Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14631 del 06/06/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 14631 Anno 2018
Presidente: CRISTIANO MAGDA
Relatore: CENICCOLA ALDO

sul ricorso n. 1436\2013 proposto da

Ud. 19.1.2018

CAVALLUZZO Vincenzo (CF CVLVCN41C22A783T) rapp.to e difeso per
procura in calce al ricorso dall’avv. Francesco De Santis presso il quale
elettivamente domicilia in Roma al viale Cortina d’Ampezzo n. 269
– ricorrente contro
SANDULLI Michele (CF SNDMHL42A06A782B) e ZENO Massimo
(CFZNEMSM59D29G902) in proprio e nella qualità di curatori del
fallimento di Giordano Pietro, elettivamente domiciliati in Roma alla via
XX Settembre n. 3 presso lo studio dell’avv. Antonio Nardone che li
rappresenta e difende in virtù di procura a margine del controricorso
– controricorrenti nonché
CARPENTIERI Luciana
-intimato-

avverso il decreto del 5 novembre 2012 del Tribunale di Benevento;

k-5

Data pubblicazione: 06/06/2018

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del giorno
19 gennaio 2018 dal relatore dr. Aldo Ceniccola.

Rilevato che:
con decreto del 5.11.2012 il Tribunale di Benevento, sulla richiesta di
liquidazione dei compensi avanzate dai curatori che nel tempo si erano

tenuto conto dell’ammontare delle attività realizzate, del passivo
fallimentare, dell’opera prestata da ciascuno, della difficoltà, laboriosità
e durata dell’incarico, in favore della d.ssa Carpentieri Luciana la
somma di C 8.500, in favore del dott. Cavalluzzo Vincenzo la somma di
C 1500 ed in favore dell’avv. Sandulli Michele e del dr. Zeno Massimo la
somma complessiva di C 1500, il tutto oltre accessori e spese in favore
di ciascuno;
avverso tale decreto il dott. Cavalluzzo Vincenzo propone ricorso per
cassazione sulla base di quattro motivi. Resistono l’avv. Sandulli Michele
ed il dr. Zeno Massimo in proprio e quali curatori del fallimento
Giordano Pietro, mediante controricorso. Il ricorrente ha depositato
memoria;

Considerato che:
1)con il primo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa
applicazione dell’art. 39 l.fall., in relazione all’art. 102 c.p.c., agli artt.
111 e 24 Cost., agli artt. 737 ss. c.p.c. ed agli artt. 1 e 2 del d.m. n. 30
del 2012 (ex art. 360 n. 3 c.p.c.), nonché la nullità del procedimento e
del provvedimento impugnato (art. 360 n. 4 c.p.c.), in quanto nel corso
del procedimento ex art. 39 I.fall. il Tribunale avrebbe omesso di
assicurare il contraddittorio tra i curatori succedutisi nel tempo; in
particolare, lamenta che non gli sia stato reso noto nè il contenuto delle
istanze di liquidazione dei compensi degli altri curatori nè il contenuto
dei chiarimenti depositati dall’avv. Sandulli e dal dr. Zeno sulla sua
richiesta di liquidazione e su quella depositata dalla d.ssa Carpentieri, e

succeduti nella gestione del Fallimento di Giordano Pietro, liquidava,

che gli sia stato perciò impedito di esporre al riguardo eventuali
controdeduzioni;
2)con il secondo motivo lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo
per il giudizio (art. 360, n. 5, c.p.c.) avendo il Tribunale omesso di
considerare, ai fini del calcolo dell’attivo al quale rapportare il
compenso, due rilevanti poste, quali il ricavato dalla vendita coattiva di

