.p.p., nell’ambito degli argomenti sopra sintetizzati.

Nella parte finale del motivo, poi, i ricorrenti lamentano le modalità di determinazione del quantum dei danni, a tale aspetto dedicando anche il riferimento all’art. 654 c.p.p.. Prescindendo allora da quest’ultimo per quel che si è appena osservato, deve rilevarsi che il primo motivo laddove adduce vizio motivazionale sulla determinazione del quantum è il caso che sia valutato congiuntamente al secondo motivo, il quale, ancora ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, denuncia omessa e/o insufficiente motivazione sulla liquidazione del danno non patrimoniale, perchè la sentenza impugnata non avrebbe spiegato, appunto, la determinazione del quantum del danno (nè lo avrebbe spiegato la sentenza di primo grado).

Riguardo, allora, a tale determinazione, non può essere censurata come vizio motivazionale la mancata menzione, da parte del giudice d’appello, del risarcimento che, secondo i ricorrenti, A.L. avrebbe già operato a favore della parte civile in conseguenza della sentenza penale della Corte d’appello di Venezia del 2004 – e ciò vale, logicamente, anche per quel che concerne il fatto della costituzione come parte civile in tale giudizio di Mi.: a parte che al riguardo il ricorso non è esente da genericità, si tratta, a ben guardare, non di vizio motivazionale, bensì di contestazione sull’esistenza del credito risarcitorio di Mi. nei confronti dell’ A., ovvero di una questione fattuale la cui valutazione è preclusa al giudice di legittimità. La doglianza, pertanto, non è accoglibile.

3.2 La residua porzione del primo motivo a sua volta non presenta consistenza. Infatti, pur essendo veritiero che con la sentenza penale del 14 luglio 2004 (allegata al ricorso come documento n. 5) la Corte d’appello di Venezia ha assolto l’attuale ricorrente M.S. dall’unico reato che era stato a lei contestato (art. 635 c.p., di cui al capo A dell’imputazione) per non aver commesso il fatto, dalla sentenza in questa sede impugnata non emerge affatto che questo sia un fatto decisivo, idoneo cioè a scardinare la struttura motivazionale. Infatti, la corte territoriale non si fonda solo sulla sentenza, ma anche sul “decreto penale di condanna emesso dal Gip di Verona in data 28.11.2000 nei confronti di A.G. e M.S., divenuto definitivo il 27.12.2000”; e la valutazione di fatto operata pertanto dalla corte territoriale sulla idoneità di quanto emergente dal decreto penale per ritenere gli attuali ricorrenti responsabili degli illeciti che specificamente poi elenca non costituisce, ovviamente, un vizio motivazionale, non avendo d’altronde il giudice d’appello neppure espressamente affermato che la sentenza di secondo grado penale abbia condannato la M. (mentre per il decreto penale di condanna è offerto un esplicito riferimento ad entrambi gli attuali ricorrenti, la sentenza penale di primo grado viene definita “parzialmente riformata dalla sentenza della Corte d’appello di Venezia”, senza affermare, pertanto, che pure la ricorrente vi sia stata condannata). E il successivo riferimento alla formazione di un giudicato come conseguenza di provvedimento penale divenuto irrevocabile, come già più sopra si rilevava, non può essere tradotto in doglianza in un motivo come questo, che è stato incastonato dai ricorrenti nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anzichè nell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Il motivo pertanto non merita accoglimento.

3.3 Il terzo motivo denuncia nullità della sentenza o del procedimento ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione alla istanza istruttoria avanzata dai ricorrenti in sede d’appello, allorquando, cioè, avevano questi insistito perchè, “se ritenuto necessario”, fosse disposta “l’eventuale ammissione dei mezzi istruttori” dedotti in primo grado nel caso in cui “il Collegio abbia a trovarsi in una situazione di dubbio”: e su ciò la sentenza nulla menziona.

Il motivo è infondato, a tacer d’altro perchè la suddetta richiesta, come puntualizzano gli stessi ricorrenti, era stata formulata in relazione all’ipotesi in cui il giudice d’appello reputasse la necessità di accoglierla: onde, implicitamente quanto logicamente, non ammettendo i mezzi di prova, la corte territoriale ha optato per l’assenza di necessità, id est per l’assenza di una situazione di dubbio.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Considerate le particolarità della vicenda e la difformità dei giudizi in cui sono sfociati i due gradi di merito, si stima equo compensare integralmente le spese processuali del grado di legittimità.

Sussistono D.P.R. n. 115 del 2012, ex art. 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo.

PQM

Rigetta il ricorso compensando le spese processuali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2016

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