Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14641 del 18/07/2016


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Cassazione civile sez. lav., 18/07/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 18/07/2016), n.14641

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23281/2014 proposto da:

R.A.M., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PANARO 25, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO VISCO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO SPATARO,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE A.S.L. RM “(OMISSIS)”, in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

MENGHINI MARIO 21, presso lo studio dell’avvocato PASQUALE PORFILIO,

rappresentata e difesa dall’avvocato FABRIZIO CIMINI, giusta delega

in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5666/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/07/2014, R.G. N. 8250/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

udito l’Avvocato FRANCESCO VISCO;

udito l’Avvocato PASQUALE PORFILIO per delega FABRIZIO CIMINI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 5666 del 2014, accoglieva l’impugnazione proposta dalla Azienda Unità Sanitaria Locale ASL RM (OMISSIS), nei confronti di R.A.M., avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Tivoli l’11 maggio 2012, e in parziale riforma di quest’ultima rigettava la domanda proposta dalla lavoratrice. Rigettava l’appello incidentale proposto dalla R. avverso la medesima sentenza.

2. La R. aveva impugnato i provvedimenti con i quale la AUSL era receduta dal rapporto di lavoro a termine a conclusione di una procedura disciplinare avviata nei suoi confronti e conclusa con la risoluzione del rapporto di lavoro a tempo determinato come dirigente, nonchè i provvedimenti con i quali la lavoratrice era stata spostata e/o nuovamente assegnata ad altro incarico (dall’incarico di Responsabile della U.O.C. dipartimento gestione risorse umane a quello di Responsabile della U.O.C. personale dipendente trattamento economico). Aveva, altresì, proposto domanda di risarcimento dei danni.

3. Il Tribunale aveva disatteso l’eccezione di prescrizione formulata dal datore di lavoro e aveva accolto, in parte, la domanda della ricorrente dichiarando nullo il recesso in quanto adottato da organo incompetente, con condanna al risarcimento dei danni.

4. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre la lavoratrice prospettando due motivi di impugnazione.

5. La ricorrente, in prossimità dell’udienza pubblica, ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1422 c.c., nonchè del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 59, del D.Lgs. n. 165 del 2001, ora art. 55, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Assume la ricorrente che, nella specie, come affermato dal giudice di primo grado, non si verterebbe in ipotesi di licenziamento annullabile, per il quale opererebbe il termine quinquennale di prescrizione, ma di recesso datoriale nullo, e dunque nessun termine di prescrizione potrebbe operare. Il Tribunale aveva ritenuto nulla anche la nota con la quale veniva conferito ad essa R. l’incarico non dirigenziale di responsabilità dell’unità organizzativa del personale dipendente, in quanto privo di effettiva motivazione. Tuttavia, nella sentenza della Corte d’Appello non si faceva riferimento nè all’accertata nullità del provvedimento di attribuzione di altro incarico, nè dell’atto di recesso, nonostante l’eccezione opposta nella comparsa di costituzione in appello, con riferimento al primo motivo di ricorso della AUSL, ove si leggeva “Va detto in primo luogo che nel ricorso di primo grado la ricorrente chiedeva accertarsi la illegittimità e/o nullità del recesso per giusta causa della ASL”.

1.1. Il motivo è inammissibile.

Occorre premettere che la Corte d’Appello ha riformato, in parte, la sentenza di primo grado perchè ha ritenuto intervenuta la prescrizione quinquennale.

Tale statuizione ha quale indefettibile presupposto logico-giuridico l’aver qualificato causa di annullabilità i vizi prospettati con la domanda introduttiva del giudizio, a fondamento dell’illegittimità del recesso.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass., n. 17049 del 2015, ord. n. 1926 del 2015), per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamente erronea – compiuta dal giudice di merito.

I principi di chiarezza e analiticità del ricorso impongono che esso, e quindi i motivi contenuti nello stesso, contengano tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa.

Tali principi si applicano anche nel caso in cui il ricorrente denunzi che il giudice di appello abbia omesso di pronunziare su apposita censura mossa con l’ano di gravame, o eccezione sollevata con la comparsa di costituzione (come nel caso di specie, quella con la quale la lavoratrice avrebbe rinnovato la dedotta nullità del licenziamento).