del fallimento, promossa dalla creditrice fondiaria Banca di Roma, ed il
valore di un terreno (in comproprietà tra il fallito e la moglie) acquisito
alla procedura fallimentare e valutato per l’intero in C 42.000;
3)con il terzo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione
dell’art. 39 I.fall. e dell’art. 1 d.m. n. 30 del 2012 (in relazione all’art.
360 n. 3 c.p.c.) in quanto il Tribunale, trascurando l’esistenza ed il
valore dei cespiti sopra indicati, non avrebbe calcolato il compenso
spettante ai curatori tenendo conto dell’effettivo attivo realizzato;
4)con il quarto motivo lamenta la violazione e falsa applicazione
dell’art. 39 I.fall., anche in relazione agli artt. 1 e 2 del d.m. n. 30 del
2012 (art. 360 n. 3 c.p.c.), nonchè la motivazione apparente e la nullità
del provvedimento impugnato, avendo il Tribunale violato ogni criterio
di proporzionalità nella suddivisione delle somme spettanti ai curatori e
trascurato ogni riferimento ai periodi di effettivo svolgimento delle
rispettive funzioni ed alle attività liquidatorie da ciascuno specificamente
svolte;
5)il primo motivo è fondato;
secondo quanto già condivisibilmente statuito da questa Corte “la
previsione della complessiva determinazione del compenso al curatore e
del successivo riparto tra i due curatori, succedutisi nella funzione,
comporta, stante l’unitarietà della situazione sostanziale, la necessità
della partecipazione al procedimento camerale di cui all’art. 39 legge
fa/I. di ambedue i soggetti che hanno rivestito tale qualità, al fine di
individuare la frazione spettante a ciascuno, nel rispetto del principio del
contraddittorio” (Cass. n. 13551 del 2012);

un immobile intervenuta nella procedura esecutiva, già in atto alla data

il richiamo alla necessità del rispetto del principio del contraddittorio è
presente anche in Cass. n. 25532 del 2016, secondo cui “la complessiva
determinazione del compenso spettante al curatore del fallimento ed il
suo successivo riparto tra i soggetti succedutisi nella funzione necessita,
stante l’unitarietà della situazione sostanziale, della partecipazione al
procedimento camerale di tutti coloro che hanno rivestito tale qualità, al

principio del contraddittorio” ed in Cass. n. 8404 del 2016 (sia pure, in
quest’ultima, con il riferimento “alle forme più idonee individuate dal
collegio”);
affinchè tale principio possa considerarsi realmente ed efficacemente
rispettato, tuttavia, con riferimento al caso in cui due (o più curatori) si
siano avvicendati nella carica, non è sufficiente che il primo sia stato
posto nella condizione di evidenziare al Tribunale, attraverso il deposito
di una memoria esplicativa, i singoli aspetti qualificanti l’attività di
gestione posta in essere, unitamente ai conteggi relativi alle proprie
spettanze, occorrendo piuttosto che, qualora dall’esame della memoria
depositata dall’ultimo curatore emergano elementi concretamente
idonei a smentire il quadro ricostruttivo svolto dal precedente curatore
(e dunque suscettibili di incidere negativamente sulla determinazione
del suo compenso), quest’ultimo sia posto in grado, eventualmente
attraverso il deposito di un’ulteriore memoria illustrativa, di poter
replicare efficacemente alle osservazioni contenute nella relazione
presentata al Tribunale dall’ultimo curatore e diretta alla determinazione
del compenso complessivo e della frazione spettante a ciascuno;
la piena attuazione del principio del contraddittorio, infatti,
ripetutamente richiamato nei citati arresti, deve trovare piena
attuazione: non solo, dunque, con riferimento al suo aspetto
partecipativo (consentendo al curatore di accedere al procedimento
volto alla determinazione del compenso), ma anche riguardo al profilo
più strettamente difensivo, ponendolo nelle condizioni di replicare alle

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fine di individuare la frazione spettante a ciascuno nel rispetto del

osservazioni, svolte dal curatore successivo, potenzialmente in grado di
influire in modo peggiorativo sulla sua posizione;
6)il secondo ed il terzo motivo, che possono essere congiuntamente
esaminati, sono infondati.
come risulta dal controricorso, il tribunale ha omesso di includere fra
l’attivo realizzato il valore di un immobile abbandonato dalla procedura

