Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14644 del 09/07/2020

Cassazione civile sez. lav., 09/07/2020, (ud. 03/03/2020, dep. 09/07/2020), n.14644

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26253-2015 proposto da:

– I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA n. 29 presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONINO SGROI,

CARLA D’ALOISIO, ESTER ADA SCIPLINO e LELIO MARITATO;

– ricorrente –

e contro

F.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2711/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 07/05/2015, R.G.N. 6833/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/03/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO ALESSANDRO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato ANTONINO SGROI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 2711/2015 la Corte di appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado di accoglimento della domanda di F.A. intesa al riconoscimento dell’anzianità contributiva di 52 settimane in relazione al periodo 1 gennaio 1999/31 dicembre 2008 in cui aveva lavorato come assistente di volo in part time verticale ciclico.

1.1. Ha ritenuto il giudice di appello, richiamata la sentenza della Corte di Giustizia 10.6.2010 resa nei procedimenti riuniti C-395/2008, E c 396/2008, che la disciplina di riferimento – L. n. 638 del 1983, art. 7 – ove interpretata, come preteso dall’INPS, nel senso che l’anzianità contributiva utile ai fini di determinazione della data di acquisizione del diritto a pensione dovesse essere calcolata diversamente per il lavoratore a tempo pieno e per il lavoratore part time con esclusione, per quest’ultimo, del computo dei periodi non lavorati, si poneva in contrasto con il principio di non discriminazione sancito dalla Direttiva n. 97/81/CE ed in particolare dalla clausola n. 4 dell’allegato accordo quadro sul lavoro a tempo parziale, concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES, risultando il differente trattamento riservato al lavoratore con part time verticale contrario a tale previsione in quanto privo di oggettiva giustificazione per essere ancorato esclusivamente alla specifica tipologia di contratto di lavoro subordinato adottata.

2. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso l’INPS sulla base di due motivi; la parte intimata non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso l’INPS deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art. 288 T.F.U.E., della sentenza della Corte di Giustizia 10.6.2010 resa nei procedimenti riuniti C-395/2008, e C 396/2008, degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione. Censura la decisione impugnata in quanto in larga parte fondata, come evincibile dal riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia 10.6.2010 resa nei procedimenti riuniti C-395/2008, e C396/2008, sul principio di parità di trattamento tra lavoratori part time e lavoratori a tempo pieno tratto dall’ordinamento comunitario laddove, in relazione alla materia della sicurezza sociale nella quale si inscrive, per come pacifico, la odierna controversia. Tale materia, assume, sarebbe sottratta all’ambito regolato dal diritto comunitario posto che l’art. 48 TFUE si limita a prevedere solo il coordinamento delle singole legislazioni in materia di sicurezza sociale e non anche la necessità di una loro armonizzazione.

2. Con il secondo motivo di ricorso l’INPS deduce, in via subordinata, violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 9,D.L. n. 726 del 1984, art. 5, comma 11 convertito con modificazioni dalla L. n. 638 del 1984 e del D.L. n. 463 del 1983, art. 7, comma 1, convertito con modificazioni dalla L. n. 638 del 1983, nonchè della sentenza della Corte di Giustizia del 10 giugno 2010, resa nei procedimenti riuniti C-395/08 e C- 396/08. Denunzia, inoltre, vizio di motivazione. Censura la sentenza impugnata in quanto in contrasto con la corretta ricognizione della disciplina interna di riferimento alla stregua della quale il computo dell’anzianità contributiva doveva essere effettuato in proporzione al concreto orario di lavoro osservato.

3. I motivi, trattati congiuntamente per connessione, sono infondati.

3.1. Secondo il consolidato orientamento del giudice di legittimità, (Cass. 23/10/2018, n. 26824; Cass. 10/04/2018 n. 8772; Cass. 29/04/2016, n. 8565), il D.L. n. 726 del 1984, art. 5, comma 11, (in forza del quale ai fini della determinazione del trattamento di pensione l’anzianità contributiva “inerente ai periodi di lavoro a tempo parziale” va calcolata “proporzionalmente all’orario effettivamente svolto”) va inteso, sia per formulazione della disciplina, sia (Cass. 02/12/2015, n. 24532), sia per ragioni di conformità rispetto alla normativa Eurounitaria (come interpretata dalla CGUE, 10 giugno 2010 cause riunite C-395/08 e C-396/08) sia anche per ragioni di parità di trattamento proprie già del diritto interno (Cass. 06/07/2017, n. 16677), nel senso che l’ammontare dei contributi versati ai sensi del D.L. n. 463 del 1983, art. 7 (o poi sulla base delle successive ed identiche previsioni di cui al D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 9, comma 4, e di cui al D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 11, comma 4), debba essere riproporzionato sull’intero anno cui i contributi stessi ed il rapporto si riferiscono, non potendosi quindi escludere dal calcolo dell’anzianità contributiva utile per acquisire il diritto alla pensione nei confronti dei lavoratori con rapporto a tempo parziale cd. verticale ciclico, i periodi non lavorati nell’ambito del programma negoziale lavorativo concordato con il datore di lavoro.

2.2. In tale contesto, come puntualizzato da Cass. 06/07/2017 n. 16677 (in motivazione), il riferimento al principio di parità di trattamento tra lavoratori a tempo parziale e lavoratori a tempo pieno derivato dal diritto comunitario non implica che la materia in esame sia considerata direttamente assoggettata alla disciplina cui alla direttiva n. 97/81/CE (chè anzi la Corte di Giustizia non manca di chiarire che quest’ultima concerne esclusivamente “le pensioni che dipendono da un rapporto di lavoro tra lavoratore e datore di lavoro, ad esclusione delle pensioni legali di previdenza sociale”: cfr. CGUE, 10.6.2010, Bruno et al., p. 42), ma assume rilievo nel senso di ricavare (anche) dalla disciplina comunitaria una conferma di quel principio di parità di trattamento tra lavoratori a tempo pieno e a tempo parziale già immanente nell’ordinamento interno ai fini previdenziali.

3. In base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto.

4. Non si fa luogo al regolamento delle spese di lite non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

5. Sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535 del 2019).

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2020

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