Ed invero, non essendo tale eccezione indicata nella sentenza di secondo grado, dove, peraltro, con riguardo al ricorso introduttivo si fa riferimento alla domanda proposta per “sentir dichiarare l’illegittimità dei provvedimenti” impugnati di licenziamento e di assegnazione ad altro incarico, era onere della ricorrente trascriverla nel ricorso in esame, nel suo complesso e cioè riportando la relativa domanda, comprensiva di causa petendi, proposta nel giudizio di primo grado, richiamata per relationem, onde consentire alla Corte, da un lato, di verificare che la questione prospettata non sia “nuova”, anche con riguardo ai presupposti di fatto richiesti dalla diversa disciplina invocata (Cass., n. 26906 del 2014), e – come tale inammissibile, dall’altro di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte.

Non avendo la ricorrente assolto tale onere, in quanto – dalla lettura del ricorso – non è dato cogliere quale fosse il contenuto in fatto e in diritto di detta eccezione, formulata con la comparsa di costituzione in appello per relationem alla domanda introduttiva del giudizio, la censura va dichiarata inammissibile.

2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1442 c.c., nonchè degli artt. 410, 410-bis e 412-bis c.p.c. (previgenti) in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Espone la ricorrente che la Corte d’Appello non avrebbe tenuto conto dell’effetto interruttivo della prescrizione operato dal tentativo obbligatorio di conciliazione, all’epoca vigente.

Riepilogava in fatto che la lettera con cui veniva impugnato il provvedimento di recesso, datata 1 dicembre 2003, veniva inviata il 2 dicembre 2003 e ricevuta dal datore di lavoro il 4 dicembre 2003, nonchè alla DPL il 5 dicembre 2003.

In data 20 gennaio 2004, la Azienda ASL Roma (OMISSIS) provvedeva ad inviare alla DPL proprie osservazioni scritte, ricevute il 24 gennaio 2004. Il 24 gennaio 2005 la DPL inviava sia alla lavoratrice sia al datore di lavoro la comunicazione della convocazione per l’esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione che si sarebbe svolto il 28 febbraio 2005. Tale data, quindi, rientrava ampiamente entro i cinque anni dall’impugnazione del licenziamento. Successivamente, il ricorso di primo grado veniva depositato il 22 dicembre 2008.

2.1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.

L’azione volta ad impugnare il licenziamento illegittimo, in quanto diretta a fare valere un vizio di annullabilità, si prescrive in cinque anni e tale prescrizione determina – al pari della decadenza dall’impugnativa del licenziamento – l’estinzione del diritto di far accertare l’illegittimità del recesso datoriale e, quindi, di azionare le conseguenti pretese risarcitorie, residuando, in favore del lavoratore licenziato, la sola tutela di diritto comune per far valere un danno diverso da quello previsto dalla normativa speciale sui licenziamenti, quale ad esempio quello derivante da licenziamento ingiurioso (Cass., n. 18732 del 2013) Una volta osservato il termine previsto della L. n. 604 del 1966, art. 6, con l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, la successiva azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo può essere proposta nel termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c., decorrente dalla comunicazione del recesso, senza che tale termine possa restare interrotto dal compimento di una diversa attività, quale l’istanza per il tentativo di conciliazione stragiudiziale (Cass., n. 28514 del 2008).

In termini, Cass., ord. n. 5651 del 2016 che ricorda come già con la decisione del n. 13046 del 2006, questa S.C. ha statuito che lo stesso tenore letterale dell’art. 410 c.p.c., comma 2 (applicabile nella formulazione anteriore all’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010), distinguendo tra interruzione della prescrizione e sospensione del termine di decadenza, non consente di ritenere che l’instaurazione del tentativo obbligatorio di conciliazione comporti anche la sospensione del decorso del termine prescrizionale.

Correttamente, quindi, la Corte d’Appello ha escluso che il termine di prescrizione fosse stato sospeso nelle more della fissazione dell’inizio della conciliazione da parte dell’Ufficio provinciale del lavoro.

3. Il ricorso deve essere rigettato.

4. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

5. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in euro cento per esborsi, Euro tremila per compensi professionali, oltre spese generali in misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2016

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