parte del creditore fondiario, in relazione al quale nessuna attività è
stata compiuta dalla curatela;
in proposito va rilevato che il valore dell’immobile abbandonato non
va in effetti considerato ai fini della determinazione dell’attivo rilevante
per il calcolo del compenso, dovendosi fare riferimento solo all’attivo
derivante da una attività di tipo realmente liquidatorio e dunque idonea
a realizzare un incremento patrimoniale per la procedura fallimentare;
quanto all’ulteriore elemento trascurato dal tribunale, consistente nel
valore dell’immobile venduto in sede esecutiva su iniziativa del creditore
fondiario, si osserva quanto segue;
secondo l’orientamento consolidato di questa Corte, la valutazione
delle attività compiute dal curatore ai fini della realizzazione dell’attivo
nell’ambito della procedura concorsuale costituisce apprezzamento di
fatto rimesso all’esclusiva valutazione del tribunale: partendo da tale
presupposto, Cass. n. 11952 del 1993 ha ritenuto corretta la decisione
del Tribunale di escludere che l’importo ricavato dalla procedura
singolare promossa dal creditore fondiario fosse configurabile come
“attivo realizzato”, sul rilievo che, se pure il curatore era intervenuto
nella procedura esecutiva, l’importo stesso era stato interamente
ricavato al di fuori del fallimento mercè l’operato di organi diversi dalla
curatela e che esso non era in alcun modo e neanche in parte confluito
nella massa attiva del fallimento;
da tale decisione si ricava chiaramente il principio secondo il quale
allorchè il curatore sia intervenuto nell’esecuzione promossa dal
creditore fondiario, il tribunale, con apprezzamento di fatto

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fallimentare e di un ulteriore immobile oggetto di esecuzione forzata da

insuscettibile di sindacato in sede di legittimità, deve verificare se
l’attività concretamente posta in essere dal curatore si sia tradotta in un
risultato realmente utile per la massa dei creditori, verificando ad
esempio se il curatore abbia riscosso le rendite dei beni ipotecati o in
parte il prezzo ai fini della graduazione;
nella stessa prospettiva, d’altronde, va considerato l’ulteriore

un’opposta conclusione) rinvenibile in Cass. n. 100 del 1998 che,
confermando espressamente il criterio di valutazione sostanzialistica
dell’opera del curatore e riaffermata l’esigenza che il compenso venga
determinato valutando l’attività nel suo complesso, ha preso in esame
il caso in cui la vendita dell’unico cespite immobiliare gravato da ipoteca
per credito fondiario era stata realizzata direttamente dal curatore, per
pervenire alla conclusione che l’attività andava compensata con
riferimento all’effettivo valore del bene, corrispondente appunto al
prezzo realizzato;
con riferimento all’ipotesi oggetto del presente giudizio, deve rilevarsi
che se è vero che il Tribunale ha omesso di motivare riguardo alle
ragioni della mancata inclusione, nell’attivo realizzato, del ricavato della
vendita promossa dal creditore fondiario, è anche vero che il ricorrente
ha trascurato a sua volta di evidenziare i fatti dai quali dipende la
decisività dell’omissione, se cioè il curatore sia intervenuto nella
procedura esecutiva, se abbia svolto un’attività diretta a realizzare una
concreta utilità per la massa dei creditori, se una parte del ricavato
della vendita sia stata incamerata dalla procedura fallimentare;
intanto dunque l’omissione del Tribunale avrebbe avuto un peso
decisivo se ed in quanto il ricorrente avesse valorizzato il compimento di
un’attività concretamente preordinata alla gestione dell’immobile, alla
realizzazione del ricavato o alla distribuzione di parte di quest’ultimo in
favore dei creditori, non potendosi, in mancanza, considerare scorretta
la mancata inclusione nell’attivo realizzato del ricavato della vendita
promossa in sede espropriativa dal creditore fondiario;

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precedente (citato dal ricorrente nella memoria, sebbene per ricavarne

l’accoglimento del primo motivo di ricorso, che comporta
l’assorbimento del quarto, impone di cassare il decreto impugnato, con
rinvio al Tribunale di Benevento che, in diversa composizione,
provvederà a statuire anche sulle spese del giudizio.

P.Q.M.

primo, dichiara assorbito il quarto, cassa il decreto impugnato e rinvia al
Tribunale di Benevento in diversa composizione anche per le spese del
giudizio di legittimità.

La Corte, rigettati il secondo ed il terzo motivo del ricorso, accoglie il

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